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Messaggi Don Orione
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Autore: Flavio Peloso
Pubblicato in: Articolo pubblicato in “Bollettino dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia” [retrodatato LI(2016), p. 71-86]

Articolo pubblicato in “Bollettino dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia” [retrodatato] LI(2016), p. 71-86, con il titolo Padre Agostino Gemelli disse il vero: visitò le stimmate di Padre Pio da Pietrelcina

PADRE AGOSTINO GEMELLI DISSE IL VERO:

VISITÒ LE STIMMATE DI PADRE PIO DA PIETRELCINA

 

Flavio Peloso[1]

 


Abstract

La letteratura biografica su Padre Pio da Pietrelcina attribuisce un ruolo determinante a Padre Agostino Gemelli nelle lunghe indagini del Sant’Uffizio sul Santo cappuccino e, soprattutto, lo accusa di menzogna per avere egli affermato di avere visitato le stimmate mentre i testimoni, presenti all’incontro del 19 aprile 1920, lo hanno negato. Lo studio attento e le carte dell’Archivio del Sant’Uffizio svelano con più completezza i fatti e apportano novità circa la visita alle stimmate.

 

 

 

 

 

            Padre Agostino Gemelli OFM e Padre Pio da Pietrelcina OFM Capp sono due eminenti protagonisti del Novecento. Con dinamiche di vita diverse hanno aperto cammini culturali e ascetici tuttora percorsi da larghi movimenti di persone che ad essi e alle loro esperienze si ispirano. Eppure, il loro incontro, avvenuto negli anni Venti, è considerato “una pagina triste” per le modalità e per i contenuti che lo caratterizzarono. Nostro interesse è qui riprendere e per quanto possibile chiarire un dettaglio, il più delicato della vicenda, riguardante l’accusa di falsità nei confronti di Padre Agostino Gemelli che avrebbe giudicato le stimmate, affermando di averle visitate, mentre le testimonianze della visita di Padre Gemelli a Padre Pio da Pietrelcina il 19 aprile 1920 negano che ciò sia stato possibile.

            I due nostri protagonisti sono ben noti e sono stati oggetto di dettagliate ricostruzioni biografiche e di innumerevoli approfondimenti di studio. Giova qui richiamare la loro figura con un fermo immagine al momento in cui essi entrarono in contatto.

            Padre Agostino Gemelli era nato a Milano, il 18 gennaio 1878.[2] Edoardo – questo il nome datogli alla nascita - fu protagonista di una clamorosa conversione che sorprese la famiglia di origine, agnostica e anticlericale, e gli ambienti da lui frequentati.[3] Ottenuta la laurea in Medicina, giovane aspirante scienziato, proveniente dal positivismo del suo professore Camillo Golgi, e dalle barricate socialiste del 1898, influenzato da Don Giandomenico Pini e dall’ambiente della FUCI, divenne frate francescano a Rezzato (Brescia) e fu ordinato sacerdote nel 1908. La “riconquista” cattolica della società catalizzò ogni suo impegno religioso, scientifico e organizzativo. Nel 1908, fondò la Rivista di filosofia neo-scolastica e, nel 1914, la rivista Vita e Pensiero. Durante la prima guerra mondiale, prestò il suo servizio come medico e sacerdote; fondò un laboratorio psicofisiologico presso il comando supremo dell'esercito. Nel 1919, l’amicizia e la collaborazione con Ludovico Necchi, Armida Barelli, Filippo Meda e Ernesto Lombardo portarono alla costituzione dell’Istituto Giuseppe Toniolo di studi superiori e successivamente alla nascita dell'Università Cattolica di Milano, inaugurata il 7 dicembre 1921 con le prime due facoltà di Filosofia e Scienze sociali. È proprio in questo momento molto fecondo ed esuberante della sua vita che Padre Agostino Gemelli è invitato a incontrare Padre Pio da Pietrelcina per dare una sua valutazione del fenomeno delle stimmate, l’aspetto più eclatante della personalità del giovane frate di San Giovanni Rotondo.

Padre Pio da Pietrelcina, all’anagrafe Francesco Forgione, nacque a Pietrelcina il 25 maggio 1887.[4] Proveniva da un’umile e devota famiglia cristiana e seguì le orme di San Francesco entrando, nel 1903, tra i Frati Minori Cappuccini nel noviziato di Morcone (BN); fu ordinato sacerdote nel 1910. Nel curriculum vitae di questo frate l’originalità è costituita dall’esperienza di numerosi ed eccezionali fenomeni fisici, psichici e spirituali. Dal 1916, Padre Pio prese stabile dimora nel piccolo convento di San Giovanni Rotondo. Nel 1918 ricevette le stimmate permanenti durante una visione di Gesù Crocifisso che gli disse: “Ti associo alla mia Passione”. Questo fenomeno e la fama di santità di Padre Pio, dopo un primo tempo di riservatezza,[5] si imposero all’attenzione e crearono un movimento di interesse e di devozione in tutta Italia con un crescente e imponente afflusso di persone al convento del Gargano.

