VAL BORBERA: L'OSPEDALETTO, DON ORIONE E LE SUORE, PARTIGIANI E VALLIGIANI

Lo studio di don Flavio Peloso ricostruisce le vicende dell’Asilo Infantile e, soprattutto, dell’Ospedaletto “Val Borbera” di Rocchetta Ligure (AL), dal 1934 al 1956. L’Asilo fu al servizio di famiglie e bambini di Rocchetta e dei paesi vicini. L’Ospedaletto fu aperto per tutti gli abitanti della Val Borbera e soccorse i tanti feriti della “piccola guerra” combattuta dalle formazioni partigiane molto attive in questa valle negli anni 1943-1945. Protagonisti sono tutti gli abitanti di Rocchetta e della Val Borbera. Emergono le figure del parroco don Giovanni Grossi, di Don Luigi Orione e delle sue Suore alle quali fu affidato l’Asilo e poi, dal 1944, l’Ospedaletto. I fatti sono ricostruiti da diari, lettere e documenti d’archivio.

DON ORIONE A ROCCHETTA LIGURE

L’ASILO INFANTILE E L’OSPEDALETTO “VAL BORBERA”

Flavio Peloso

 

Lo scopo specifico di questo studio è la ricostruzione delle vicende dell’Asilo Infantile e, soprattutto, dell’Ospedaletto “Val Borbera” di Rocchetta Ligure (AL), ospitati nel Palazzo Tassorello – Poggi dal 1934 al 1956. L’Asilo fu al servizio di famiglie e bambini di Rocchetta e dei paesi vicini. L’Ospedaletto fu aperto per tutti gli abitanti della Val Borbera e soccorse i tanti feriti della “piccola guerra” combattuta dalle formazioni partigiane molto attive in questa valle negli anni 1943-1945.  

L’attenzione di studio si focalizza anche sull’azione del parroco don Giovanni Grossi e della parrocchia, sulla collaborazione di laici competenti e generosi, sulla presenza di Don Orione e delle sue Suore alle quali fu affidata la cura prima l’Asilo e poi, dal 1944, dell’Ospedaletto.

I fatti sono ricostruiti da diari, lettere e documenti d’archivio ed esposti in ordine cronologico.

  
Il Palazzo Tassorello Poggi, sede dell'Asilo e poi anche dell'Ospedaletto partigiano

 

Don Giovanni Grossi e Don Luigi Orione

Rocchetta Ligure è un comune della provincia di Alessandria, situato alla confluenza del torrente Sisola nel Borbera, in val Borbera, a 420 metri di altezza. Negli anni ’40 aveva circa 600 abitanti, attualmente sono poco più di 200.
Figura centrale della vita religiosa e civile di Rocchetta fu, dal 1908 al 1946, il parroco don Giovanni Grossi. Egli nacque a Borghetto Borbera il 23 maggio 1879 e morì il 23 giugno 1946 a Rocchetta Ligure. Discepolo e affezionato amico di Don Orione fu il protagonista della realizzazione sia dell’Asilo Infantile (1934) e sia dell’Ospedaletto “Val Borbera” (1944).[1] Crebbe alla scuola di Don Orione, come egli riferisce nel suo Curriculum.

“Fui studente di 1a liceale nel Pensionato Orione a Torino, dal 1897 al 1898;[2] di 2a liceale e 1a teologia nel Collegio San Luigi in Noto Sicilia dal 1898 al 1900; di 2a, 3a e IV teologia nel Seminario vescovile di Tortona dal 1900 al 1903. Vestii l'abito chiericale il 7 febbraio 1899 nel Collegio San Luigi per mano di Don Paolo Albera; ricevetti la tonsura il 15 luglio 1900 nella cappella del Collegio San Luigi, da Mons. Giovanni Blandini, vescovo di Noto. Fui ordinato Sacerdote il 6 giugno 1903 nella cappella del Seminario di Tortona da Mons. Bandi; celebrai la Prima Messa nella cappella del Collegio Divina Provvidenza in Tortona, il 7 giugno, e celebrai la Prima Messa solenne nella chiesa parrocchiale di Borghetto il 14 giugno”.[3]  
“Nella Messa solenne cantata otto giorni dopo in Borghetto, Don Orione tenne il discorso d’occasione. In quello stesso giorno ricevetti da Mons. Bandi una lettera con cui mi eleggeva Viceparroco di Casatisma. Feci leggere quella lettera a Don Orione il quale mi disse: «Eppure Monsignore Vescovo ti aveva promesso a me… Ma sia fatta la volontà di Dio»”.[4]  

Giovanni Torti fu dunque un alunno dei primi tempi di Don Orione, ne rimase conquistato e a lui affezionato ma non poté continuare nella sua Congregazione, come sarebbe stato suo desiderio, per disposizione del Vescovo.
“Dopo quattro mesi di sacerdozio, mi sentivo disincantato della vita parrocchiale; aprii il mio cuore a Don Sterpi[5

Ma, di fatto, il suo desiderio non si compì. “Dopo due anni fui trasferito Viceparroco a Montaldeo e dopo altri due anni, Economo spirituale a Zebedassi”. “Di quando in quando si è fatta risentire la vocazione allo stato religioso, ma io ho sempre tirato innanzi così, facendo anche con la grazia di Dio un po’ di bene”.[6]  Conoscendo il suo continuo desiderio Don Orione gli scrisse il 5 marzo 1908: Caro mio figliolo sempre nel Signore. Tu dovevi già essere dei nostri fin dalla tua prima S. Messa ma allora il Vescovo ti ha data un’altra destinazione, ed io quantunque egli ti avesse già promesso ho taciuto ed ho anche, con la grazia di Dio, benedetto il Signore di tutto”.[7] Proprio in quell’anno 1908, don Giovanni Grossi fu nominato parroco di Rocchetta Ligure. 

Don Grossi prese nuovamente l’iniziativa di parlare al Vescovo nel 1926. Don Orione gli rispose: “Penso che Mg.r Vescovo avrà qualche difficoltà, data la scarsità del clero diocesano; tuttavia aprigli il cuore; e poi lasciamo fare al Signore. Intanto preghiamo e confidiamo nell’aiuto della Madonna SS. Da parte mia sono disposto a riceverti anche sul momento”.[8  Nel febbraio 1927, don Grossi poté andare con Don Orione per alcuni mesi nella comunità di Quarto, presso Genova,[9] ove si fermò fino al 15 novembre 1927.[10]

Fece ancora un tentativo in occasione del 25° di sacerdozio, scrivendo al vescovo Simon Pietro Grassi, raccontandogli come egli fosse cresciuto con Don Orione e poi preso tra il clero diocesano. 

“Nell’agosto del 1926 pregai più fervorosamente il Signore che mi facesse conoscere la sua volontà in merito alla vocazione religiosa e, per meglio conoscerla, ricorsi ad un mezzo un po’ materiale e quasi ridicolo agli occhi del mondo, ma che può essere disposizione della Provvidenza. Introdussi in una scatola 33 biglietti portanti il titolo di altrettanti ordini e Congregazioni religiose, nonché il titolo di Parroco, Viceparroco e Prete privato, Cappellano e Rettore di Santuario. Deposi la scatola sull’Altare durante la celebrazione della santa Messa; poscia estrassi a sorte un bigliettino: et sors cecidit super Opus a Divina Providentia.[11] Che ne dice Vostra Eccellenza Rev.ma?”. Don Grossi aggiunse un’altra ragione: “Da quindici anni mi si è manifestato all’occhio destro un epitelioma, vulgo cancro, che ho dovuto curare con molte spese, radium e dolorose operazioni che ridussero l’occhio ad uno stato indecente, mentre l’occhio è totalmente privo della vista… Certo nessun altra Congregazione mi riceverebbe in questo stato… solo può ricoverarmi il cuore grande e generoso di Don Orione il quale dà ricetto a tutte le umane miserie”. [12]

Don Orione parlò di questa vicenda ai suoi confratelli. “Don Grossi, parroco di Rocchetta Ligure, voleva ad ogni costo farsi religioso.  Il Vescovo non lo ha poi mandato, ma quando vanno i nostri Sacerdoti ad aiutarlo, lui stesso va a fare la sveglia e vuole che si faccia la meditazione in comune”.[13]

Questa vicenda personale di Don Giovanni Grossi ci aiuta a capire la sua stretta stima e l’affetto filiale verso Don Orione che portarono alla realizzazione di importanti opere a Rocchetta. È significativo che il Bollettino della Congregazione orionina, alla morte di Don Grossi avvenuta il 23 giugno 1946, gli dedichi un necrologio titolato “Mons. Giovanni Grossi dei Figli (come amava firmarsi) della Divina Provvidenza".
 

