QUALCOSA DI DON ORIONE. Il film di Ermanno Olmi
Presentazione del film "Qualcosa di Don Orione" con sceneggiatura di Ermanno Olmi e regia di Marcello Siena, che l'assunse perché Olmi era fortemente limitato dalla malattia. Grande interprete di Don Orione è stato Enrico Maria Salerno.
QUALCOSA DI DON ORIONE
Un film pensato e scritto da Ermanno Olmi con la regia di Marcello Siena e l'interpretazione di Enrico Maria Salerno.
Fabrizio Lanciotti
«Sapeva cosa voleva dire la fame e così per tutta la sua vita curò le anime, ma anche i corpi del suo prossimo bisognoso di aiuto. Soprattutto coloro a cui è più difficile portare soccorso: a coloro che nulla hanno da dare in cambio, a volte neppure la riconoscenza e che agli occhi dei più appaiono subumani e repellenti» (E. Olmi).
L’attendevamo da tempo.
Dopo una lunga attesa e una lunga gestazione è arrivato finalmente nell’anniversario dei cinquanta anni dalla morte e dei dieci anni dalla beatificazione.
Un film su don Orione, o meglio su “qualcosa di don Orione”: titolo realista e intelligente che chiarisce subito l’impossibilità avvertita e confessata di abbracciare, se non in minima parte, la complessità, la profondità e la grandezza del personaggio e del suo messaggio.
Nell’incontro con la stampa, all’anteprima romana allestita dalla RAI, coproduttrice del film insieme alla Barbati-Orione editore, per la presentazione, Enrico Maria Salerno, protagonista interprete di don Orione non si stancava di usare sincere parole di ammirazione nei confronti di questo strano prete; lui che si definisce agnostico, anima in pena per lo meno, irretito dal fascino sublime di questa figura: «Non è la prima volta che sono chiamato ad interpretare la figura di un grande spirito religioso. Nel ‘74 realizzai un film sulla vita di don Milani, mentre prima avevo già dato voce al Gesù del ‘Vangelo secondo Matteo’ di P. P. Pasolini. Un anno fa Marcello Siena mi propose di interpretare don Orione per il suo film. È strano come certe proposte certe volte sembrano per chi le riceve, involontarie risposte. Io sono agnostico, il mio sport preferito è sempre stato il dubbio. Ma ci sono momenti nella vita di un uomo nei quali si sente prepotente e struggente il bisogno di una risposta. Momenti nei quali ci si sente terribilmente orfani e fragili e istintivamente si guarda in su. Ecco, in uno di quei momenti è arrivato il don Orione.
Io non ho fatto nulla come attore, ho messo da parte l’attore. Ho pensato come si fa nelle rappresentazioni sacre, come nei presepi viventi, quando si dà a qualcuno la parte di san Giuseppe, a qualcuno quella della Madonna, a qualcun altro quella del Bambino. Ebbene io sono stato quel qualcuno che nel film di Siena ho fatto don Orione».
E la sua interpretazione, piena di sfumature, spogliata di qualsiasi velo oleografico è risultata a dir poco affascinante. Con una somiglianza nel fisico e nei gesti veramente impressionante.
Sul suo volto Olmi ha trasferito con grazia sublime i tratti di un don Orione vero, umano, tratteggiando l’avventura di questo povero cristiano in piena sintonia con la sua sensibilità di autore attento e rigoroso, scegliendo una cifra iconografica reale e cogliendo lo spirito più profondo della figura orionina, senza forzature né alterazioni di tono.
E quel sorriso! Quello era il sorriso di don Orione. O almeno quello è il sorriso che ho sempre immaginato in lui.
Il titolo dicevamo: è un titolo anticipatore; dà già l’idea di ciò che lo schermo vuole offrirci ed è una scelta sagace. Non una biografia quindi vuol proporre la pellicola, e tantomeno una biografia romanzata, come spesso si tenta, nella presunzione errata che solo dando un taglio agiografico si possono vestire i panni di un santo. Si tratta praticamente di uno spunto, un invito alla conoscenza di questo prete straordinario, uno spunto di forte impatto, con una espressività dimessa e devastante, un invito alla riflessione e al confronto, non solo religioso ma anche umano.
“Qualcosa di don Orione” si presenta proprio come una riflessione acuta e pacata di una vita immersa nella vita. E infatti la prima parte, mentre ascolta e attende un don Orione lontano, in Sud-America, scruta con lieve semplicità, nelle scene già di per sé ricche di suggestione e significati, il mondo che lo vide e lo vede tutt’oggi operare. Frutto di sapiente montaggio sfilano immagini splendidamente disadorne che portano in primo piano spaccati di miseria e di dolore. La cinepresa accarezza con lo stesso amore questo mondo che assurge a protagonista effettivo di tutta l’opera in un capovolgimento di prospettiva: non è don Orione a chinarsi dall’alto sul mondo, ma il mondo emarginato e sommerso che genera questo prete e con lui riemerge, senza odi e rancori, al senso della vita in un’avventura corale che riscatta la dignità della vita stessa.