Di fronte agli eventi riguardanti Padre Pio, il Prefetto della Capitanata di Foggia, già nel giugno 1919, suggerì “una inchiesta dei pretesi miracoli e della salute del frate… al più presto possibile”, e una “minuta ed esauriente visita medica”.[6] Ma si attendeva soprattutto il competente giudizio dell’Autorità ecclesiastica. L’ambiente diocesano si manifestava piuttosto scettico e persino ostile; la Santa Sede faticava ad avere un’idea precisa su cosa stesse realmente accadendo, perché giungevano notizie contrapposte, influenzate tanto da devozione quanto da ostilità. Il card. Pietro Gasparri, segretario di Stato, in una lettera del 19 novembre 1919, parla della gente “attratta dalla fama di santità del Padre Pio, tutti desiderano confessarsi a lui e ricevere la Santa Comunione dalle sue mani” e manifesta di confidare in lui: “Dica al Padre Pio che ogni giorno nella S. Messa preghi fervidamente il Signore per il S. Padre e per me, affinché ci illumini e ci sorregga in tanti guai in cui ci troviamo”.[7]

È in questo tempo del primo discernimento da parte dell’Autorità ecclesiastica che si inserisce il coinvolgimento di Padre Agostino Gemelli, ritenuto uomo di scienza e di fede, dunque affidabile. Egli accettò di andare a San Giovanni Rotondo su invito del vescovo di Foggia, Mons. Salvatore Bella, probabilmente in accordo con Mons. Carlo Perosi, assessore del Sant’Uffizio, al fine di dare poi una sua valutazione. Padre Gemelli diede un giudizio negativo sulla natura delle stimmate, ma quello che suscitò, allora come oggi, sconcerto fu la netta divergenza tra la sua affermazione di avere visitato le stimmate, concordemente contraddetta dai testimoni del breve incontro, avvenuto presso il Convento il 19 aprile 1920.

 

Una falsa testimonianza incredibile

Dopo la pubblicazione del mio libro Don Luigi Orione e Padre Pio da Pietrelcina. Nel decennio della tormenta: 1923-1933,[8] fui contattato da Mons. Luigi Villa, un discepolo e intimo collaboratore di Padre Agostino Gemelli. Era preoccupato di ridimensionare le responsabilità di Padre Gemelli nel giudizio negativo sulle stimmate di Padre Pio. “Penso che il giudizio fortemente negativo di Padre Gemelli su Padre Pio da Pietrelcina fosse condizionato da quanto aveva ascoltato negli ambienti del Sant’Uffizio. Dall’Arcivescovo di Manfredonia erano arrivate pessime informazioni di Padre Pio, le peggiori che si potessero immaginare. E Padre Gemelli era andato con questo pregiudizio”.[9] Mons. Villa mi parlò della stima di Padre Gemelli verso Don Orione e concluse: “Padre Gemelli dice di aver fatto visita due volte a Padre Pio, ma in realtà io so che è andato solo una volta”. Mi sorprese che persino il suo fido collaboratore non credesse a Padre Gemelli quando affermava “di aver fatto visita due volte a Padre Pio” a San Giovanni Rotondo.

Effettivamente, era difficile credere a Padre Gemelli essendo sempre stata testimoniata da più persone un’unica sua visita. La stima verso Padre Gemelli spinge oggi molti a cercare di capire, o almeno di minimizzare il suo giudizio squalificante Padre Pio da Pietrelcina e le sue stimmate.[10] Ma la vicenda della mancata visita alle stimmate ha dell’incredibile. Il più grave problema storico e morale non è tanto la relazione negativa inviata da Padre Gemelli al Sant’Uffizio, che non sarà oggetto di questo articolo,[11] quanto piuttosto la sua “falsa testimonianza” nel dire di avere visto le stimmate mentre nella sua visita del 19 aprile 1920 non poté certamente vederle.[12] Come poteva un uomo della tempra morale e del rigore scientifico di Padre Gemelli dire il falso e fare una relazione sulle stimmate di Padre Pio senza averle viste?

In questo articolo cercherò di presentare e collegare alcuni elementi testimoniali e documentali, alcuni solo di recente conoscenza, che gettano nuova luce sullo svolgimento dei fatti.