L’Asilo Infantile

Don Grossi divenne l’ambasciatore orionino in Val Borbera. I parroci facevano riferimento a lui per invitare Don Orione e per beneficiare del suo servizio sacerdotale parrocchie. Il santo tortonese conobbe e girò praticamente tutti i paesi della Val Borbera e vi inviò anche vari confratelli.

Riferisce Don Grossi: “Don Orione venne a Rocchetta l’8 dicembre 1930, nel centenario della Medaglia Miracolosa, quando passò come una visione e… parlò della Madonna come sa parlare Lui. Il popolo diceva che mentre Egli parlava, vedeva certamente la Madonna. Dopo… si portò alla casa del povero giovane Silvio Corana che dopo avere subito varie operazioni ora soffre orribilmente. Lo confortò amorevolmente e lo benedisse e gli disse che la Madonna lo voleva presso di sé in Paradiso”.[14]

Don Orione tornò a Rocchetta e in altri paesi della Val Borbera il 1° marzo 1931 per la raccolta del rame necessario per la grande statua della Madonna del Santuario di Tortona. “Fu accolto con entusiastiche ovazioni al suono festivo delle campane: le vie erano imbandierate e pavesate a festa. Egli predicò a Cabella, Albera, Rocchetta, Persi, Borghetto, luoghi dove convennero i fedeli delle trenta e più Parrocchie della Val Borbera, portando il loro generoso contributo di rame e altre offerte in denaro”.[15]
Veramente Don Grossi e tutta la popolazione avevano molta familiarità e devozione nei confronti di Don Orione. La sua più consistente espressione fu l’apertura a Rocchetta di una comunità delle Piccole Suore Missionarie della Carità per gestire l’Asilo Infantile ed altre opere di carità e di pastorale.

La realizzazione dell’Asilo Infantile partì dall’iniziativa generosa della nobildonna Felicina Poggi che, a compimento del desiderio del defunto marito Giuseppe Tassorello, morto a Genova il 22 giugno 1930, destinò il loro palazzo e i terreni di Rocchetta per un’opera di beneficienza.[16]

“Io allora – scrive Don Grossi nel suo Diario -, in data 10 maggio mi presi la libertà di scriverle “Don Orione mi ha detto molte volte: quando tu avrai un Asilo a Rocchetta, io ti mando le mie Suore. In data 17 maggio, la signora Tassorello, fra l’altro mi scriveva: Abbiamo tanto pregato e pensato e si è venuti nella determinazione di affidare al M. R. Don Orione o meglio alle sue Missionarie della Carità l’Opera in parola. Trovandomi a Tortona per convegno ex allievi, Don Orione sopra una sua fotografia mi scrisse così: Dio benedica il Parroco e i Parrocchiani di Rocchetta Ligure e l’erigendo Asilo Infantile”.[17]

Il parroco poté così annunciare al Paese:

“L’Opera sarà affidata alle “Missionarie della Carità” istituite dal nostro Don Orione, Suore di ottimo spirito e dotate di grande capacità e praticità nell’educazione della gioventù e di singolare conoscenza dell’anima infantile. Esse, sotto la direzione del loro Padre e amico nostro, saranno vere mamme ai nostri bimbi, dolci sorelle alle figliole e alle madri, conforto agli infermi e ai sofferenti, a tutti modello ed esempio di virtù. Al Rev.mo Don Orione ed alle RR. Suore, il nostro entusiastico prossimo “ben venuto”, colla formale promessa della nostra cooperazione e della nostra corrispondenza alle opere provvidenziali che andranno a svolgere a nostro vantaggio”.[18]

La Superiora generale Suor Maria Pazienza si recò a Rocchetta il 18 agosto per regolare gli aspetti amministrativi Giunse il giorno dell’inaugurazione dell’Asilo.

Dies albo notanda lapillo” fu l’8 settembre 1934 per Rocchetta e l’Alta Val Borbera”, scrive don Grossi. “Il paese era imbandierato e adorno. Già fin dalle prime ore del mattino erano giunti popolani dai punti più alti e più lontani della valle. Vari portavano bambini infermi per ricevere la benedizione di Don Orione. Ma giunse un telegramma: “Orione trovasi a letto febbricitante”. Alle ore 15 del pomeriggio giunsero le due auto che trasportavano una il canonico Arturo Perduca, delegato di Don Orione, e l’altra le tre Suore: Suor Maria Salome Miori,[19] Suor Maria Orsola (Luigia Fumagalli 1900-1964) e Suor Maria Giuseppina[20] accompagnate dalla Superiora generale. Iniziò la cerimonia, con discorso del Parroco, lettura della Benedizione del Vescovo, della Lettera del Podestà, Benedizione dei quadri di San Giuseppe Benedetto Cottolengo e di San Giovanni Bosco e Benedizione dei Bambini. Dalla chiesa la folla si trasferì alla sede dell’Asilo per visitare i 17 vani dell’Asilo”.[21]

“Il giorno 15 settembre si iniziarono le iscrizioni ed in una settimana l’asilo cominciò a funzionare. A tutti si dà la minestra a mezzodì, i bambini portano il cestino con companatico e indossano un grembiulino bianco. Si aggiunsero poi le ragazze nel laboratorio di taglio, cucito, ricamo e nell’oratorio festivo”.[22] Don Grossi era particolarmente soddisfatto: “Il nostro asilo si va man mano popolando e le buone suore hanno il loro da fare”.[23]

Don Orione, con lettera del 9 aprile 1937, informò:
“L'asilo ora tutto procede regolarmente e si fa del bene. I bambini e le fanciulle trovano nelle suore delle vere mamme. Anche suor Maria Giuseppina, venuta a sostituire la Salòme, incontra molto qui per la sua dolcezza. Le suore oltre all'asilo attendono alla scuola di catechismo, alle Associazioni femminili di azione cattolica, all'oratorio festivo, tengono laboratori di ricamo e già le alunne sotto la loro direzione eseguono bei lavori per la chiesa. Il comune dà la legna necessaria. Vi sono pure vari benefattori fra i quali il principale è il Cav. Uff. Avv. Luciano Pertica, che ogni anno provvede ai doni dei bambini a Natale e a Pasqua e dà offerte generose per i restauri dell'asilo”.[24]

All’Asilo, “si svolse il giorno 26 luglio una piccola accademia – informa il Bollettino parrocchiale -. I bambini preparati ed istruiti dall'infaticabile superiora Suor Maria Orsola, alla presenza di molto pubblico, col podestà, Ettore Cumo, il segretario politico Giuseppe Pertica, l'avv. Luciano Pertica e altre personalità e distinte famiglie, con franchezza e ingenuità loro propria, presentarono un bel programma”.[25]

L’ultima visita di Don Orione a Rocchetta è ricordata al 17 ottobre del 1937; egli era da poco tornato in Italia dopo i tre anni in America Latina. Fu accolto trionfalmente da tutto il paese e dalle autorità. "Egli col suo fare semplice e dimesso rivolgeva ai presenti paterne parole, ringraziava tutti coloro che si erano dati premura di aiutare la Pia Istituzione. Dopo aver posato per un gruppo fotografico, si avviava alla Chiesa parrocchiale dove nuovamente rivolgeva la sua parola ad una fiumana di popolo. Concludeva impartendo la benedizione ai fanciulli, ai malati presenti e assenti”.[26]

