DON PENSA RICORDA DON ORIONE
Una relazione con ricordi personali di Don Carlo Pensa su Don Orione.
RELAZIONE SU DON ORIONE DI DON CARLO PENSA
1. Ho conosciuto Don Orione nell’ottobre del 1902 quando venne al mio Paese, Scaldasole, invitato dal mio Parroco. Ho conferito con Lui la sera in casa del Parroco insieme con altri 4 giovani miei compagni nei riguardi della vocazione alla Congregazione che Egli stava fondando. Vi erano presenti lo stesso Parroco Don Ernesto Colli, il suo fratello Sig. Camillo e il nipote Don Beniamino. Il mattino seguente che era Domenica mi sono confessato da Lui, ascoltata la sua Santa Messa durante la quale fece la spiegazione del santo Vangelo, rimasta memorabile nel paese.
Ho avuto un’impressione assai salutare e della sua santità di cui già avevo stima per quanto avevo udito di Lui dal Parroco e dal Sig. Camillo suo fratello, che era stato a Tortona più volte e si era intrattenuto con Lui.
L’anno appresso e precisamente il 14 ottobre 1903 sono entrato nella Congregazione di Don Orione, accolto a Tortona nel Collegio Santa Chiara e dopo otto giorni mandato a Roma, alla Colonia Agricola Santa Maria di Monte Mario dove vi era Don Orione Direttore fino all’estate inoltrata del 1904, quando Egli chiamò Don Piana di Noto in Sicilia.
2. Le mie relazioni da allora durarono fino alla sua santa morte, quale suo religioso. In diretto contatto alla Colonia Agricola di Monte Mario fino a che ne tenne Lui la direzione; circa un anno – durante il quale più volte Egli si assentava anche per più settimane di seguito per attendere alle cose della Congregazione. Più tardi per alcuni mesi nella Casa Madre di Tortona.
Le relazioni o per lettera o per visite e abboccamenti richiesti dagli uffici e occupazioni da Lui datemi nella Congregazione furono continue. La corrispondenza sua che ho potuto rintracciare l’ho consegnata tutta alla Casa Madre.
3. Quando sono entrato in Congregazione 1903 erano in efficienza le seguenti Case e Opere: Tortona,Collegio Santa Chiara – San Remo, Convitto San Romolo – Roma,Colonia Agricola Santa Maria a Monte Mario – Petrara (Orvieto) Colonia Agricola – Noto (Sicilia) Colonia Agricola. Di tutte le altre Case e Opere sorte in seguito ho visto la fondazione e ne ho assistito lo sviluppo a seconda delle circostanze in cui mi sono trovato quale membro della Congregazione.
A CONTATTO CON DON ORIONE NELLA COLONIA AGRICOLA DI MONTE MARIO - ROMA
I. Dopo un mese del mio accoglimento mi sono malato di bronchite. Don Orione mi ha messo nella sua camera attigua alla direzione e nel suo letto ed Egli stesso mi ha fatto da infermiere con tanta cordialità e premura.
Di notte Egli dormiva, dopo aver lavorato allo scrittoio fino a tarda ora, seduto allo stesso scrittoio. Il suo letto e la sua camera era sempre a disposizione di chiunque ne avesse bisogno.
II. Un giorno ritornando da Roma sul calessino della Colonia condusse con sé un poveraccio che trovò per la strada, credo, al margine. Era un russo; non si poteva capirci affatto con la parola, con qualche segno appena. Don Orione gli diede la sua camera e letto che occupò finché non prese la strada del ritorno in Russia: più di un mese lo trattò con tanto rispetto e deferenza.
Altro caso successo di simile; per esempio quel povero uomo trovato nelle stesse condizioni del russo che poi divenne l’eremita fra Pellegrino.
III. In suo riguardo Don Orione non si dava pensiero. Per lo più dormiva sul sofà della foresteria così vestito come si trovava. Qualche volta d’inverno nella stalla, dentro la greppia l’ho visto io. Altre volte si faceva chiudere dentro la chiesetta e vi passava la notte. Il mattino lo si trovava raggomitolato sulla predella dell’altare.
IV. Una volta verso il mezzodì l’ho trovato disteso a bocconi sul pavimento della Cappella dinnanzi all’altare con le braccia allargate pure sul pavimento. Era durante il periodo, diciamo adesso, di un grande dolore che aveva per la Colonia della Petrara. E così si umiliava dinnanzi al SS. Sacramento.