 

L’incontro del 19 aprile 1920

Il resoconto più citato e accreditato della visita di Padre Gemelli è quello di Padre Luigi d’Avellino al suo superiore generale Padre Vigilio da Valstagna, datato “novembre 1932”,[13] nel quale riprende sostanzialmente la relazione fatta dal Padre Benedetto da San Marco in Lamis (Gerardo Nardella) del 16 luglio 1932[14] aggiungendovi congetture, impressioni e giudizi nei confronti di Padre Gemelli.

P. Luigi D’Avellino esordisce con l’affermazione “IL PADRE GEMELLI, come medico, MAI HA VISITATO IL PADRE PIO. Premetto che i testimoni ricordano con certezza certissima tutti i particolari, come se il fatto fosse avvenuto ieri, e tutti possono confermare con giuramento”.

Da Foggia, il 17 aprile 1920, “partirono insieme al M. R. P. Benedetto, il P. Gemelli, il Vicario Generale di Foggia Mons. Mosumeci, il segretario del Vescovo Don Giuseppe Patanè, il quaresimalista della Cattedrale M.R. P. Filippo Gerardi Minore Conventuale, l’ex Provinciale dei FF. Minori della Provincia di Puglia, il Guardiano dei FF. Minori del Convento di Foggia e la signorina Armida Barelli, venuta espressamente da Milano con P. Gemelli”.

La Barelli, ricevuta da Padre Pio il 18 aprile, cercò di preparare la strada all’incontro con Padre Gemelli per la visita delle stimmate. Però l’ispezione delle stimmate fu negata dal Provinciale per mancanza di un’autorizzazione scritta; solo fu permesso a Padre Gemelli di incontrare Padre Pio il mattino seguente, 19 aprile, in sacrestia, brevemente, prima della Messa. “Smessa l’idea della visita, Gemelli chiese un abboccamento col Padre Pio, che avvenne in sagrestia. Durò pochi minuti. Ero in un angolo lontano ed ebbi l’impressione che Padre Pio lo licenziasse come seccato”.[15]

Con Padre Benedetto era presente anche Emanuele Brunatto che testimoniò: “Il Gemelli assicurava di aver esaminato le celebri lesioni, mentendo spudoratamente, poiché non le aveva viste”.[16]

Dal racconto dei testimoni, i fatti risultano piuttosto chiari e certi e da essi emerge l’interrogativo ineludibile: “Se il P. Gemelli non ha esaminato come medico P. Pio, come ha potuto concludere che sia uno psicopatico ed un autolesionista?”.[17]  

Eppure, in quello stesso giorno, Padre Gemelli scrisse una Informazione, datata 19 aprile 1920, diretta a mons. Carlo Perosi, assessore del Sant’Uffizio.[18] Questo testo ha i caratteri di una informazione personale. Questo è l’incipit: “Illustrissimo Signore, Rev.mo Monsignore, io mi permetto disturbarla per richiamare la di lei attenzione sopra di un fatto che mi sembra debba essere di pertinenza della Congr. del Santo Ufficio. Scrivo a lei personalmente perché non mi sono formata una coscienza sicura di ciò che debbo fare e preferisco informare la S. V. R. lasciando al di lei prudente giudizio usare di quanto le scrivo nel modo che ella riterrà opportuno”.

Da queste parole risulta dunque trattarsi di una informazione inviata per iniziativa personale e non di una Relazione su richiesta dell’Assessore del Sant’Uffizio o da altra Autorità della Congregazione. Padre Gemelli premette la descrizione dello svolgimento della visita, poi dà un primo giudizio e infine invita ad occuparsi del caso.

“Io mi sono recato nel paese di San Giovanni Rotondo, al Convento dei Cappuccini (provincia di Foggia) per vedere padre Pio[19] (…). Giunto a Foggia mi accorsi che sopra di lui i giudizi sono assai contradditori; alcuni veramente ostili, altri invece decisamente favorevoli. Avvicinato il Padre Pio, senza alcun intento di studio e senza compiere alcun esame del punto di vista medico, ho però, com’è naturale, data la natura dei miei studi, potuto accertare alcuni fatti che naturalmente avrebbero bisogno di essere integrati mediante un completo esame, ma che già di per sé hanno un grande valore diagnostico (…).
Fondandomi sull’esistenza di questi fatti, ritengo sarebbe più che mai opportuno l’intervento dell’autorità ecclesiastica (…).
Il P. Pio è uomo veramente di elevata vita religiosa, uomo esemplare. Introdottomi a conversare con lui, senza che egli se ne avvedesse,
[20] con innocente artificio, lo sottoposi ad un interrogatorio psichiatrico;[21] non vi sono i segni di quelle malattie mentali a contenuto religioso che si potrebbero addurre in campo, ma P. Pio non presenta nemmanco nessuno degli elementi caratteristici della vita mistica. Sembra piuttosto un uomo a ristretto campo della coscienza, abbassamento della tensione psichica, ideazione monotona, abulia; elementi questi che fanno pensare a una diagnosi che io non posso formulare non avendo sottoposto il P. Pio a un esame neurologico, che assume in questo caso il valore di controllo dei suddetti dati.
Il suddetto Padre presenta inoltre alle palme e al dorso delle mani delle piaghe rotonde con escara, sanguinolenti.
[22] So che altrettante e simili piaghe ha ai piedi e che una, a forma di croce capovolta, presenta sull’emitorace sinistro”.[23]

