LA SCALA TRA CIELO E TERRA

Gli angeli del sogno di Giacobbe e i cristiani d'oggi chiamati a camminare su e giù per la scala. «Togliete il soprannaturale e non troverete il naturale, ma l’innaturale» (Chesterton)

LA SCALA TRA CIELO E TERRA


La Pasqua ci richiama le realtà del Cielo, l’Oltre di questa vita terrena, speranza e fascino dello scorrere del tempo. La condizione dell’uomo è un po’ quella del pendolare tra cielo e terra, continuamente su e giù per la scala che poggia sulla terra e si eleva fino al cielo, come la scala che sognò Giacobbe.

La scala di Giacobbe

Mentre era esule e fragile in terra straniera “una notte sognò una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa” (Gn 28, 12).

Da quel sogno Giacobbe comprese due verità importanti. Capì che c’è un collegamento tra la terra e il cielo, tra il mondo degli uomini e il mistero di Dio. Inoltre, “gli angeli di Dio che salivano e scendevano su di essa” gli manifestarono che c’è un cammino di incontro, una relazione tra cielo e terra, tra Dio e l’uomo. C’è comunicazione tra l'uomo che cerca Dio e Dio che scende e incontra l’uomo. Tutto ciò divenne esplicito e reale quando il Figlio di Dio discese dal Cielo in terra e dalla terra ascese al Cielo risorto: è lui la scala, è lui il cammino, è lui il collegamento. “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo” (Gv 1, 51).

Cristiani sospesi

Una delle icone della Scala più famose è quella del 12° secolo nel Monastero di Santa Caterina, sul Monte Sinai (nella foto). L'icona raffigura persone (monaci) che salgono la scala verso Gesù in Cielo, tentate da demoni che cercano di farle precipitare dalla scala.

Papa Gregorio Magno, nel capitolo 2° della sua Regola pastorale, fissa l’attenzione sugli angeli che salgono e scendono la scala e dice che essi rappresentano i pastori e tutti coloro che si impegnano ad aiutare le persone a salire verso Dio. Per svolgere questo provvidenziale compito, osserva Papa Gregorio, il pastore buono deve essere sospeso (“suspensus”) nella contemplazione, esperto di Dio. Soltanto in questo modo sarà a lui possibile assumere e portare le debolezze degli altri: «per pietatis viscera in se infirmitatem caeterorum transferat».

Anche san Paolo fu rapito in alto e immerso nella contemplazione di Dio e, proprio per questo, divenne capace di farsi tutto a tutti (cfr 2 Cor 12, 2-4; 1 Cor 9, 22).

Similmente Mosé, che fu l’angelo del suo popolo e lo condusse alla terra promessa, frequentava la tenda sacra dove “il Signore parlava con Mosè faccia a faccia” nonostante che fuori lo aspettassero tante persone e problemi che avevano bisogno di lui (Es 33, 8-11).

Non bastano le braccia, ci vuole il cuore

Anche Benedetto XVI, commentando la scala di Giacobbe, ha affermato che è “proprio attraverso la preghiera che il pastore diviene sensibile e misericordioso verso tutti. La preghiera educa all’amore e apre il cuore alla carità pastorale per accogliere tutti coloro che a lui ricorrono”. E spiegava: “Dobbiamo diventare esperti nella contemplazione e non per allontanarci dai problemi del mondo, o dalle richieste dei nostri fratelli, ma proprio per essere capaci di innalzare sulla scala della contemplazione la pesantezza degli uomini alle altezze divine” (Deus caritas est 7).

Cari amici del Don Orione oggi, se vogliamo essere “angeli” di salvezza e far del bene a tante persone, dobbiamo salire e scendere continuamente la scala che congiunge cielo e terra. Il mondo ha bisogno di “angeli” che facciano la spola su e giù tra Dio e gli uomini su quella scala tanto indispensabile e all’apparenza fragile della preghiera, della elevazione all’intimità con Dio. Senza poggiare su Dio, non si eleva nessuno. Non avremo quelle “viscere di pietà capaci di trasportare le infermità degli altri”.

Il cuore lo dà Dio

Don Orione è stato definito “benefattore dell’umanità dolorante e sofferente”, dotato di grande compassione verso il prossimo che lo portava a farsi carico dei bisogni, delle miserie e dei mali dei fratelli. In un appunto del 1939, alzò il velo su quello che gli capitava nell’anima e nella vita quotidiana.

Lo splendore e l’ardore divino non m’incenerisce, ma mi tempra, mi purifica o sublima e mi dilata il cuore così che vorrei stringere nelle mie piccole braccia umane tutte le creature per portarle a Dio. Vorrei inabissarmi sempre, infinitamente, e volare sempre più alto, infinitamente, cantando Gesù e la Santa Madonna e non fermarmi mai perché i solchi diventino luminosi di Dio; diventare un uomo buono tra i miei fratelli abbassare, stendere sempre le mani e il cuore a raccogliere pericolanti debolezze e miserie e porle sull’altare perché in Dio diventino le forze di Dio e grandezza di Dio” (Scritti 110, 187-188).

Inabissato e sempre più alto: su e giù per la salvezza delle Anime.

Don Giuseppe De Luca, grande letterato ed esperto di spiritualità, scrisse di Don Orione. "Pensavo che Don Orione fosse uno dei molti che si danno alle opere, riuscendo nella Chiesa quel che nel mondo riescono i grandi impresari... così io pensavo sulle prime di Don Orione; se non che, via via che a lui mi feci vicino, scopersi che in lui la sua azione non era tutto; per quanto vastissima era il meno. Il più in lui era altro; ed era non soltanto il più, era il tutto. Dentro di lui viveva una vita segreta, ed era tutta la sua vita, e questa era una vita di amore; quell'amore che non conosce fine né confine perché non conosce fine né confine Dio" (Elogio di Don Orione 114).

Gli alberi muoiono in piedi

Papa Leone XIV ha detto ai seminaristi spagnoli il 28 febbraio scorso. “C’è una frase di Chesterton che può servire da chiave di lettura di quello che vorrei condividere con voi: «Togliete il soprannaturale e non troverete il naturale, ma l’innaturale» (Heretics, VI). L’uomo non è fatto per vivere rinchiuso in sé stesso, ma in rapporto vivo con Dio. Quando questo rapporto si oscura o si indebolisce, la vita inizia a disordinarsi dal di dentro. Che cosa ci potrebbe essere di più innaturale di un sacerdote, di un cristiano che parla di Dio con familiarità, ma vive interiormente come se la sua presenza esistesse solo sul piano delle parole, e non nello spessore della vita? Nulla sarebbe più pericoloso di abituarsi alle cose di Dio senza vivere di Dio”.

Per esprimere questa condizione innaturale del cristiano che parla di Dio senza vivere di Dio, senza frequentare la sua Presenza, Papa Leone ha usato un’immagine che mi ha molto impressionato.

“Si dice che «gli alberi muoiono in piedi»: rimangono eretti, conservano l’apparenza, ma dentro sono già secchi. Qualcosa di simile può avvenire nella vita del sacerdote e del cristiano quando si confonde la fecondità con l’intensità delle attività o con la cura meramente esteriore delle forme. La vita spirituale non dà frutto per ciò che si vede, ma per ciò che è profondamente radicato in Dio. Quando questa radice viene trascurata, tutto finisce col seccarsi dal di dentro, finché, silenziosamente, «muore in piedi»”.

È lo Spirito Santo, che configura il cuore, insegna a corrispondere alla grazia e prepara una vita feconda di opere di bene.