La morte di Don Orione, il 12 marzo 1940, costituì un lutto per Rocchetta e la Val Borbera dove era considerato un santo.[27] Don Grossi non poté essere presente ai funerali ma ringraziò Carlo Crosa “commosso perché hai voluto rappresentare me, le nostre Suore e tutta la nostra Parrocchia presso la Venerata Salma del nostro carissimo Padre”.[28]


L’Ospedaletto “Val Borbera”

La vicenda dell’Ospedaletto è assai interessante. Riguarda Rocchetta Ligure e la Val Borbera ma è emblematica del controverso e travagliato tempo dell’Italia dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e fino alla fine della guerra (25 aprile 1945).[29]
Tanti furono i protagonisti dell’Ospedaletto Val Borbera: il parroco Don Giovanni Grossi e alcuni sacerdoti, San Luigi Orione e le sue Piccole Suore Missionarie della Carità; i sindaci e altre autorità locali, i medici e avvocati, i benefattori generosi e tutta la popolazione coinvolta in modo attivo e anche passivo, nel senso che fu offerto tutto quello che poté ma anche soffrì le angherie e tribolazioni del contesto di guerra. L’Ospedaletto costituisce una storia di resistenza popolare solidale che merita di essere conosciuta perché fu il frutto della prolungata collaborazione di tutti gli attori sociali nell’aiuto a persone ferite in quel tempo di ostilità e conflitti.

Alla fondazione e alla vita dell’Ospedaletto “Val Borbera” di Rocchetta Ligure contribuirono vari fattori: l’emergenza sanitaria della Valle, la carità cristiana del parroco e delle suore che vi operarono, l’intraprendenza di laici generosi e competenti, il contesto della guerra partigiana (“la piccola guerra”) che qui provocò numerosi morti, feriti sia partigiani sia nazifascisti.[30]
Di fatto, “Due anni prima che finisse la guerra, Felicina Poggi aderì entusiasta alla proposta fatta dai superiori della Congregazione di Don Orione di accogliere nei locali dell’Asilo un piccolo Ospedale destinato alla cura dei malati e delle vittime della guerra impossibilitati di adire agli ospedali dei centri urbani”.[31]

Il piccolo Ospedale fu messo in grado di funzionare nell’estate del 1944, a Rocchetta, nel cuore della Val Borbera. Divenne un presidio essenziale per la popolazione civile e per le parti in conflitto, essendo gli altri Ospedali isolati e irrangiungibili, soprattutto dopo l’abbattimento del Ponte del Carmine da parte dei partigiani della brigata Oreste, il 3 ottobre 1944, per impedire a nazisti e fascisti di penetrare con mezzi e armi pesanti nell’alta Val Borbera.[32] Nacque come piccolo Ospedale civile e, dunque, destinato a tutti. Poi, nella narrazione post bellica, venne chiamato “l’Ospedaletto dei partigiani” a motivo dei tanti partigiani che qui vennero ricoverati e curati duranti le drammatiche vicende della Resistenza.[33]

Le due fonti di notizie più precise ed affidabili sono il Diario steso dal responsabile medico Tito Tosonotti[34] e il Diario di Don Giovanni Grossi, unitamente al Bollettino parrocchiale “Sotto la ripa”.


Carità e competenza

Le cose volgevano al peggio nella zona. Nel suo Diario, Don Grossi ne riferisce con note scarne.

“8 luglio: Bombardamento a Novi, oltre 200 morti, 400 feriti di cui molti gravi che morirono. 20 luglio: Venuti a Rocchetta 200 Tedeschi con comandante. Occupato Municipio, salone parrocchiale. Un maresciallo occupata stanza piano superiore in canonica. Carri, cavalli, mitragliatori. A Cabella 400 Tedeschi. Hanno preso alcuni creduti ribelli o sospetti ribelli. A Pagliaro alcuni rubarono e furono condotti via per la punizione”.[35]

Giunse a realizzazione il progetto di un Ospedaletto per tutta la Val Borbera grazie alla collaborazione di benefattori laici, personale medico e istituzioni religiose.
L’avv. Luciano Pertica, promotore e benefattore dell’Ospedaletto, scrisse il 26 giugno 1944, a Don Sterpi, succeduto a Don Orione come superiore generale della Congregazione, per

"informare dei lavori per l'adattamento dell'ospedaletto nell'asilo di Rocchetta Ligure. Essi procedono ottimamente e, a parte le famose scale, credo che risulteranno confortevoli anche a vostro giudizio. Necessario è per ora provvedere alla infermiera, perché ritengo che verso la metà di luglio incominceremo a funzionare, con un ritardo di due settimane sul previsto. Sarebbe necessario un elemento pratico in materia di operazioni, in modo da poter coadiuvare il chirurgo e in più un aiuto generico per manlevare un po' le suore dai disturbi che abbiamo già dato e continueremo a dare con l'apertura del ricovero”.[36]

“Tutta la casa è stata restaurata e adattata allo scopo secondo le più rigorose regole dell’igiene” - come informò il parroco Don Grossi nel Bollettino parrocchiale “Sotto la Ripa” -; imbiancate e smaltate le pareti e i telai delle finestre, provvedute di acqua con i rispettivi rubinetti le varie camere, arredamento e ammobigliamento tutto in smalto bianco, macchinari, luce, riscaldamento tutto a base di elettricità. La sala dei Dottori con attrezzattura completa di macchine per disinfezione, lavabi, armadi per ferri e biancheria e tutto quanto necessita al “Divinum est opus lenire dolorem”. Da detta sala, in piano, si accede al reparto uomini, al reparto donne, con letti e mobilio adatto, alla sala operatoria, munita di lettino, potente riflettore, termosifone elettrico. Al piano sottostante vi è la sala d’aspetto donde si accede all’ambulatorio per visite, cure e medicazioni”.[37]

Il personale medico era costituito dal dott. Tito Tosonotti che, insieme all'avvocato Luciano Pertica, concepì il progetto dell’Ospedaletto dotandolo di un vero e proprio nucleo chirurgico moderno, grazie alle attrezzature che riuscì a prelevare dalla sua clinica genovese.[38] C’erano poi i dottori Luigi Forno, che curò l’impianto medico e gestionale, Gustavo Giani e Luigi Risso. Prestarono opera volontaria anche il chirurgo laureando Giovanni Pertica, l'ostetrica Maria Boglio, l'infermiere Carlo Crosa.

L’assistenza infermieristica e umana fu affidata alle Piccole Suore Missionarie della Carità, congregazione fondata da Don Orione: Suor Maria Agostina,[39] superiora ed economa; Suor Maria Fausta, responsabile della sala operatoria e delle corsie;[40] Suor Maria Eufrasia, assistente;[41] Suor Maria Serafina, cuoca e addetta ai servizi.[42] Prestarono opera volontaria anche il chirurgo laureando Giovanni Pertica, l'ostetrica Maria Boglio, l'infermiere Carlo Crosa.
Importante fu l’opera di zelanti sacerdoti: il parroco Don Giovanni Grossi, che curava soprattutto la cura spirituale, e i cappellani orionini don Antonio Ferrari[43] e don Ernesto Odino,[44] infermieri diplomati.


L’inaugurazione del 13 agosto 1944

L’Ospedaletto fu predisposto nel palazzetto dei coniugi Felicina Poggi e Giuseppe Tassorello e conviveva, con accessi separati, con l’Asilo Infantile inaugurato nel 1934.

“La casa dell’Asilo Infantile di proprietà della Congregazione della Divina Provvidenza di Don Orione – scrive Don Grossi - viene ampliata e completata con la fondazione dell’Ospedaletto dovuto alla generosità del Comm. Avv. Luciano Pertica, coadiuvato dall’interessamento del Prof. Tosonotti e del Cav. Dott. Forno. Agli ammalati che qui convengono d’ogni paese presteranno amorevole assistenza le povere figlie di Don Orione, le ‘Piccole Suore Missionarie della Carità’. All’Opera della Divina Provvidenza fu affidato e offerto l’Ospedaletto”.[45] Dunque, l’Ospedaletto fu predisposto nel palazzetto dei coniugi Felicina Poggi e Giuseppe Tassorello e divideva gli spazi, con accessi separati, con l’Asilo Infantile inaugurato nel 1934.