V. Sovente dovendo scendere a Roma, mi prendeva con sé a guidare il cavallino con il calesse. Un giorno d’inverno verso sera l’avevo condotto alla Stazione Termini. Si scese e mi disse: aspettami qui che vado dai Salesiani che sono qui a pochi passi. Io ho aspettato finché, non so come, mi persuasi che Egli ormai non venisse più e che fosse ritornato alla Colonia con altro mezzo, forse offertogli o capitato di migliore. Toccai il cavallo e difilato ritornai a casa, sorpreso non poco che il Direttore non vi era ritornato. Allora ripresi di nuovo il Vicolo Massimi e la via Trionfale e lo incontrai che veniva su a piedi quasi dinnanzi alla Madonna del Rosario. Io confesso sono rimasto allibito. Egli con tutta serenità salì sul calesse e anziché rimproverarmi lietamente mi confortò a stare di buon animo poiché niente aveva fatto di male, né Egli se l’era presa a male.
VI. Giocava con noi assai volentieri e con animazione. Ci faceva Lui la meditazione la mattina sul’Apparecchio alla Morte. Qualche volta dopo la Santa Messa ci rivolgeva ancora una parola sul santo del giorno o sulla festività.
Insisteva molto sulla preghiera e sulla pietà.
La Quaresima di quell’anno 1904 l’ha passata con un pasto al giorno; così mi pare.
La sera dopo cena ci faceva andare dal refettorio alla Chiesa per le orazioni in processione e recitando il Miserere.
Il Mese di Maggio ce lo fece fare giù alla Madonnina di Lourdes dopo il sottopassaggio della ferrovia. Ove vi era anche una buona fontana di acqua. Dopo la considerazione che seguiva ai cantici Egli intonava le Litanie e in processione e cantando si andava su alla Chiesetta dove si conchiudeva la funzione con la benedizione col SS. Sacramento.
Esortava sovente alla frequente confessione ed alla S. Comunione. Ho notato qualche volta che celebrando la Santa Messa, accadeva che tutto ad un tratto batteva le palme delle mani sull’altare. Chiestogliene il perché, diceva che era vero, ma quale il vero motivo?
VII. Raccontava di un sogno curioso fatto dopo la morte di FRA IGINO I° dormendo nella cameretta dove questi morì: salendo da Roma a Monte Mario tre fiere gli venivano incontro per assalirlo e sbranarlo, ma invocando la Madonna per suggerimento di Frate Igino due di esse gli caddero ai piedi mentre la terza si dileguò. Commentava nei riguardi di avversari della Congregazione nascente.
VIII. Don Orione allora era ancora giovane, ma pur con il suo fare gioviale e noncurante di sé accaparrava subito vero rispetto da chiunque lo avvicinava. Veniva sovente alla Colonia Mons. Misciatelli del quale era la Colonia, e quantunque in certi punti non collimava con le idee di Don Orione, pure ne aveva rispetto e stima. Il giorno in cui il Card. Merry del Val indossò per la prima volta la sacra porpora venne alla Colonia con suo papà ed altri suoi stretti parenti e da quel giorno Don Orione gli entrò in tale considerazione che gliela mantenne per tutta la vita, anzi cambiandosi in venerazione e più volte in seguito Don Orione andava dal Cardinale dopo che questi era il Cardinale del Santo Ufficio.
IX. Nel maggio di quell’anno 1904 Don Orione volle mandare al Santo Padre Pio X° le primizie della frutta della Colonia: un piccolo cestino di ciliegie e di albicocche. E con quale devozione Egli stesso volle accomodare la frutta nel cestino! E’ da quello che Pio X incominciò ad avere in conto Don Orione. Pare che sia stato per suo suggerimento che fu data a Don Orione da officiare la Chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri di Sua Santità alla nuova porta omonima del Vaticano fatta aprire dallo stesso Papa.
Da allora le relazioni di Don Orione con Pio X divennero sempre più frequenti ed intime. Ed è a Sant’Anna che ebbe poi facile occasione per incontrarsi con alti personaggi Ecclesiastici ed anche civili, fra i quali ci ricordava in particolare, il Prof. Costantini, che gli divenne intimo; il Conte Servanzi Collio Guardia nobile del Papa, che gli donò il fabbricato a San Severino Marche, città natale del Conte, nel quale aprì un Istituto artigianato per orfani, intitolandolo al Sacro Cuore di Gesù.
