LA STIMA TRA DON ORIONE E PADRE PIO DA PIETRELCINA
Padre Pio e Don Orione non si incontrarono durante il “decennio della tormenta” (1923-1933) e neppure dopo. Ambedue però, lasciarono numerose tracce della reciproca stima. Ne abbiamo raccolte alcune.
DON ORIONE E PADRE PIO DA PIETRELCINA
Sulle tracce della reciproca stima
Flavio Peloso
E’ senza data un ricordo della contessa Virginia Salviucci, benefattrice romana della Piccola Opera di Don Orione, cognata del Cardinale Silj, che abbiamo già incontrata nelle vicende fin qui narrate.
“Un uomo di mia conoscenza era caduto dal terzo piano di un fabbricato, essendo muratore. Ne uscì così malamente conciato che, pur scampando la morte, non potè più rimettersi al lavoro, non solo, ma soffriva dolori continui. Questo operaio si presenta a Don Orione, che aveva fama di santo, e pretende il miracolo per poter tornare a lavorare e sostenere la famiglia. Don Orione si schermisce:
- Caro, non sono mica un santo per fare i miracoli! Senti, però, in Puglia c’è un frate cappuccino che fa miracoli… Vacci a nome mio.
Dopo una settimana, l’operaio torna giubilante da Don Orione.
- Padre! Padre! …e gli scuote festosamente la mano davanti agli occhi.
- Sono andato da Padre Pio e quando gli ho fatto la domanda a nome suo, mi ha detto: “Beh, se è Don Orione che ti manda…”. E mi ha benedetto il braccio con un segno di croce e ora sono completamente guarito”.[1]
Don Giuseppe Dutto, orionino per lunghi anni superiore in Argentina e Uruguay, ha scritto: “Un avvocato di Montevideo (Avv. Moretti), un convertito ora molto fervoroso, parlando con Padre Pio a San Giovanni Rotondo, disse che conosceva Don Orione (difatti, l’aveva visto a Montevideo; e questo è di molti anni fa) ed allora P. Pio avrebbe detto a questo avvocato, riferendosi a Don Orione: “Quello sì che è un santo!.. io non sono neppure degno di toccargli l’orlo del vestito!”.[2]
Racconta invece il Beato Padre Gaetano Catanoso, di Reggio Calabria.
“Nel 1922, ero stato a S. Giovanni Rotondo, da Padre Pio, insieme al Can. Don Giovanni Calabrò, Parroco di Condera. Avevo bisogno di qualche consiglio. Padre Pio portava i guanti che coprivano la palma delle mani; non ricordo quando a P. Pio venne proibito di celebrare in pubblico. I commenti furono tanti e diversi ed allora ebbi un pensiero: che pensa D. Orione di Padre Pio?
Dopo qualche anno mi sono visto con Don Orione. Eravamo a S. Prospero (Istituto di Don Orione a Reggio Calabria) in molti, di dopo pranzo, nella sala della direzione. Io in un angolo guardavo Don Orione che passeggiava lungo il corridoio. Ritornò allora nella mia mente il pensiero di saper che cosa pensasse D. Orione di P. Pio, pensiero non manifestato ad alcuno. In questo frattempo Don Orione affretta il passo, e quando mi è vicino, toglie dalla tasca un grande zucchetto monacale, me lo calca sulla testa, e mi dice sotto voce: “È di P. Pio”. Se lo rimette subito in tasca, e torna a passeggiare come prima.
Si sono accorti gli altri? Non lo so, io rimasi confuso, direi stordito, ma felice”.[3]
Che Don Orione parlasse e trattasse Padre Pio con i segni di venerazione tipici riservati alle persone sante, come è il conservarne con devozione oggetti, era noto. Oltre a questo episodio accaduto col beato Catanoso, in un passaggio di lettera di Don Orione ai Confratelli in Argentina, leggiamo dell’incontro avuto con “Donna Maria de Alvear Unzué, che il Santo Padre fece contessa” e con le sue due sorelle: “ho dato loro parecchi oggetti di Padre Pio”.[4]
Il rapporto di Don Orione con i laici, collaboratori o semplici estimatori, fu meno ‘turbolento’ di quello di Padre Pio, ma costituisce un significativo capitolo della sua vita. Non pochi si diressero anche da Padre Pio.