Dell’inaugurazione riferisce ampiamente un articolo del Bollettino “La Piccola Opera della Divina Provvidenza”.
“Domenica 13 agosto, a Rocchetta Ligure è stato solennemente inaugurato l'Ospedaletto da tempo auspicato e diretto a beneficare largamente tutta l'alta Val Borbera. Alla cerimonia della benedizione, nel pomeriggio, con tutta la popolazione erano presenti il benefattore, avv. Luciano Pertica, i dottori Tito Tosonotti e Luigi Forno.
La Piccola Opera, alla quale è stata affidata la benefica Opera che sarà assistita dalle Piccole Suore Missionarie della Carità, era rappresentata dal vicario generale Don Carlo Pensa, dal canonico Don Perduca e dalle Suore che lavorano nell'Asilo infantile. L'arciprete Don Giovanni Grossi, al quale si erano uniti numerosi confratelli del Vicariato, ha richiamato la figura di Don Orione esaltandone la carità che a Rocchetta ha fissato una delle tende più umili ma più operose della sua Congregazione. Quindi l'avv. Pertica, alla cui insigne generosità si deve l'attuazione dell'Ospedaletto, con nobilissime parole consegnava alla Congregazione di Don Orione la nuova istituzione rilevando come essa, posta così su basi sicure attuerà una vasta attività assistenziale e caritativa a favore di molti paesi che rendono ridente la operosa Val Borbera. Don Carlo Pensa rispondeva, infine, esprimendo tutta la gratitudine dei Figli di Don Orione, i quali mentre comprendono l'onore e il peso della fiducia in essi riposta lavoreranno con dedizione per far vivere nella nuova e provvidenziale casa lo spirito di Don Orione che ai poveri e ai malati voleva preparare e largire con i mezzi della sussistenza fisica il ristoro e la serenità ben più desiderata del conforto cristiano, fraterno”.[46]


“L’inaugurazione di sangue” del 22-25 agosto 1944

L’esordio operativo dell’ospedaletto coincise con una delle fasi più drammatiche della resistenza in Val Borbera conosciuta come la battaglia delle Strette di Pertuso (22–25 agosto 1944).[47] Le Strette di Pertuso costituirono un punto strategico della lotta partigiana nell’agosto 1944 ed erano presidiate dalle forze della Divisione Garibaldi “Cichero” / Brigata Garibaldi “Oreste” nelle gole che collegano la media Val Borbera con l’alta.

Il parroco Don Giovanni Grossi definì “inaugurazione di sangue” quella avvenuta quando all’Ospedaletto si vide invaso da tanti feriti e da tanto sangue perché “furono trasportati tanti poveri giovani, con le membra lacerate da dolorose ferite, che straziavano il cuore”,[48] provenienti dal cruento scontro armato del 22-25 agosto. “Guerriglia a Pertuso fra partigiani o patrioti che popolano questi monti e repubblicani bersaglieri. Italiani contro Italiani”.[49]
Circa 2000 tedeschi, alpini e militi della Guardia Nazionale Repubblicana, bene armati ed addestrati, risalirono la valle Borbera, con armi leggere e pesanti, per effettuare un'operazione antipartigiana che si voleva fosse risolutiva. I partigiani erano solo un centinaio ma, sostenuti anche dai civili, tennero validamente testa agli avversari fermandoli alle Strette di Pertuso, sostenuti anche dai civili.
In quei tre giorni ci furono molti morti e un grande numero di feriti e fu provvidenziale l’opera prestata dall'Ospedaletto di Rocchetta appena aperto. La sala operatoria funzionò ininterrottamente per soccorrere oltre un centinaio di feriti. Il personale medico, il cappellano, le suore, la popolazione intera, tutti si prodigarono per fornire assistenza non solo sanitaria ma anche spirituale e materiale donando cibo, bevande, biancheria e beni di prima medicazione.[50]

Don Domenico Sparpaglione, che si trovava all’Ospizio per anziani di San Sebastiano Curone, ricorda che anche là “tre camere furono requisite per ospitare dodici feriti, partigiani e bersaglieri, che s’erano scontrati in Val Borbera. Dall’ospedaletto di Rocchetta, dove in un primo tempo erano stati accolti, furono dirottati in Val Curone con mezzi di fortuna, slitte e carri agricoli, tra inaudite sofferenze dei più gravi, alcuni dei quali avevano i polmoni trapassati da pallottole, altri le ossa fratturate”.[51] Molti feriti furono portati a Cabella Ligure.

Allo scadere della seconda giornata di battaglia le truppe repubblicane e tedesche furono gravemente decimate e, non riuscendo a passare per le Strette, inviarono sui monti sopra Cantalupo e Rocchetta reparti di Alpini per cercare di aggirare e circondare le postazioni partigiane.
Alla sera del 25 agosto, giunsero i partigiani all'ospedale Gianbattista Lazagna (Carlo) e Aurelio Ferrando (Scrivia) per controllare la situazione e rendersi conto della cura provvidenziale data con tanto sacrificio ai partigiani e anche ai militi italiani e tedeschi.

“All’una di notte (già del 26 agosto) un capo disse a De Stefanis Enrico di portare ai repubblicani e tedeschi la seguente ambasciata: «Noi partigiani ci ritiriamo, voi entrate pure, ma non fate rappresaglie sui paesi, altrimenti noi ci vendichiamo sui 100 prigionieri»”.[52]
Il 26 agosto, era tutto pronto per il bombardamento di Cantalupo e Rocchetta, ritenuti covi di partigiani. Per evitare tale disastroso evento, una Commissione formata da Don Giovanni Grossi e Don Luigi Bruno, dal podestà Cerruti, dal segretario comunale Aloisio, da De Stefanis e da dieci prigionieri feriti, tra cui un ufficiale tedesco, si recarono al comando militare ed annunciarono che i reparti partigiani si erano ritirati e la popolazione avrebbe accolto senza ostilità le truppe tedesche-repubblicane. Fu così evitata la ormai certa distruzione dei paesi.
Le colonne italo-tedesche lasciarono la Val Borbera il 31 agosto 1944.[53] “Il 3 ottobre i partigiani con mine hanno fatto saltare il ponte del «carmo», bellissimo e artistico ponte costruito da pochi anni… Dicono perché non vengano su i Tedeschi che sono a Borghetto e Persi con carri armati”.[54]


La bufera bellica interminabile

Dopo il principale drammatico scontro di fine agosto 1944, molte altre minacce ed angherie resero difficile il servizio dell’Ospedaletto e la vita di Rocchetta Ligure, “colpevoli” di aiutare i partigiani. L’Ospedale rischiò di essere dato alle fiamme, per ritorsione, dai nazisti comandati dal terribile maresciallo tedesco Peter che aveva imprigionato e condannato a morte il dott. Tosonotti, Don Grossi e Don Guido. La salvezza venne dall’intervento provvidenziale di un colonnello tedesco.

Don Grossi nel suo Diario annota i continui scontri armati con morti e feriti; mancano il sale e i generi di prima necessità; non arrivano più i giornali e non si hanno più notizie sulla guerra; molti soldati repubblicani passano con i partigiani; sono molte le incursioni aeree degli inglesi. 

Dal 22 novembre, si comincia a parlare dei “mongoli”, soldati uniti ai tedeschi che seminano il terrore. Con tristezza, Don Grossi scrive che “Nei mesi scorsi i partigiani nei pressi di Borgo, Merlassino e Rocchetta, Carrega e Giarolo e altrove, fucilarono non pochi individui accusati come fascisti, spie od altro, e traditori e furono seppelliti nei detti luoghi”.[55]
Il 15 dicembre “è in pieno svolgimento un’azione tedesca di rastrellamento a largo raggio dai monti Brallo, Penice, Boglelio e Giarolo, verso le valli Staffora, Curone e Borbera. Hanno a disposizione delle compagnie di Mongoli. Un nome che fa paura”.[56]
Fu giornata di terrore anche a Rocchetta, come riferisce Don Grossi.