Anche la conclusione lascia intendere che Padre Gemelli scrisse al Sant’Uffizio di propria iniziativa: “Perdoni, reverendo Monsignore, se io ho osato dirle tutto questo. Mi ha mosso l’interesse per la religione. Faccia ella ciò che crede di quanto le ho esposto”.[24]

Balza agli occhi il fatto che l’Informazione è datata 19 aprile 1920, lo stesso giorno del breve incontro con Padre Pio, ma, sorprendentemente, descrive la visita con uno svolgimento chiaramente diverso da quello avuto in quel mattino. Padre Gemelli scrisse di aver fatto una visita in incognito, “senza che egli (Padre Pio) se ne avvedesse” perché si introdusse “con innocente artificio”.

Chi era presente all’incontro del 19 aprile, giustamente, negò che Padre Gemelli avesse potuto, nel suo brevissimo e secco incontro con Padre Pio, fare un interrogatorio e anche solo vedere le sue piaghe. Padre Gemelli sembra descrivere un’altra visita. Di qui partì la consolidata e unanime tradizione riguardante la visita di Padre Gemelli e le sue false affermazioni.

Non abbiamo altre notizie utili sulla visita dalla seconda Informazione di Padre Gemelli, datata 2 luglio 1920, diretta ancora a mons. Carlo Perosi: “Ill.mo signor assessore, in appendice all’unito foglio e in merito a quanto ella mi prescrisse, le annoto quanto segue”.[25] Il testo contiene solo indicazioni di metodo per un eventuale studio su Padre Pio. Dopo l’Informazione “motu proprio” del 19 aprile precedente, mons. Perosi[26] chiese a Padre Gemelli di dargli indicazioni sul metodo con cui studiare scientificamente il caso di Padre Pio. Questo secondo testo contiene quello che alcuni hanno definito il “metodo Gemelli”.

 

Una o due visite di Padre Gemelli a Padre Pio?

Quando, nel 1999, scrissi il libro Don Orione e Padre Pio nel decennio della tormenta, misi almeno in nota[27] il dubbio che Padre Gemelli potesse avere visitato due volte Padre Pio, nella prima delle quali avrebbe visto anche le stimmate e nella seconda no. Era sorprendente che Padre Gemelli avesse affermato durante tutta la sua vita di avere visitato le stimmate di Padre Pio[28] e sorprendeva, soprattutto, leggere nella Informazione del Gemelli la descrizione di una visita del tutto diversa da quella effettivamente avvenuta il 19 aprile mattino del 1920, cui mai egli fa riferimento.

Anche a distanza di anni, nel 1952, quando Padre Gemelli ebbe uno scambio di corrispondenza con il gesuita Padre Cirillo Martindale,[29] al quale aveva richiesto una rettifica nella rivista The month a suo riguardo,[30] descrive la visita in termini e dettagli diversi dalla nota visita del 19 aprile 1920.

Il 20 giugno 1952, scrisse al Martindale: “Io non ho mai affermato nulla intorno a Padre Pio, parlando con il Dr. Festa, ed è naturale, perché io ero, e sono, legato dal segreto; mi sono limitato a dire che avevo fatto visita al Padre. Il Dr. Festa ha affermato quello che io non ho detto né ho scritto”. Rimprovera a Padre Martindale di essersi “fidato completamente del volume del Dr. Festa”.  E conclude: “Io sarei grato a Lei se avesse la bontà di rettificare i fatti, perché non è giusto che io sia presentato per quello che non sono”.[31]

Dopo un mese, il 19 luglio 1952, Padre Gemelli tornò a scrivere a Padre Martindale.