La contessa Virginia Salviucci comunica a Don Orione, che nel 1936 si trovava in Argentina, la trepidazione di rivedere Padre Pio: “Ho in questi giorni la speranza di andare dal carissimo Padre Pio e sabato avrò la risposta; immagini come l’attendo benché rimessa alla volontà di Dio, essendo passati parecchi anni che non l’ho più veduto”.[5]
La Salviucci sempre accomunava nel ricordo sia Padre Pio che Don Orione. Superata una terribile pleurite che l’aveva ridotta in fin di vita, scrive al venerabile Don Carlo Sterpi, collaboratore e successore di Don Orione: “Per intercessione della Santa Madonna, del caro Padre Don Orione, Padre Pio, Padre Cappello, e Sua s’intende, il Signore mi ha miracolata e ciò lo devo dire alla sua maggior gloria e onore”.[6]
Maria Mancuso Giardinetti, moglie di un noto avvocato di Roma e penitente di Padre Pio, aveva chiesto a Don Orione di fare da “padrino” al figlio Mario. Aveva dato la notizia a Padre Pio. “Questi è stato contento ch’ella è il padrino di Mario, e dice così: Migliore scelta non avreste potuto fare”.[7]
Le espressioni di stima e di interessamento reciproco tra Padre Pio e Don Orione si spingono fino agli ultimi giorni di vita di quest’ultimo, spentosi a Sanremo il 12 marzo 1940. Ne abbiamo vari documenti.
Innanzitutto, Padre Pio fu certamente un argomento dei colloqui avuti da Don Orione con Don Umberto Terenzi, inviato a Sanremo da Padre Pio stesso. Egli si fermò presso il Fondatore tortonese fino a poche ore dalla sua morte.[8]
Del giorno precedente, invece, abbiamo uno scritto di Don Orione a Tullia Soster, di Strigno (Trento). Questa signora, che si definisce “figliuola spirituale di Padre Pio dal 1920”, fu impedita di andare a San Giovanni Rotondo e da molti anni si era affidata a Don Orione. Ebbene, scrive a Don Orione l’8 marzo 1940: “Crede lei che io debba o possa andare dal Rev.do P.Pio a S. Giovanni Rotondo?”. E Don Orione, da Sanremo, gli risponde il pomeriggio dell’11 marzo: “Andate pure da quella Persona: portate i miei rispetti e invocate una preghiera per la mia sincera conversione”.[9] La sera dopo, Don Orione moriva.
E’ vero, Don Orione e Padre Pio mai si videro, mai si scrissero. Ma, come abbiamo potuto leggere, non persero occasione per trasmettere attraverso comuni amici o beneficiati il proprio saluto, la propria stima, la propria comunione di preghiera.
Don Giovanni Monteleone, ricorse a Don Orione per regolarizzare la propria situazione. A fine 1939, si recò a far visita all’Arcivescovo di Bari, Mons. Marcello Mimmi, poi Cardinale, ed anche a Padre Pio. Scrive a Don Orione da San Giovanni Rotondo, il 31 ottobre: “Son venuto a trovare P. Pio da Pietrelcina e ho manifestato a Lui lo stato attuale delle mie cose, nonché il parere del mio Arcivescovo. Egli mi ha consigliato a procedere in tal senso, e mi incarica di dirLe che ‘egli prega sempre per Vostra Paternità e si raccomanda perché anche Lei faccia sempre lo stesso per Lui’”.[10]
Il Dott. Cesare Ravasi poté confessarsi da Don Orione durante il ritiro minimo per laici, al quale l’aveva invitato nel novembre del 1939, a Villa Solari di Fegino (Genova): “Andai a confessarmi da lui, e tra l’altro mi disse: la carità di Dio è così grande che noi uomini, per quanto la possiamo sentire viva nel nostro spirito, al suo confronto, ne siamo soltanto come ‘inzuccherati’. Mi recai poi,
circa un anno dopo, dal Padre Pio da Pietrelcina, e, confessandomi da lui, con mia meraviglia, mi sentii ripetere – a proposito della infinita bontà di Dio – lo stesso concetto, espresso con le stesse parole che io avevo udito da Don Orione”.[11]
Ci fu anche chi volle fare dei… paragoni tra i due. L’ing. Paolo Marengo di Genova, che prestava a Don Orione tanti servizi e tante filiali attenzioni era un’anima molto semplice, schietta, incantato della bontà. S’era messo nelle mani di Don Orione; ma andava anche da Padre Pio. A lui Don Orione consegnò più d’una volta il pane dell’amicizia da portare a San Giovanni Rotondo in dono a Padre Pio.