“Oggi mentre eravamo in chiesa per un funerale vennero i Tedeschi e Mongoli. Tutta la gente fuggì di chiesa. Entrarono sparando. Adirati cercavano in chiesa e nell’ospedale gridando: entro cinque minuti vogliamo il prete. Pensavano che si fossero suonate le campane per dare l’allarme ai partigiani perché fuggissero. Fui interrogato – scrive Don Grossi -: Perché avere suonate campane? Ed io: Per un morto da portare al cimitero. Ed essi: Portare voi al cimitero, essere uno spione.
Il Dott. Forno accusato di curare i partigiani, come me corse il pericolo della fucilazione.
Persuasi che l’ospedale fosse partigiano, essi si volevano portar via le povere suore: Voi essere mogli dei partigiani. Noi siamo suore. E chi essere vostro marito? Ed esse mostrarono il Crocifisso: È questo.
A Cantalupo uccisero quattro partigiani feriti. Altri furono uccisi a Volpara. A Daglio venne incendiato l’Ospedaletto. Entrati nelle case colle armi in pugno, rovistarono dappertutto e rubarono… I Mongoli porci fecero violenza a donne e ragazze”.[57]

I “Mongoli”, erano prigionieri russi di origine orientale arruolati nell’esercito tedesco. Queste truppe seminarono il terrore tra le popolazioni civili, con furti, violenze, saccheggi, incendi di case e fienili. Infierirono in particolare sulle donne durante tutte le lunghe settimane del rastrellamento iniziato nell’Oltrepò pavese per concludersi in Valle Borbera e in Valle Curone. A Rocchetta oltraggiarono il Parroco ammalato e devastarono la canonica. Vi furono stupri e altre brutalità. Anche le suore dell'ospedale furono oggetto di violenza. Suor Maria Eufrasia parla di “mesi di batoste passate a Rocchetta, quasi direi salvata per bontà del Signore”.[58]

Tedeschi e Mongoli imperversarono fino al febbraio del 1945. “Il giorno 8 scesero da Carrega a Rocchetta, pernottarono in paese, fecero gravissimi danni alle persone e alle robe asportandone in grandissima quantità”. Occuparono anche la canonica dove Don Grossi era a letto ammalato e fecero scempio delle cose sacre. Poi scrisse: “Poveri disgraziati! Io vi perdono, ma non so se vi perdonerà il Signore. Al mattino, partendo mi salutò un soldato e mi disse: «Io solo essere cattolico e provare molto dispiacere quanto fare miei camerati»”.[59] 

La lotta tra la resistenza partigiana e le truppe tedesche e repubblicane continuò con un continuo stillicidio di morti e di feriti portati all’Ospedaletto durante tutto il lungo e rigido inverno del 1944-1945. Dal 28 febbraio, si fanno più frequenti “i lanci degli aeroplani inglesi ai partigiani sui monti: armi, munizioni, denaro, vestiario, cibarie”.[60] Si comincia a sperare come vicina la fine della guerra orrenda.


La visita del vescovo Siri

Destò impressione l’improvviso arrivo all’Ospedaletto di Rocchetta, l’8 marzo 1945, di Mons. Giuseppe Siri, vescovo ausiliare del cardinale Boetto, arcivescovo di Genova. Ne riferisce Tito Tosonotti nel suo libro L’Ospedale “Val Borbera”.

“Mons. Siri è accompagnato dal Rev. Don Lorenzo Nicola,[61] della Congregazione di Don Orione, dal comm. Achille Malcovati. Mons. Siri aveva raggiunto Rocchetta con il consenso del Comando tedesco e delle Autorità di Genova per trattare con il Comando partigiano il vettovagliamento della città di Genova, divenuto pressoché impossibile. L'incontro con i Comandanti partigiani avviene a Rocchetta[62] e l'accordo viene raggiunto con le seguenti clausole: ‘I rifornimenti dovevano essere fatti non per ferrovia, ma con autocarri muniti di targa S.C.V. e di documento rilasciato dalla Curia di Genova, con il sigillo del cardinale Boetto e la firma di Mons. Siri’.
Terminate le pratiche dell'accordo, Mons. Siri visita i degenti partigiani e i civili, ricoverati ed ha una parola di conforto per tutti. Egli vorrebbe ritornare la sera stessa a Genova, ma ormai si è fatta notte e riusciamo a convincerlo a rimandare alla mattina seguente il suo viaggio di ritorno a Genova, perché le strade, specie di notte, sono ancora mal sicure”.[63]

Il 20 marzo, l’orionino don Lorenzo Nicola torna a Rocchetta per visitare don Antonio Ferrari e l’Ospedaletto per incontrare i prigionieri. Sono giorni in cui egli sta tessendo rapporti a tutto campo in Val Borbera per giungere ad un accordo tra le varie parti per lo scambio di prigionieri ed evitare ulteriori morti.[64]
Don Grossi è sempre attento e informato di quanto accade e al 16 aprile annota: “incominciano a ritornare in patria gli Italiani internati e prigionieri in Germania” anche se “A Borghetto da ottobre vi sono i Tedeschi, continue sparatorie”.[65]
Sono segnali di speranza.
 

Conclusione della guerra

E arrivò il 25 aprile. “I Tedeschi partirono e vi entrarono il partigiani al suono festivo delle campane e sventolio delle bandiere”.[66] In Val Borbera la guerra si concluse il 26 aprile 1945 con la liberazione di tutti i paesi della regione. Seguirono giorni di festa ma anche di rappresaglie e fucilazioni. Nel suo Diario, solo al 2 maggio, Don Grossi scrive a caratteri grandi: “Fine della guerra in Italia! Deo gratias!”.[67]

Il 17 giugno 1945, ci fu una solenne manifestazione popolare di ringraziamento alla Madonna del Carmine, per la pace e la conclusione vittoriosa della lotta partigiana. Erano presenti numerosi partigiani capi della Divisione Pinan-Cichero: «Scrivia», «Carlo», «Marco», «Mina», «Gigi».[68] La processione con la statua della Madonna raggiunse il ponte del Carmine, ove fu posta una lapide di ricordo. Alla cerimonia era presente Don Giuseppe Pollarolo,[69] cappellano dei partigiani della Pinan-Cichero che ricordò, innanzi ad una folla riverente, le vicende partigiane della Val Borbera, l'opera avveduta dei Capi, i sacrifici dei partigiani, l'assistenza amorevole della popolazione, che ha condiviso con essi sofferenze e pericoli. Egli rese grazie alla SS. Vergine del Carmine per la sua alta protezione. Invitò alla concordia ed alla tolleranza reciproca i partiti che sono risorti, auspica il ritorno alla normale regola di convivenza civile, il ripristino di quei valori e virtù morali che sono essenziali perché l'Italia possa risorgere dalla rovina morale e materiale in cui è stata gettata.[70] “Questo fu degno suggello all'epopea partigiana della Val Borbera”, conclude nel suo libro-memoria Tito Tosonotti, principale protagonista dell’Ospedaletto “Val Borbera”.[71]

L’Ospedaletto continuò la sua attività soprattutto fino alla ricostruzione del Ponte, avvenuta tra il 1946 e il 1947, e poi proseguì in forma ridotta fino al 1952.[72]
Le Suore restarono a Rocchetta fino al 1956. L’ultima superiora Suor Maria Carmine lasciò Rocchetta il 24 luglio 1956.[73]


Considerazioni conclusive

1. L’Ospedaletto tra neutralità e resistenza. Per quanto fosse una piccola struttura sanitaria, operò come ospedale pubblico secondo la normativa sanitaria del tempo. Certamente, trovandosi in una zona di ampio coinvolgimento partigiano, svolse una azione di supporto specifico, ma mai esclusivo, alla militanza partigiana. L’ospedaletto non fu, come spesso viene denominato, “l’Ospedaletto dei partigiani”; mantenne la “neutralità” e curava sia partigiani che nazifascisti e soprattutto civili.