“La ringrazio vivamente della sua lettera… Ciò che ha importanza è quanto si riferisce a Padre Pio da Pietrelcina. Io ho esaminato accuratamente il P. Pio e anche le sue stimmate; durante l’esame delle stimmate era presente il suo Provinciale (…)”.[32] E poi aggiunge: “Non ho mai, in nessuna occasione, scritto intorno a P. Pio: e ne è evidente la ragione; non ne ho parlato mai con alcuno: non ho mai ad alcun uomo manifestato la mia opinione intorno a P. Pio. Io ne ho parlato solo con gli Ufficiali del S. Ufficio e con il Cardinale segretario.  (…)
Il S. Ufficio è a giorno anche della campagna veramente diffamatoria, fondata su asserzioni non conformi a verità, che si compie da alcuni scrittori, con libri e con riviste, nei miei riguardi; io ho una sola colpa: quella di aver esercitato la mia opera di perito medico mandato dal S. Ufficio
[33] ad esaminare il P. Pio. Il S. Ufficio mi ha sempre consigliato di tacere ed io ho obbedito”.[34] 

Effettivamente, Padre Gemelli mai scrisse e parlò della sua visita e del suo giudizio sulle stimmate di Padre Pio. Qui interessa, comunque, l’affermazione fatta a distanza di 30 anni dall’evento: “Io ho esaminato accuratamente il P. Pio e anche le sue stimmate; durante l’esame delle stimmate era presente il suo Provinciale”. Siccome però questa “visita accurata” non avvenne nel breve incontro del 19 aprile 1920, i testimoni e poi i biografi tacciarono Padre Gemelli di falsità e di tracotanza.

E se Padre Gemelli avesse descritto un’altra visita e non quella del 19 aprile?

Solo una persona (Don D. Palladino[35]) - scrive Padre Gerardo Saldutto, a p. 395 del suo documentato studio -, sostiene che non una ma due volte P. Gemelli s’è recato a San Giovanni Rotondo effettuando il controllo nel secondo viaggio: ciò gli fu riferito da Padre Gemelli stesso”.[36] Don Palladino potrebbe avere ascoltato questa informazione da Padre Gemelli, all’epoca dei fatti.

Una prima visita di Padre Gemelli a Padre Pio potrebbe essere avvenuta in forma non ufficiale e la visita a San Giovanni Rotondo, con Armida Barelli e altri, il 18-19 aprile 1920, avrebbe avuto lo scopo di completare e ufficializzare le conoscenze già acquisite. Pur impedito di visitare le stimmate per il noto diniego del Provinciale e di Padre Pio, Padre Gemelli decise di inviare ugualmente una sua informazione subito dopo la visita ufficiale (infruttuosa) ma con gli elementi acquisiti nella visita precedente. Da questa con-fusione delle due visite nacquero i problemi e l’accusa di falsità.

Se davvero ci fu una visita precedente a quella del 19 aprile, perché Padre Gemelli non lo disse apertamente? Forse per il carattere sostanzialmente incognito della prima visita?[37] Forse perché voleva/doveva tenere incognito chi gli chiese di fare quella prima visita, certamente il vescovo di Foggia, mons. Salvatore Bella, o Mons. Carlo Perosi del Sant’Uffizio? Forse per l’“artificio innocente”,[38] e comunque sconveniente, con cui si era introdotto e con cui l’aveva condotta? O tacque semplicemente perché dal Sant’Uffizio gli fu “consigliato il silenzio”?[39]

Mancano alcuni tasselli di informazione. Ma anche se restano punti oscuri non si possono negare quelli chiari.

Ad affermare una visita precedente a quella del 19 aprile 1920 è Padre Gemelli che sempre disse di avere visitato le stimmate di Padre Pio e che quando descrisse la sua visita lo fece in maniera dettagliata e nettamente diversa da quella del 19 aprile. Anche trent’anni dopo, nel 1952, al gesuita P. Martindale, egli confermò: “Io ho esaminato accuratamente il Padre Pio e anche le sue stimmate”.[40] L’unica altra conferma viene da Don Domenico Palladino per averlo saputo da Padre Gemelli.[41]

Un ulteriore indizio consiste nel fatto che Don Orione, amico e concittadino di mons. Carlo Perosi e in stima dei cardinali Merry del Val e Gasparri, molto informato su tutte le vicende dai protagonisti stessi, si rifiutò di pubblicare la seconda edizione del libro sulle stimmate di Padre Pio dell’amico dott. Giorgio Festa[42] – “Tra i misteri della scienza e le luci della fede” - presso la sua editrice Emiliana di Venezia, rinunciando così al lavoro e all’utile per quella Scuola Tipografica che ospitava orfani e poveri ragazzi. Il dott. Festa, infatti, gli aveva scritto: “Una condizione soltanto io sento il dovere di imporre nella eventuale riproduzione del mio libro, quella cioè che ne venga fatta la ristampa esattamente, come nella prima edizione, cioè senza aggiunte e senza mutilazioni; in modo che la ignoranza del Padre Gemelli figuri appieno, così come egli stesso l’ha con tanta boria pronunziata”.[43] Se il dott. Festa pose questa condizione significa che già sapeva che Don Orione era contrario e, di fatto, questa condizione risultò inaccettabile al santo tortonese. Il rispetto verso Padre Gemelli e le sue conoscenze glielo impedirono.[44]