Un giorno l’ing. Paolo Marengo uscì di primo impulso con Don Orione in questo giudizio di confronto: “Perdoni, se glielo dico: lei e Padre Pio sono due santi, con la differenza che lei è santo furbo e Padre Pio è un santo meno furbo”. Don Orione non divenne rosso e non si smarrì di fronte a questa candida impertinenza. Rispose all’ing. Marengo prontamente e con arguzia, con una frase che, del resto, gli era abituale: “Sappi che di santi balordi in Paradiso non ce n’è”. Così difendeva ancora una volta la semplicità francescana ed umana di Padre Pio.
Don Orione morì il 12 marzo 1940. Il 18 marzo, sei giorni dopo, Padre Pio scrisse alla Baronessa Antonina Lagorio queste parole: “La dipartita di Don Orione mi ha riempito l’anima di tristezza. E’ una gran perdita per la Chiesa militante. Preghi il Signore per noi, e noi con i suffragi affrettiamogli la visione di Dio”.[12]
Padre Pio, dopo la morte di Don Orione, ha esteso la sua benevolenza a Superiori, Confratelli, Amici della Piccola Opera della Divina Provvidenza, tutti amabilmente accogliendo e benedicendo, a tutti offrendo edificazione e conforto.
Don Luigi Orlandi, orionino, fu spesso a San Giovanni Rotondo. “Abbiamo avuto la felice ventura di comunicare di persona con Padre Pio. Abbiamo potuto sedere a mensa con Padre Pio, dormire accanto alla sua cella, servirgli la Messa e trattenerci con lui a parlare per qualche tempo. Dai colloqui e da tutti gli incontri con lui abbiamo ricavato la convinzione, che egli doveva essere un gran Servo di Dio... Ogni volta che ci fu concesso di intrattenerci con Padre Pio, dopo esserci presentati come figli spirituali di Don Orione, ci accoglieva con segni di eccezionale letizia, proprio perché figli di Don Orione”.[13]
Ancora Don Orlandi ricordò una scena: “Siamo rimasti colpiti soprattutto da quello che Padre Pio ci disse mentre lo accompagnavamo dal luogo dove era solito fare il suo ringraziamento alla Messa: indicandoci, dall’alto della finestra, la gente che nel piazzale attendeva la sua benedizione o di potersi confessare, ci disse: Vede? Quella gente lì, se non stiamo all’erta ci spinge a casa del diavolo...”.[14] Questo episodio rivela in Padre Pio una grande sete di vita interiore. La “passione per le folle” e lo struggente ‘desiderio di preghiera’, di solitudine, fanno da contrappunto alle vicende evangeliche di Gesù, e sono note distintive anche degli uomini di Dio.
A Don Pietro Stefani, della comunità del santuario dell’Incoronata a Foggia, vicino a San Giovanni Rotondo, non restarono impresse delle parole, ma il gesto di Padre Pio. “Feci una lunga fila per poter salutare Padre Pio. Quando gli dissi che ero della Congregazione di Don Orione, uscì in una triplice esclamazione: Oh, Don Orione! Oh, Don Orione! Oh, Don Orione! Aveva il tono di chi ricordava una persona di cui era grandemente riconoscente e devoto”.