Il Consuntivo dell’attività sanitaria, redatto dal dott. Tosonotti nel 1967, è una fotografa precisa della consistenza dei soccorsi operati.[74]

Partigiani

Feriti ricoverati n° 111.
Giornate di degenza n" 1437.
Visite e medicazioni ambulatorie n. 1350.
Morti n. 9.

Militi tedeschi e fascisti

Feriti ricoverati n. 32.
Feriti e medicazioni ambulatorie n° 45.
Giornate di degenza n° 72.
Morti n° 3.

Civili

            Ricoverati n.526
            Prestazioni chirurgiche n.359
            Giornate di degenza n. 6947

A questi dati occorrerebbe aggiungere il numero di tanti feriti soccorsi durante la guerra ma che non rimasero nell’ospedaletto e non furono registrati.

L’Ospedaletto prestò il suo servizio con neutralità istituzionale vissuta non come estraneità alle vicende e alle persone degli opposti fronti, ma come vicinanza attiva a tutte le persone che avessero una ferita, un male o una sofferenza cui provvedere, secondo il noto insegnamento di Don Orione: “La carità di Gesù Cristo non fa eccezione di persone e non serra porte; alla porta non si domanda a chi viene se è italiano o straniero, se abbia una fede o se abbia un nome, ma se abbia un dolore”.[75]


2. Fermo restando il ruolo dell’Ospedaletto a servisio della popolazione dell’alta Val Borbera, di fatto, esso divenne parte integrante del quadro logistico della resistenza partigiana in Val Borbera in quanto permise di evitare la difficolta e la pericolosità del trasporto di partigiani in ospedali della pianura. Fu un servizio nelle retrovie della linea di scontro della “piccola guerra” combattuta in Val Borbera.


3. La memoria dell’Ospedaletto assume un significato civile ed educativo che supera limiti di vicenda locale e temporanea. A distanza di tanto tempo, il suo ricordo si è conservato mediante i Bollettini della parrocchia e della congregazione di Don Orione, pubblicazioni occasionali, atti comunali, dati sanitari. Particolarmente importante è il Diario del parroco Don Giovanni Grossi[76] e il libro con le memorie del dott. Tito Tosonotti, cui si aggiungono le testimonianze delle suore, di Suor Agostina, di Delfina Corso “Nadia” e di altri. La costituzione del Museo della Resistenza e della Vita Sociale in Val Borbera, con sede nel palazzo Spinola di Rocchetta,[77] come anche le varie memorie celebrative susseguitesi nel corso degli anni,[78] sono servite a prolungare non solo la memoria dei fatti ma anche dell’insegnamento civile. Come si legge sulla Lapide collocata dall'amministrazione comunale, il 4 maggio 1967, sulla facciata dell’ex Ospedaletto di Rocchetta, “Resti oltre la fredda pietra qualche cosa di più vivo e palpitante della vita vissuta dall'Ospedaletto”.


4. L’Ospedaletto apre un’importante finestra sul contributo delle comunità cristiane alla resistenza e alla pacificazione. L’esperienza di Rocchetta Ligure è significativa per lo studio del rapporto del mondo cattolico con il movimento della resistenza, storiograficamente spesso relegato nell’ambito dei sentimenti o di isolati episodi. Fu un contributo effettivo alla Resistenza come tale è va prendendo la giusta rilevanza storica.[79]


5. La carità è una forza politica, civile. È innegabile che la vita e l’azione dell’Ospedaletto, nel complicato contesto bellico della Val Borbera, fu possibile per la sinergia della competenza e rettitudine deontologica del personale medico e per la forza della carità cristiana che animò la popolazione di Rocchetta a collaborare fattivamente e in modo determinante a sostegno dell’impresa dell’Ospedaletto le cui esigue risorse di mezzi e di persone non sarebbero state sufficienti a far fronte ai bisogni.


In quel contesto di lotta per la sopravvivenza e di aspre contrapposizioni belliche in cui tante viltà e orrori presero corpo, la storia dell’Ospedaletto e più ampiamento dell’intera vicenda della Resistenza ci dice che la carità cristiana di preti, suore, medici e popolazione riuscì a far emergere l’umanità e la solidarietà di molti.[80] Fu la carità a far uscire un intero paese dal naturale “egoismo di sopravvivenza” e a moltiplicare le risorse per dare insieme alle cure mediche “il ristoro e la serenità più desiderata del conforto cristiano fraterno”.[81]

 

 

B I B L I O G R A F I A


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[1] Le informazioni sono tratte dai quattro quaderni di Diario Parrocchiale, autografe, scritti con inchiostro nero e ordinati con numeri progressivi delle pagine; sono conservati nell’Archivio Parrocchiale di Rocchetta Ligure e saranno citati come Diario Grossi. Di tale documento ha scritto Anna Luisa Fiori, Monsignor Giovanni Grossi. Memorie. Parrocchia di Rocchetta Ligure 1903-1946, ed. Colibrì, 2001.

[2] “Sono stato nell'anno scolastico 1897/98 a Torino, nella casa in cui era Gaspare Goggi che andava all'Università. Eravamo io, Sasso Luigi, Sasso Davide, Ottaggi, Timò, il chierico Ottaggi, il chierico Gaglione, il chierico Ameri, e facevamo il liceo”; ADO, cart. Giovanni Grossi, L III.3.

[3] Dal Curriculum in Diario Grossi 3-4.

[4] Don Grossi ricostruì il suo curriculum vitae e le sue relazioni con Don Orione anche in una lunga lettera al Vescovo Mons. Simon Pietro Grassi del 5 agosto 1928, per chiedere la licenza di unirsi alla Congregazione di Don Orione; Archivio Don Orione, cart. Giovanni Grossi, Roma, L I.15.

[5] Il venerabile Don Carlo Sterpi (1874-1951) fu strettissimo collaboratore di Don Orione fin dagli inizi della Congregazione e ne divenne il primo successore.

[6] Lettera del 5 agosto 1928, sopra citata.

[7] Scritti di Don Orione, Archivio Don Orione (citato ADO), Roma, volume 44, pagina 143.

[8] Lettera del 13 ottobre 1926, Scritti Orione 37, 5.

[9] Lettera di Don Orione del 19 febbraio 1927 a Don Grossi; Scritti Orione 37, 6. Nel riferire del tempo passato con Don Orione precisa che il suo ritorno in Parrocchia fu il 4 dicembre di quell’anno; Diario Grossi 70. C’è da avere presente che anche il fratello Carlo, avvocato, fu intimo amico di Don Orione, presidente centrale degli Ex Allievi.

[10] Scritti Orione 37, 7.

[11] La sorte cadde sull’Opera della Divina Provvidenza.

[12] Archivio Don Orione, B I 37/2.

[13] Riunioni, ADO, p.157.

[14] Diario Grossi 100.

[15] “Il popolo Dertonino”, 15 marzo 1931. Don Grossi nel suo Diario riferisce che Don Orione “al popolo che stipava la Chiesa parlò per un’ora e un quarto della Madonna. In parrocchia si raccolsero 170 chilogrammi di rame” (p. 102-103). Poi, al 29 agosto successivo, si ebbero le feste per l’inaugurazione del Santuario di N. S. della Guardia con 500 chierici e sacerdoti di Don Orione presenti. Don Grossi scrive il 10 ottobre: “A Tortona, venuta del Maestro Lorenzo Perosi dopo 35 anni di assenza ed esecuzione in Santuario della Guardia dell’Oratorio la Resurrezione di Cristo” (p. 107).

[16] Cfr testo autografo di Felicina Poggi; ADO F III.19.

[17] Diario Grossi 134-135.

[18] “Sotto la Ripa”, 1-2; anche in ADO, O. II. 39.