X. Alla Colonia di Monte Mario ho udito da Lui questa espressione detta scherzevolmente “Se riesco ad imbrogliare la Santa Madre Chiesa c’è una nicchia anche per me in San Pietro”.Non mi ricordo bene, ma mi pare che fosse in occasione della beatificazione del Curato d’Ars.
XI. Per la festa dell’Immacolata 8 dicembre 1904, 50° della definizione dogmatica omonima ammise a fare i Santi Voti canonici gli Eremiti che eravamo alla Colonia – per la prima volta.
XII. Non si dava nessuna aria di superiorità, tuttavia la sua superiorità era tenuta da tutti al massimo per quella venerazione che si aveva di Lui per tutto l’insieme della sua condotta da cui emanava una superiorità e spiritualità tutta speciale e che dolcemente si imponeva nel suo atteggiamento sempre gioviale e umile. Un mattino d’estate dovette andare giù a Roma molto per tempo senza avere celebrato la Santa Messa. Nel ritorno, sia per il caldo che per l’abitudine della Messa per tempo,come se già avesse celebrato, alla fontana che c’è lungo la strada Trionfale, fece fermare il cavallo a bere e anche Lui discese dal calessino a bere. Si ricordò poi che doveva ancora celebrare e che ormai non poteva più per avere rotto il digiuno. Arrivato alla Colonia volle confessare questa sua distrazione pubblicamente. Certo che nessuno avrebbe mai saputo niente di questo: essendo giorno di lavoro tutti ritenevano che avesse celebrato a Roma.
Un simile caso gli avvenne nel 1920, a Venezia, prendendo l’abluzione dopo la prima Messa del giorno dei Morti e volle farlo sapere unicamente credo, a sua umiliazione.
DELLA SUA FEDE EROICA
La sua vita mi è parsa tutta illuminata e guidata dalla fede, dimostrata dal suo continuo ricorso alla SS. Eucaristia, specialmente nei momenti di dolori e contrasti. La sera tardi da solo gli piaceva intrattenersi dinnanzi al Tabernacolo; da giovane vi passava le notti intere. Quando arrivava nelle Case la prima cosa era l’andare in Chiesa a salutare l’ospite divino e la S. Madonna. La celebrazione della Santa Messa era una manifestazione della sua fede. Andare con Lui o si discorreva di cose interessanti la Congregazione o le nostre Case o opere, o più facilmente pregava con il Rosario. Nella preghiera gli piacevano le formule semplici tradizionali.
Se si faceva visita al SS. Sacramento passando dinnanzi a qualche Chiesa insisteva nella recita di semplici Pater Ave Gloria. Pregava anche per le vie delle città. Se suonava la campana del mezzogiorno dovunque si levava il cappello e diceva l’Angelus, senza alcun rispetto umano.
Un giorno a Venezia io ero con Lui che l’accompagnavo dal Patriarca. Sul ponte dinnanzi alla Chiesa di San Moisé ci incontrammo con l’Arcivescovo di Messina, Mons. Paino. Don Orione dopo averlo ossequiato e complimentato volle da Lui la benedizione che ricevette inginocchiato là sul ponte dinnanzi a tutto l’andar e vieni della gente, con le mani giunte come se fosse in Chiesa dinnanzi all’altare. E anch’io ho dovuto inginocchiarmi. Viveva in un’atmosfera di fede e niente gli importava del rimanente, né di che si sarebbe detto né di che si sarebbe pensato.
Ho partecipato più volte alla festa della Madonna della Guardia a Tortona e fin dalla prima volta nel 1919 sono subito stato compreso che Egli cercava con queste manifestazioni, come aveva fatto con i pellegrinaggi, di svegliare la fede tradizionale nel popolo. Lo stesso intento nella pubblicità dei manifestini che in larghissima misura faceva distribuire in paesi della Diocesi e fuori Diocesi. “Facciamo questo, egli diceva, per richiamare anche i dormienti, anche i lontani ad un pensiero della nostra santa religione”. Così nel suo ardimentoso lavoro per la diffusione della buona stampa: suscitava nel popolo la fede, richiamava al pensiero di Dio, della Madonna, dell’anima da salvare.
Ho partecipato agli Esercizi Spirituali predicati da Lui ai nostri Sacerdoti a Campocroce, mi pare nel 1926. Egli faceva le istruzioni ed io le meditazioni. Molto si intrattenne sulla povertà religiosa.