Don Carlo Pensa, 2° successore di Don Orione alla guida della Congregazione, ricorda: “Andammo una volta, Don Callegari ed io, da Padre Pio; era per entrambi la prima volta, nessuno di noi lo conosceva. Mentre entravamo dalla porta del convento egli usciva dalla chiesa e ci incontrammo. Avemmo la sorpresa di vedere che egli ci conosceva… Volgendosi a Don Callegari e parlando con me: ‘E questi, vedi, è un sacerdote che ha troppa fretta: vuol fare un santuario, lo vuol fare subito… Si lo farai, il santuario, ma col tempo… ci vorrà il suo tempo, farai tutto’. E a tutti e due: ‘Siete di Don Orione, eh? Quel santo sacerdote! L’ho conosciuto, l’ho conosciuto!’”.[15]
“Diverse volte in questi anni sono stato da Padre Pio (durante il Concilio con Mons. Angelo e P. Pio era stato tanto amabile da consentire anche un ricordo fotografico) e sempre ho riportato tanta edificazione e conforto per la particolare benevolenza verso la nostra famiglia religiosa”. Questo ricordo è di Don Giuseppe Zambarbieri, 3° successore di Don Orione. [16]
Don Ignazio Terzi, 4° Superiore generale della congregazione orionina, fu a San Giovanni Rotondo nel lontano 1936, quando aveva 16 anni. Ricorda l’estrema povertà del paese e del convento. Ricorda che incrociò Padre Pio nel corridoietto ed essendo soli si azzardò a chiedere: “Padre, lei ha delle visioni?”. E Padre Pio, tra il seccato e il faceto, gli prese il mento e gli disse: “Figlio mio, ma che vai dicendo? Che vai dicendo?”. Ma Don Terzi ricorda soprattutto la Messa di Padre Pio. “Durava forse due ore. Nessuno fiatava, tutti erano assorti nel contemplare il frate che non pareva più di questa terra. Si irrigidiva come estatico, vedeva tutto come in un altro mondo, si girava per il Dominus vobiscum e solo allora – ci avevano preavvisati prima – si potevano vedere bene le stigmate”. Don Terzi tornò a San Giovanni Rotondo varie volte. “Molti anni dopo quante cose erano cambiate! Ma la Messa era sempre quella, come durata, come intensità, come impressione”.[17]
[1] Che sia una storiella anche questo? Certamente il racconto è molto noto, da ‘fioretto’ e ciascuno lo narra “infiorettandolo”, appunto, ma il nucleo di verità è identico e dice della reciproca stima tra Padre Pio e Don Orione. Cfr. Pagnossin Giuseppe, Il calvario di Padre Pio, I 550, Peroni L., Padre Pio da Pietrelcina, p.359-360; Allegri R. Padre Pio, un santo tra noi, p.232; Cammilleri R., Padre Pio, p.128; Padre Pio da Pietrelcina e il servo di Dio Don Orione nella rivista La Piccola Opera della Divina Provvidenza, n.21-22, anno 63, novembre 1968, p.206.
[2] Lettera a Padre Carmelo, superiore di San Giovanni Rotondo, del 2.2.1956.
[3] Da un appunto manoscritto riportato in Busi Michele, Don Luigi Orione e Padre Gaetano Catanoso. Breve storia di un’amicizia, Messaggi di Don Orione n.96, Roma, 1998, p.37-38.
[4] Scritti 1, 62, ADO. Io stesso ho ritrovato in Archivio 4 bigliettini di pugno di Mons. Valbonesi che autenticavano “parte di amitto di Padre Pio da Pietrelcina”, “mezzo guanto appartenuto al P. Pio da Pietrelcina”, “4 fazzoletti del Padre Pio da Pietrelcina, 3 bianchi ed uno rosso”, : solo di uno ho trovato la “reliquia”.
[5] Lettera a Don Orione dell’aprile 1936.
[6] Lettera del 20.4.1943.
[7] Lettera a Don Orione del 20.3.1930.
[8] Cfr. il precedente capitolo Padre Pio a Don Terenzi.
[9] Scritti 42, 49.
[10] In Padre Pio, ADO. E’ lo scrivente stesso a porre in discorso diretto quanto detto da Padre Pio. Sulla stessa lettera sono annotate delle disposizioni di pugno di Don Orione.
[11] Testimonianza riportata in Ex processu, 1006.
[12] Epistolario IV, p.873.
[13] Padre Pio da Pietrelcina e il servo di Dio Don Orione, o.c. p.205.
[14] Padre Pio da Pietrelcina e il servo di Dio Don Orione, o.c. p.205.
[15] In Padre Pio, ADO. Questo appunto purtroppo è senza nome e senza data, ma dovrebbe trattarsi di Don Pensa. Don Callegari era all’Incoronata di Foggia e fu l’artefice della costruzione dell’attuale splendido santuario.
[16] Appunto in Padre Pio, ADO. Mons. Angelo è il fratello vescovo di Guastalla.
[17] Testimonianza, in Padre Pio, ADO.