[19] Lasciò Rocchetta il 26 marzo 1937 (Diario Grossi 157); fu presente all’Asilo fin dall’apertura, amatissima, e parti per l’Argentina il 10 aprile 1937, “lasciando qui tanti ricordi di bontà, di buon esempio e di silenzioso lavoro a pro di questi bambini e di queste figliuole”, informò Don Grossi; ADO B I 37.

[20] All’Asilo lavorarono anche Suor Maria Agostina Gusso (1903-2002) che rimase a Rocchetta fino a settembre 1955, Suor Maria Crispina, Suor Maria Romualda (Ermelinda Gualandris, 1905-1988).

[21] Molti particolari in Diario Grossi 136-142; riferisce dell’inaugurazione “La Piccola Opera della Divina Provvidenza”, ottobre 1934, 10-12; “Sotto la Ripa”, ottobre 1934, 3-4; Registro delle Case delle PSMC, ADO.

[22] Diario Grossi 142. Notizie dell’Asilo si trovano in “Sotto la ripa”; il numero di agosto 1937, p.1, riferisce di una riuscita accademia dei bambini.

[23] Lettera del 28 novembre 1934; ADO, B I 37/2.

[24] Lettera del 9 aprile 1937, ADO, B I 36.

[25] “Sotto la ripa”, Agosto 1937, p.1.

[26] La Piccola Opera della Divina Provvidenza”, novembre 1937, 15-16.

[27] Diario Grossi 195.

[28] Cartolina postale datata 21 marzo 1940; “Sotto la Ripa”, dell’aprile 1940, gli dedicò un commosso ricordo.

[29] Il 25 aprile 1945 è considerato il giorno della Liberazione perché si ebbe l'insurrezione generale e la ritirata dei nazifascisti; la definitiva cessazione delle ostilità in Europa si ebbe l'8 maggio.

[30] Il primo gruppo di partigiani fu costituito a Dernice nell’inverno del 1944, coordinato da Franco Anselmi (Marco), che poi diverrà la brigata Arzani.

[31] Così si legge nel necrologio della N. D. Felicina Poggi in “Sotto la Ripa, n.8-9 dell’Agosto-Settembre 1950.

[32] Di questo ponte ha scritto Gianbattista Lazagna, vice comandante della Divisione che lo fece saltare; Ponte rotto, Edizioni “Il Partigiano nel 1946; in ristampa recente Colibrì edizioni, Paderno Dugnano, 1996. i

[33] Don Grossi, le Suore e il dott. Tosonotti alla destinazione civile dell’Ospedaletto, senza preferenze ed esclusioni di persone e appartenenze. Quando un partigiano osò insultare le suore e dire: “L’ospedale è nostro e lo prenderemo noi”, Don Grossi, commentò: “Questa è la riconoscenza verso le povere Suore che con tanti sacrifici hanno curato i loro feriti ed infermi!”; Diario Grossi, 338.

[34] Fu pubblicato nella sua forma integrale, come allora fu scritto, dall’Amministrazione comunale di Rocchetta Ligure, con il sindaco Virgilio Crosa: Tosonotti Tito, L'ospedale “Val Borbera” in Rocchetta Ligure. Attività e vicende partigiane, Comune di Rocchetta Ligure,1967.

[35] Diario Grossi 325.

[36] ADO, R III. 36. L’11 ottobre successivo “Festa della Mater Dei, di cui era molto devoto don Orione”, “nell’ospedaletto inaugurazione della Cappella alle ore 8”; Diario Grossi 336.

[37] “La Piccola Opera della Divina Provvidenza” Luglio/dicembre 1944, p.25.

[38] Tito Tosonotti fu medico chirurgo, docente universitario genovese e viceprimario all’ospedale di Sampierdarena. Aprì una clinica a Genova, insieme al professor Gustavo Lusena che, di origine ebraica, a causa delle leggi razziali fu ricercato e la clinica chiusa. Anche il Tosonotti fu inserito nella lista delle persone sgradite al regime e decise di rifugiarsi ad Albera Ligure in val Borbera, zona d’origine della sua famiglia. A Rocchetta Ligure visse un capitolo straordinario della sua vita. Cfr La memoria di Tito Tosonotti: percorsi, fonti e metodi (1943-1945), Tesi di Laurea di Francesca Grasso, Università di Genova, 2006/2007, Archivio Ligure della Scrittura Popolare; Dizionario della Resistenza in Liguria, (a cura di) F. Gimelli, P. Battifora, De Ferrari, Genova, 2008

[39] Di Suor Maria Agostina Gusso si ricorda che “A Rocchetta la nostra consorella accoglieva tutti i feriti curandoli con competenza e carità. Era persona competente e piena d’amore per tutti”; Necrologio PSMC.

[40] Si chiamava Vittoria Cavalli, di Padova, 1887-1965. Aveva il diploma di maestra di asilo e di infermiera.

[41] Si chiamava Manila Foresti era di Predore (Bergamo) e morì a Genova 27 ottobre 1970.

[42] Fernanda Innamorati, nata nell’Aquila nel 1926, fece i voti nel 1943 e subito dopo i voti fu mandata alla scuola materna di Rocchetta Ligure; era infermiera. Morì ad Ameno (NO) il 26 giugno 2020. Queste quattro suore rinnovarono nel 1944 i loro Voti a Rocchetta, alla presenza di Don Giovanni Grossi. Anche altre Suore furono a Rocchetta per qualche tempo: Suor Maria Flavia (Miozzo Letizia), Suor Maria Carmine (Bottani Emma), Suor Maria Bernardetta (Ida Fasola), Suor Maria Signum Crucis (Concetta Ensabella), Suor Maria Giovannina (Ginevra Marino); Archivio PSMC, Roma.

[43] Ferrari Antonio è nato a Chiavari (Genova) il 4 novembre 1913. Entrò in Congregazione e fece la prima Professione il 1° settembre 1937, frequentò la Teologia a Tortona e fu ordinato sacerdote il 12 luglio 1942. Anche lui era diplomato infermiere. Fu destinato ad aiutare a Rocchetta Ligure. Una lettera collettiva di persone di Rocchetta Ligure indirizzata a Don Carlo Sterpi, il 9 febbraio 1945, dice: “Sentiamo il bisogno e il dovere di ringraziare Lei, rev.do Don Sterpi, per averci mandato Don Antonio Ferrari , che è stato per noi, nei momenti gravissimi che traversiamo, il nostro buon angelo che ci ha salvato da tanti mali a rischio e pericolo della sua vita  vediamo in questo sacerdote un vero figlio di Don Orione, vediamo in questo sacerdote la provvidenza che veglia su di noi. Con la sua grande carità cristiana, col suo spirito di sacrificio veramente ammirabile, sempre pronto In ogni ora e momento al bene altrui, noncurante del male proprio, soffrendo silenzioso e fiero ingiurie e percosse, ci ha tutti edificati e commossi, ed è per questo che non potendo specificare in questa lettera tutte le opere di carità e di vero e eroismo compiute da Don Ferrari per il bene nostro, ci limitiamo a riportare a Lei rev.mo Don Sterpi, la nostra riconoscenza per avercelo mandato e al nostro venerato Don Orione la nostra prece di ringraziamento  e di devozione. [si firmano] Rosa Carlo e famiglia, avv.  Pertica Luciano e famiglia, dott. Luigi Forno, Pertica Giovanni e famiglia [molti altri] ...e popolazione tutta di Rocchetta. (ADO, F III 9)

[44] Odino Ernesto nacque il 6 febbraio 1913 a Borghetto Borbera. Entrò in Congregazione nel luglio 1931, fece la prima professione il 7 ottobre 1936. A Tortona frequentò la Teologia e ottenne il diploma di infermiere; fu ordinato sacerdote il 19 giugno 1943. Nel 1944 fu cappellano a Rocchetta. Nell’agosto 1943 fu destinato a Napoli, dove “il Piccolo Cottolengo fu ferocemente colpito durante il barbaro bombardamento” del 1944 (lettera in ADO, cart. Odino Ernesto). Nel 1947 andò in Brasile, nella Parrocchia dell’Aquiropita di San Paolo.