Aveva speciale devozione a San Giuseppe e raccontava di aiuti speciali avuti da questo Santo in modo anche prodigioso nei primi anni della Congregazione.
Era devoto di San Benedetto, di San Luigi sul cui corpo ogni anno, se non era proprio fisicamente impossibilitato, dovunque fosse si recava a celebrare l’ultima S. Messa nel giorno della sua festa; di D. Bosco, del Cottolengo, dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, dei defunti, particolarmente dei confratelli nostri passati all’altra vita.
E raccomandava di ricorrere alle anime sante del Purgatorio per ottenere certe grazie speciali.
A Messina istituì la Lega espiatoria a suffragio dei defunti vittime del terremoto che il Santo Padre Pio X arricchì di preziose indulgenze.
Nelle sue predicazioni e conferenze raccontava con suo spirituale diletto aneddoti di vite di Santi. Come ne venerava le reliquie e ne era un avido raccoglitore.
A far guerra al peccato si appoggiava con particolare cura al Sacramento della Confessione. Era uno dei più frequenti soggetti della sua predicazione, la conclusione di pellegrinaggi, di altre manifestazioni religiose da lui volute.
Così come diceva ed inculcava a noi di evitare anche l’apparenza del peccato, Egli faceva, come l’ho constatato, nel suo parlare, nel suo portamento, nel suo contegno in casa e fuori. Come gli erano frequenti, quasi naturali, pur nella sua semplicità, le giaculatorie, le invocazioni, le aspirazioni al Signore e alla Madonna. Ed è morto invocando ripetutamente il SS. Nome di Gesù.
Arrivai alla Casa Madre da Venezia, era già sera. Non era in camera sua, ma in un’altra dove uno era a letto indisposto. Andai a presentarmi ed a ossequiarlo là. Ad un certo momento dice: lo lascio qui confessalo ne ha bisogno.
Un’altra volta ritornavo con Lui da Villa Moffa, erala vigilia dell’Assunta e già sera e giunto a Tortona mi dice: abbi pazienza, vieni ancora con me che andiamo a Montebello là dai probandi: confesserai c’è necessità. E così si fece.
DELLA SPERANZA EROICA
I. Una sua caratteristica che mi si presentava nel suo modo di fare era proprio quella della noncuranza delle cose temporali. E se pur doveva per necessità di circostanze occuparsene non era se non per il raggiungimento del bene spirituale ed eterno. Dio, anima, eternità metteva avanti tutto e lo manifestava anche con cartelloni che faceva mettere fuori per la Casa quando si facevano gli Esercizi Spirituali.
Il suo abbandono alla Divina Provvidenza era tale che fu anche giudicato un paradosso.
Mi riferiva Don Candido Garbarino che a Roma trovandosi col Prof. Costantini, sentì questi uscire in queste espressioni: Di Don Orione non si sa certe volte che cosa dire. Ci sono dei bisogni impellenti; necessità della sua presenza per l’andamento della sua Congregazione e delle sue opere ed egli non si fa vivo. Non guarda con il nostro occhio e viene da dire che non solo trascura ma che faccia a bella posta perché le cose vadano alla malora. In realtà poi le cose vanno progredendo, vanno meglio. Ed allora bisogna concludere che Egli affatto non conta che sulla Provvidenza del Signore che fa. Quest’uomo mette alla prova con la sua fiducia la Divina Provvidenza più ancora del Cottolengo. Egli però dovunque aveva sempre in atto la preghiera fino all’ultimo respiro.
DELL’AMOR DI DIO
La prima percezione che ho avuto nel conoscerlo e poi stargli vicino e che in fondo a tutto era l’amor di Dio il suo primo movente.
Fino a che non fu dispensato dal Breviario per le sue incessanti occupazioni e per la Congregazione e per altri incarichi e pel ministero, quanto faticava per poter obbedire a questa legge ecclesiastica.
Più volte è toccato anche a me a vegliare durante quel sonno opprimente che la sera dopo cena lo coglieva per la giornata passata in un lavoro indicibile, onde svegliarlo a tempo debito perché soddisfacesse alla recita del Breviario. Egli tanto sentiva di essere Sacerdote e ci teneva a tutti i doveri sacerdotali senza risparmio di sacrifici.
E così certamente la Congregazione la voleva perché convinto che piaceva al Signore, egli era un messo per togliere dal mondo e dal peccato tante anime e darle a Dio e alla Chiesa.