 

            Il documento chiarificatore

            A distanza di tempo dalla stesura del libro Don Orione e Padre Pio nel decennio della tormenta, nel quale già avvertii il “ragionevole dubbio” che fossero due e non una le visite in questione,[45] sono venuto a conoscenza di un documento che getta nuova e decisiva luce sulla ricostruzione degli eventi. Si tratta del lungo testo di 13 pagine dattiloscritte, con correzioni autografe, inviato da Padre Gemelli al Sant’Uffizio, datato 6 aprile 1926, e da lui intitolato “Osservazioni sullo scritto «Per amore di verità: impressioni e deduzioni scientifiche sul Padre Pio da Pietrelcina del dottor Giorgio Festa»”.[46]  Ho potuto prenderne visione perché ora accessibile presso l’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Con queste Osservazioni Padre Gemelli rispose allo scritto di 72 pagine dattiloscritte del dottor Festa inviato al Sant’Uffizio, in data 7 aprile 1925, e dal Sant’Uffizio trasmesso al Padre Gemelli perché esprimesse il suo giudizio. Riporto solo gli ampi passaggi che riguardano la descrizione della visita di Padre Gemelli.

Nel 1919,[47] essendo di passaggio, per ragioni di servizio militare, a Foggia, inviato colà[48] dal Ministero della Guerra per compiere una inchiesta segreta,[49] anche allo scopo di deviare la attenzione degli interessati sulle ragioni del mio viaggio, mi recai a S. Giovanni Rotondo, accompagnato dal segretario[50] dell’allora Vescovo di Foggia.[51] Questi, dopo di avermi esposto i fatti a sua cognizione, mi espresse il desiderio che io esaminassi il P. Pio e poscia gli riferissi il risultato delle mie osservazioni. Egli non mi nascose che quanto era a sua conoscenza, specie grazie a informazioni avute dal Vescovo di Manfredonia, lo rendeva scettico sul carattere soprannaturale dei fatti presentati da P. Pio, tuttavia desiderava una parola serena. Si faceva in quel tempo grande chiasso intorno a P. Pio e si raccontavano cose meravigliose; lo scetticismo che Mgr. Vescovo non celava gli era causa di gravi noie. Il mio viaggio poteva essere utile. Ritenni mio dovere di accettare e mi recai e mi trattenni due giorni a S. Giovanni Rotondo, ospite del Convento dei Cappuccini.[52] Ebbi modo di vedere più volte il P. Pio e di conversare assai a lungo con lui. Conversai pure a lungo con l’ex Provinciale, P. Benedetto, il quale era il tutore, per dir così, del P. Pio. Esaminai anche le piaghe del P. Pio, che mi furono mostrate, con grande compiacimento, dal P. Benedetto e con un certo apparato scenico.[53] Non feci un esame neurologico, perché non volli dare alla mia visita altro carattere che la soddisfazione di una curiosità e perché un esame clinico nelle condizioni in cui mi trovavo (senza comodità, senza sussidi) poteva essere non scevro di inconvenienti. D’altro canto ammalati di questo genere possono essere studiati solo quando si ha modo di seguirli per lungo tempo. Come indicazioni per me fondamentali potevo raccogliere alcuni dati psicologici preziosi mediante un accorto interrogatorio. Per questo mi intrattenni molto a lungo a conversare con P. Pio e con il P. Benedetto. Per aver modo di intrattenermi di cose spirituali e saggiare sino a che punto si spingeva la vita mistica del P. Pio, mi mostrai convinto della realtà della sua santità e dei doni divini; così che il Padre Pio finì per aprirsi con molta confidenza con me, e mi diede elementi preziosi grazie ai quali potei farmi un netto giudizio. 
Non posso dire di avere compiuto un esame esauriente dal punto di vista psicologico, ma ho raccolto quanto bastava per un mio orientamento sul caso; soprattutto mi furono preziose le informazioni datemi da P. Benedetto, al quale non parve vero di trovarmi convinto del carattere soprannaturale dei fenomeni di P. Pio. Le mie conclusioni riferii a Mgr. Vescovo di Foggia, e ne feci più tardi oggetto di breve rapporto al Santo Ufficio.
[54]
Mentre sulle prime io ero stato accolto a S. Giovanni Rotondo con non celata diffidenza e i frati mi trattarono con sospetto, in seguito mi permisero di vedere, di esaminare con ogni larghezza. Posso anzi dire che ebbi larghe e benevoli accoglienze a S. Giovanni, fui invitato a prendere occasione dal mio viaggio per parlare al popolo, il che feci con l’intervento di tutta la popolazione. 
 Accenno a questi particolari per mostrare che il presupposto dal quale parte il dott. Festa nella sua critica (che cioè non mi fu permesso di esaminare il P. Pio) è falso.
 Aggiungo dell’altro: Io tenni un contegno come di persona convinta. Era questo il solo mezzo di insinuarmi nell’animo dei religiosi. E ne ebbi in dono dei pannolini intrisi con sangue di P. Pio; ne ebbi delle fotografie con la preghiera di non mostrarle ad alcuno «perché Padre Pio se ne sarebbe inquietato»
; e dallo stesso padre ebbi un breve autografo affettuoso nella forma, insignificante nel contenuto.
          Passiamo ora ad esaminare i vari punti dello scritto del dott. Festa. (…)