[45] Diario Grossi 327-329.

[46] La Piccola Opera della Divina Provvidenza, luglio-dicembre 1944, p.24-25.

[47] Per una conoscenza delle vicende

[48] Riportato in “La Piccola Opera della Divina Provvidenza”, luglio-dicembre 1944, 25.

[49] Diario Grossi 330.

[50] Molti dettagli con nomi e numeri di quel febbrile soccorso in Diario Grossi 334.

[51] Domenico Sparpaglione, Miniera dei ricordi, 1945, ADO.

[52] Diario Grossi 331.

[53] Diario Grossi 331-333. Don Grossi che fu protagonista di questa ambasciata, aggiunge che “I primi che ci vennero incontro e con cui scambiammo i saluti ci dissero testualmente e con grande gioia: «Avete fatto bene a venire, perché se aveste tardato un poco noi incominciavamo a bombardare i paesi!»” (333).

[54] Diario Grossi 336.

[55] Diario Grossi 340.

[56] Così scrive don Domenico Sparpaglione nella sua Miniera dei ricordi, ADO.

[57] Diario Grossi 341-344.

[58] In lettera a Don Sterpi; ADO F.III 23. Nel necrologio di Suor Maria Eufrasia si legge: “In tempo di guerra si prodigò nell’Ospedaletto di Rocchetta Ligure. Si trovava appunto in questa casa, quando i Mongoli invasero il paese; passò momenti drammatici quando uno di loro, non certo con intenzioni rette, la costrinse ad entrare nella camera mortuaria... qui Suor Maria Eufrasia si gettò a terra, supplicando e invocando l’aiuto della Madonna stringendo nel pugno una sua immagine: fu battuta brutalmente. Mentre si svolgeva questa terribile scena, si udirono delle grida: la guerra era finita, tutti i soldati dovevano immediatamente ritirarsi. Il mongolo abbandonò la preda e si allontanò. Suor Maria Eufrasia dallo spavento rimase senza poter parlare, per diverso tempo”. Archivio PSMC, Roma.

[59] Diario Grossi 345.

[60] Diario Grossi 346.

[61] Lorenzo Nicola nacque a Cornale (Pavia) il 28 febbraio 1912. Divenne sacerdote orionino nel 1934. Fu protagonista attivo ed eroico durante le tragedie della guerra prodigandosi generosamente, anche a rischio della propria vita, a salvezza e conforto di tutti. Organizzò due squadre di pronto soccorso civile formate dai chierici orionini di Tortona. Protesse e mise in salvo ebrei prima, partigiani poi e, infine, anche fascisti e tedeschi. Cappellano del Summerlager tedesco e della Caserma della milizia italiana di Tortona, in buona relazione con i capi partigiani, tutti conoscevano la sua lealtà e carità e poté tessere relazioni che permisero di salvare molte vite umane e interi paesi. Terminata la guerra, partì missionario per l’Argentina e poi in Spagna; morì a Genova il 13 settembre 1965. Flavio Peloso, L’opera di soccorso degli orionini durante la seconda Guerra mondiale nel tortonese. Con documenti dell’Archivio Don Orione, “Iulia Dertona”2025, fasc. 125, p. 97-120.

[62] “Alla sera ha dormito qui perché a Borghetto c’è battaglia tra partigiani e Tedeschi”; Diario Grossi 346.

[63] Tito Tosonotti, 27.

[64] Eraldo Canegallo, Ma avevamo la gioventù, Documenti e memoria della resistenza nel Tortonese. 1943-1945, 235.

[65] Diario Grossi 347.

[66] Diario Grossi 349.

[67] Diario Grossi 350.

[68] La Divisione Garibaldi "Pinan-Cichero" fu la formazione partigiana che ha combattuto alle spalle dell'Appennino ligure-piemontese durante la Resistenza, in particolare nelle valli Curone, Borbera e Scrivia, dove già operavano le Brigate Oreste ed Arzani, di 300 uomini ciascuna. Era comandata dal popolare e influente comandante “Bisagno”.

[69] Giuseppe Tuninetti, Giuseppe Pollarolo: un prete di frontiera (1907–1987), Rubettino, Soveria Mannelli, 2004.

[70] Vedi Omaggio di devozione alla Beata Vergine, in “Il Popolo Dertonino”, 22 agosto 1946.

[71] Tito Tosonotti, 35.

[72] Le lettere erano intestate: Piccola Opera della Divina Provvidenza - Ospedale Civile “Val Borbera”.

[73] Ne diede notizia “Sotto la Ripa” riportando le commosse parole di commiato della superiora. La delibera del ritiro fu presa dal Consiglio generale delle Suore; Verbale del Consiglio generale FDP del 25 aprile 1957, ADO.

[74] Tito Tosonotti, L’ospedale “Val Borbera” in Rocchetta Ligure. Attività e vicende partigiane. Comune di Rocchetta Ligure, 25 aprile 1967, fascicolo di 38 pagine.

[75] Scritti Orione 114, 285.

[76] Si tratta di 4 quadernoni a righe, a fogli 148 × 210 mm, rilegati e con la copertina in cartone rigido con scritto sul frontespizio “Parrocchia di Rocchetta Ligure: Memorie 1908-1933, Memorie 1933-1943, Memorie 1943-1945, Memorie 1945-1946. Sono scritti come Diario di fatti di poco precedenti; ai fogli spesso sono incollati ritagli di giornale o altri; Archivio Parrocchiale di Rocchetta Ligure. Le ultime parole del Diario sono “Notizie che fra centinaia di anni interesseranno i lettori e ne appagheranno la giusta curiosità, li istruiranno nella storia e li riporteranno alla vita di oggi”. Poi un’altra mano, a matita, ha scritto: 13 giugno 1946 morte di Mons. Grossi.

[77] Fu fondato nel 1990 per iniziativa del Comune e della Regione Piemonte. Raccoglie immagini fotografiche, armi, proiettili, oggetti come radio da campo, borracce, borse, zaini e altri utensili dei partigiani della zona. Un percorso didattico iconografico in ordine cronologico illustra con testi e foto, le fasi della Guerra di Liberazione dal 1943 al 1945.

[78] All’evento era presente l’on. Pier Luigi Romita e le autorità della Provincia. Più recentemente, il 30 maggio 2016, è stato intitolato a San Luigi Orione l’edificio scolastico di Rocchetta Ligure.

[79] Si veda: De Rosa Gabriele, Clero e Resistenza, Edizioni di Storia e Letteratura, 1966. Pombeni, Paolo, La Chiesa e la Resistenza in Italia, Studium, 1976. Mugavero Luigi, Preti nella lotta di Liberazione, Dehoniane, 1988. Uomini di fede e partigiani, a cura dell’ANPI regionale del Piemonte, Uomini di fede e partigiani, ANPI regionale, 1995. Botti Alfonso, Cattolici e Resistenza, Il Mulino, 1997. Cavallera Giancarlo, Preti nella Resistenza piemontese, Effatà, 2008. Aa.Vv., Sacerdoti nella resistenza, Quaderno IV dell’Anpi di Tortona, Ed. Sette Giorni, Tortona, 2025. Per quanto riguarda la Congregazione di Don Orione: Flavio Peloso, L’opera di soccorso degli orionini durante la seconda Guerra mondiale nel tortonese, cit., p. 97-120.

[80] Tale contributo è riconosciuto nella lapide collocata a Cantalupo Ligure: “I Partigiani della Divisione Pinan-Cichero ricordano con riconoscenza le popolazioni della Val Borbera. Furono da loro curati sfamati confortati. Insieme combattendo il nazifascismo riconquistarono all’Italia libertà e democrazia”.

[81] Don Carlo Pensa nel giorno dell’inaugurazione dell’Ospedaletto, La Piccola Opera della Divina Provvidenza, luglio-dicembre 1944, p.24-25.