UN ANNO DA LEONE (XIV)

Ad un anno dalla elezione di Papa Leone XIV, alcuni spunti per ravvivare la conoscenza e la fedeltà al Papa

UN ANNO DA LEONE

Ad un anno dalla elezione di Papa Leone XIV, per ravvivare la conoscenza e la fedeltà


Don Flavio Peloso


Noi orionini recitiamo ogni settimana la Preghiera per la fedeltà al Papa in cui chiediamo: “Tu ce lo hai dato per nostro pastore e maestro, dà a noi o Signore, la costanza di professargli sempre tutta la nostra docilità come figli e tutto il nostro amore”. Don Orione spiegava che questa docilità e questo amore consistono nel “seguire sempre, in tutto e per tutto, gli insegnamenti di lui, non solo in materia di fede e di morale, ma in ogni cosa che egli, come Papa, insegna e comanda… anche i suoi avvertimenti, consigli e i suoi desideri”. Dunque, è importante anche il suo stile e la sua impronta pastorale.


Un anno con Leone XIV

Se Leone XIII fu il Papa che con l’enciclica “Rerum Novarum” aprì la Chiesa alla modernità sociale, in quest’anno Leone XIV è sembrato concentrato nel restituire un’anima alla modernità che l’ha smarrita. In questo senso va anche l’enciclica “Magnifica Humanitas”. Egli attinge alle fonti della spiritualità cristiana, con il suo Sant’Agostino in particolare, e cerca di offrire un’autorità morale forte in un mondo frammentato e secolarizzato. Il suo è stato, nella delicatezza e nella sobrietà che lo contraddistinguono, un anno da Leone! È un invito per tutti noi, là dove siamo e come possiamo, a non avere timore di ascoltare e di offrire la nostra esperienza cristiana con convinzione.

Nei non molti viaggi pastorali, il Papa ha scelto i luoghi feriti più che le vetrine. Non ha cercato di occupare la scena socio-politica. Ha preferito le mediazioni, meglio se fuori dalla piazza delle chiacchiere e lontano dai riflettori degli influencer della comunicazione. Anche quando qualcuno ha voluto portarlo nel ring della contrapposizione, Leone XIV non si è mosso dalla sua posizione di pastore spirituale super partes, ma non per questo extra partes. È stato tutt’altro che estraneo o indifferente alla vita dei popoli. “Il Papa è il padre del ricco, come del povero, per lui non esistono nobili o plebei, ma solo dei figli. Dal Papa la fede, la luce, la mansuetudine del Signore, che porta balsamo ai cuori, conforto e consolazione ai popoli” (Don Orione). Per seguire Papa Leone dobbiamo evitare il riflusso nel privato della vita cristiana e gettare ponti, relazioni e azioni con tutti, senza essere di parte.

 

Incontrare Attila

Leone Magno (390-461) fu il capostipite della serie dei Papi con il questo nome. Visse in un tempo di avanzata decadenza di civiltà, quella romana, e di invasione di nuovi popoli, definiti “barbari”, che lottavano per vivere, pieni di vitalità del braccio e del ventre. Fu uno scontro di civiltà ma poi divenne faticosa convivenza e infine lenta fusione che diede vita alla nuova civiltà europea. L’immagine del Papa che ferma Attila, in vesti sacre e armato della sola croce, rese Leone simbolo di un papato forte, capace di proteggere la città e i fedeli non solo spiritualmente, ma anche civilmente. In realtà, Papa Leone Magno fermò Attila con il dialogo e la mediazione; non lo aspettò a piede fermo alle porte di Roma, ma andò a incontrarlo al nord, sul fiume Mincio. Non alzò muri di difesa più potenti, non si fermò a dare allarmi o a demonizzare gli invasori. Il realismo della storia e l’azione della Provvidenza passavano per quei popoli che spaventavano, ma erano da incontrare.

Questa pagina di storia si ripresenta oggi nel tempo del nostro Leone XIV che, come egli ha detto, “non è solo un’epoca di cambio, ma è un cambio di epoca”. “Noi viviamo in un periodo in transizione dell’umanità! Avviene attorno a noi un rivolgimento radicale nella società, nel metodo dei governi umani, nelle relazioni della vita umana”. Da Figlio della Divina Provvidenza, Don Orione affermava che il cambio “è un fatto che non si può più mettere in discussione e questo fatto non è l’opera del caso o del demonio, ma si compie per disegno della Divina Provvidenza. La nostra fede e il vangelo sono il seme della redenzione dei popoli”.

Non ci fu fatalismo in Leone I di fronte ai barbari e agli imbarbariti e non c’è in Leone XIV di fronte ai 56 conflitti armati in atto e ai 123 milioni di migrazioni forzate (guerre, clima, fame, ecc.) nel mondo. E non dev’esserci nemmeno in noi.


            Autorevole perché autorizzato dal Vangelo

Nei tempi di forti cambi si esaltano le contrapposizioni, si invocano autorità potenti e prepotenti, interventi estremi risolutori. Il Papa parla invece con pacatezza e fermezza di pace non come tregua ma come criterio. Invita alla cura non come efficienza ma come relazione, in tutti i campi e non solo negli ospedali. Insiste sulla dignità come valore non negoziabile perché è un dato originario della persona e dei popoli. Richiama i limiti di rispetto oltre i quali nessuna ragione di stato e nessun calcolo politico può andare. Sono messaggi compresi anche nella cultura laica pur essendo del tutto evangelici.

Robert Francis Prevost ha preso da un anno il suo posto di guida, nella Chiesa e nel mondo, con uno stile pieno di autorevolezza, improntato alla mitezza, radicato nel Vangelo e nell’interiorità spirituale. È uno stile di essere “capo” controcorrente nel contesto attuale segnato dalla violenza dei conflitti e dall’arroganza dei potenti.

Eppure Leone XIV è capito da tutti quando dice, durante la veglia per la pace tenutasi in San Pietro l’11 aprile, che «La guerra è tornata di moda, si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per l’affermazione del proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto e mina il diritto umano internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici» di una “manciata di tiranni”.

Sono parole che creano un fermento di civiltà, una reazione di coscienze, un antidoto al totalitarismo. Infatti, hanno fatto saltare sulla sedia il presidente degli Stati Uniti, il quale, sentitosi chiamare in causa, ha avuto una reazione scomposta che potrebbe anche farlo cadere dalla sedia.


Un progetto per il futuro

Dall’alto della loggia di San Pietro, la visione di Papa Leone è molto realistica, illuminata dall’opera di Sant’Agostino La città di Dio, scritta dopo il sacco di Roma del 410. È una visione politica del mondo in cui il cristiano è chiamato all’impegno diretto, non mettendo in contrapposizione l’aldilà con l’aldiquà, la Chiesa con lo Stato: «Il cristiano, – afferma Leone Leone XIV vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile». Don Orione parlò di ricostruzione di civiltà dopo la prima guerra mondiale mediante “una carità alta e universale, illuminata, che nulla rigetterà di ciò che è progresso, di ciò che è scienza, di ciò che è libertà, di ciò che è bellezza, che è grande e segnò l’elevazione delle umane generazioni”.

Leone Magno e Sant’Agostino furono contemporanei, vissuti nell’epoca del decadenza dell’Impero romano. Entrambi diedero fiducia alla Chiesa nel costruire la città terrena a somiglianza di quella eterna. Poteva apparire un idealismo spirituale, eppure fu il dinamismo lento e potente come il lievito che creò la nuova civiltà europea.

            Questo dinamismo guida Papa Leone XIV. Seguiamolo.