Viene qui omessa la parte del testo relativa all’articolata risposta alle critiche del dott. Festa, perché qui interessa solo la descrizione dello svolgimento della visita. Padre Gemelli aggiunge altri elementi, in fondo a p. 8, quando, riprendendo un’affermazione del dott. Festa “il p. Gemelli non ha esaminato p. Pio e parla senza avere visto”, riconferma di avere visitato le stimmate.

“Debbo poi dichiarare falso l’episodio narrato dal Festa, che il P. Pio, avrebbe dopo brevi istanti, troncata la conversazione[55] perché si è accorto che io lo volevo esaminare considerandolo un neuropatico. Posso attestare che il P. Pio questa rivelazione non ha avuto. Ripeto: essendomi io dimostrato deferente a lui, sino al punto di baciare le sue piaghe e ciò per insinuarmi nel suo animo, il p. Benedetto si mostrò visibilmente soddisfatto di questo mio contegno. Ed io continuai sino in fondo la commedia del medico convinto e convertito[56] per avere agio di osservare, vedere, constatare. Di tutto questo riferii a Mgr. Vescovo di Foggia.[57]  Siccome io poi non parlai mai con alcuno di quanto sopra, né mai ebbi ad esprimere il mio pensiero fuori che a S. E. Mgr. Perosi, Assessore del Santo Uffizio, così il Dott. Festa non potè avere alcun modo per conoscere il mio pensiero. (…)”.[58]

            Nel seguito delle Osservazioni, Padre Gemelli continua fino alla fine delle 13 pagine dattiloscritte la sua risposta alle critiche del dott. Festa.


            In questo testo, rimasto a tutti sconosciuto, e solo recentemente reso pubblico, risulta evidente che Padre Gemelli non parla della sua visita del 18-19 aprile 1920, ben conosciuta e a cui tutti fanno riferimento.[59] Egli descrive un’altra visita, fatta “nel 1919”, di “due giorni”; “mi intrattenni molto a lungo a conversare con P. Pio e con il P. Benedetto”; “esaminai anche le piaghe del P. Pio, che mi furono mostrate, con grande compiacimento, dal P. Benedetto e con un certo apparato scenico”. Si evince che né Padre Pio né i frati riconobbero Padre Gemelli in quel visitatore perché “mi mostrai convinto della realtà della sua santità e dei doni divini” e “continuai sino in fondo la commedia del medico convinto e convertito per avere agio di osservare, vedere, constatare”. Il racconto della visita è preciso, dettagliato, con riferimento a contesto e persone note. Dice che di questa visita “ne feci più tardi oggetto di breve rapporto al Santo Ufficio”: è l’Informazione al Sant’Uffizio del 19 aprile 1920. È da notare che alcuni identici elementi di questa visita del 1919 si trovano già nella suddetta Informazione del 1920 e nella descrizione della corrispondenza con il Padre Martindale del 1952, a distanza di trent’anni.[60]

            Resta l’interrogativo sul perché Padre Gemelli non abbia mai detto esplicitamente di aver fatto due visite. Varie ipotesi di risposta sono aperte, ma l’unica motivazione di P. Gemelli è contenuta nella breve lettera del 16 agosto 1933 a mons. Nicola Canali, assessore del Sant’Uffizio, ove Padre Gemelli afferma che egli “ha fatto nient’altro che seguire il proprio dovere, ubbidendo ai Superiori”,[61] e in quella a P. Martindale: “Io ero, e sono, legato dal segreto; mi sono limitato a dire che avevo fatto visita al Padre. (…) Il S. Ufficio mi ha sempre consigliato di tacere ed io ho obbedito”.[62]