Il titolo dunque: qualcosa, solo qualcosa. Messi da parte i grandi momenti di eroismi riconosciuti, come ad esempio l’attività piena di fervore e di aneddotica dei terremoti di Messina e di Avezzano, con tutto il carico enfatico che mettere in scena questi momenti avrebbe comportato, la storia si snoda quasi silenziosa nella seconda parte, integrandosi magnificamente con la prima, dal ritorno dall’America Latina, nel corso dell’ultimo triennio di vita, raccogliendo i momenti più intimistici e privilegiando una dimensione più privata; il rapporto con i suoi giovani religiosi, con i confratelli e con il visitatore apostolico, anche lui spettatore come noi di quel miracolo incontenibile: «Deve averne fatte di promesse, considerando tutto quello che abbiamo visto in questo viaggio — dice l’abate Caronti in un momento del film a don Sterpi, vicario di don Orione —. E ho l’impressione che non siano ancora terminate queste promesse».
La struttura narrativa del lungometraggio continua sulla scia dell’itinerario filmologico che Olmi sta approfondendo dai tempi della brutta malattia che lo ha colpito anni fa. (Assonanze si incontrano con “La leggenda del Santo bevitore” di due anni or sono). Gli incastri e le sovrapposizioni temporali qui sono dilatati e spaziano dal periodo terminale della vita di don Orione (1937-40) ai momenti dell’infanzia e della giovinezza sino ai giorni nostri, assumendo il concetto atemporale del dolore come protagonista visibile in ogni tempo e latitudine. E allora alla voce fuori campo (voce corale di un racconto a più piani) che cita le sue lettere, esplicita i suoi ricordi o introduce i commenti e fa da filo di Arianna che ricuce con garbo e chiarezza il dipanarsi delle vicende (il parlato assume un aspetto preponderante nel film) si sovrappongono visioni di dolore attraverso quadri statici che rendono poeticamente crude e reali, prive di retorica, le immagini stesse, evitando di lasciare però il dolore privo di speranza: il sorriso il gesto di don Orione spezzano il circolo in un abbraccio di amore solidale e di fiducia.
La seconda parte evidenza le doti narrative di Olmi che ci regala momenti di intensa poesia, con quadri d’immagine che a tratti richiamano altre immagini del mondo dell’autore.
Senza nulla togliere a Marcello Siena, che ha firmato la regia, è impossibile non associare brani di sequenze ad altri brani della filmografia olmiana: la partenza per il convento di Voghera riecheggia la stessa atmosfera, gli stessi sapori de “L’albero degli zoccoli”, con quei volti induriti e teneri insieme che sottolineano la fatica del vivere, il coraggio, la forza di quel mondo, artigiano e rurale di fine ottocento, tanto caro alla sua poetica.
Già, il titolo: qualcosa, solo qualcosa dalla storia di don Orione, ma in compenso tutta la sua anima, tutto il suo mondo interiore, tutto il suo sogno affascinante e supremo, come affascinante e suprema fu la sua fede e la sua carità in Cristo.
Al pari di Francesco di Assisi, Luigi Orione, riabbraccia, a distanza di secoli, lo stesso Cristo umile e povero, misero e abbandonato, derelitto e represso, per portarlo con amore evangelico, agli altari della vita e ai piedi della croce, come figlio a pieno titolo e senza riserve di Dio prima di tutto e di questo mondo poi.
Il film alla fine risulta bello e convince in pieno. È sicuramente l’opera più riuscita tra quelle che si sono proposte di affrontare la figura di un santo o di un beato. Un documento, più che una rievocazione, chiaro e trasparente, essenziale e rigoroso, disegnato da una fotografia dal senso cromatico che richiama le pitture ottocentesche.
La scelta stilistica degli autori, scarna e raffinata, rispecchia in maniera esemplare, perfino essa, la linea stilistica che l’umile e povero prete di Pontecurone aveva dato a se stesso e alla sua Famiglia religiosa.
Il film si chiude con l’ultimo incontro con i suoi chierici e sacerdoti a Tortona, alla vigilia della sua partenza per San Remo, quattro giorni prima della morte, con dissolvenza finale. La sua morte è il canto di Dio tra i miseri e gli infelici. Egli non muore, la sua voce oggi si riascolta attraverso i suoi figli, chierici, suore e laici, e il suo canto della carità risuona ancora umile e imponente in questo mondo in cerca di riscatto.