            C’è quanto basta per ritenere con ragionevole certezza che Padre Gemelli fece due visite a San Giovanni Rotondo: fu conosciuta e divulgata solo la seconda (19 aprile 1920), mentre egli fece relazione al Sant’Uffizio basandosi su quanto acquisito nella prima visita (“nel 1919”) descritta dettagliatamente nella relazione al Sant’Uffizio del 6 aprile 1926, rimasta segreta fino al 2006. Padre Gemelli non fu riconosciuto nemmeno dagli stessi protagonisti, Padre Pio e i frati presenti, a causa dell’”innocente artificio” e della “commedia” con cui egli coperse la sua identità. La vicenda resta in sé stessa “strana”, motivo di ulteriore curiosità. Resta il fatto che Padre Agostino Gemelli disse il vero: visitò le stimmate di Padre Pio da Pietrelcina.[63]

 

D  O  C  U  M  E  N  T  O

 

PADRE AGOSTINO GEMELLI

OSSERVAZIONI SULLO SCRITTO «PER AMORE DI VERITÀ:

IMPRESSIONI E DEDUZIONI SCIENTIFICHE

SUL PADRE PIO DA PIETRELCINA DEL DOTTOR GIORGIO FESTA»

6 APRILE 1926

Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, Fondo della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, Padre Pio da Pietrelcina, Prot. 255/1919, VIII, 131.

Sono qui riportate le prime due pagine e mezza che contengono la descrizione della visita del 1919, tralasciando le rimanenti dedicate alla risposta alle critiche del dott. Festa.

 

 

 

N  O  T  E  ________________________________________________________________________________________

 

[1] Sacerdote della Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza (Don Orione), della quale fu superiore generale, attualmente parroco, storico e postulatore generale.

[2] La figura di Padre Agostino Gemelli è stata molto studiata; si veda Ezio Franceschini et al., Agostino Gemelli , Vita e pensiero, Milano, 1979; Edoarda Preto, Bibliografia di padre Agostino Gemelli, Vita e pensiero, Milano 1981; Giorgio Cosmacini, Gemelli. Il Machiavelli di Dio, Rizzoli, Milano 1985; Maria Bocci, Agostino Gemelli rettore e francescano. Chiesa, regime, democrazia, Morcelliana, Brescia 2003.

[3] Tale radicale cambiamento fece dubitare persino della sua salute mentale; Filippo Turati titolò Il suicidio di un’intelligenza un suo articolo pubblicato su «Il Tempo» del 27 novembre 1903.

[4] La bibliografia su Padre Pio è abbondante, per lo più di carattere devozionale. Alcuni lavori biografici più importanti: Gerardo Saldutto, Un tormentato settennio (1918-1925) nella vita di Padre Pio da Pietrelcina, Dissertatio ad Doctoratum in Facultate Historiae Ecclesiasticae Pontificiae Universitatis Gregorianae, Roma 1974; Ferdinando da Riese, Padre Pio da Pietrelcina, crocifisso senza croce, Ed. Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 1984; Renzo Allegri, Padre Pio. Un santo tra noi, Mondadori, Milano, 1998; Enrico Malatesta, La vera storia di Padre Pio, Mursia, Milano, 2015; Piemme, Casale M. (AL), 1999; Flavio Peloso, Don Orione e Padre Pio da Pietrelcina nel decennio della tormenta (1923-1933), Jaca Book, Milano, 1999; Gerardo di Flumeri, Il Beato Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 2001; Luigi Peroni, Padre Pio da Pietrelcina, Borla, Roma, 2002; Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi, Torino, 2007; Francesco Castelli, Padre Pio sotto inchiesta. L’autobiografia segreta, Ares, Milano, 2008; Angelo Maria Mischitelli, Padre Pio. Un uomo un santo, Sovera, Roma, 2015.

[5] La prima notizia di giornale su Padre Pio fu pubblicata su “Il Giornale d’Italia” del 9 maggio 1919, si trattava di una nota di poche righe titolata I “miracoli” di un cappuccino a S. Giovanni Rotondo. Seguì poi l’ampio reportage pubblicato su “Il Mattino” di Napoli, il 20 giugno 1919, che dedicò una pagina intera con il titolo “L’uomo che fa i miracoli”.

[6] Così in una corrispondenza del 19 giugno 1919, in ACS, Ministero dell’Interno, DGPS, Divisione Affari Generali e Riservati, 1919, busta 67, Fascicolo “Pretesi miracoli di un Frate dei Minori Osservanti del Convento di San Giovanni Rotondo”.

[7] Lettera inedita, consegnatami da Silvia Gasparri, nipote del Cardinale segretario di Stato.

[8] Ed. Jaca Book, Milano, 1999 [citato Peloso].

[9] Sono passaggi della mia trascrizione della conversazione avuta il 3 settembre 2001. La sostanza di queste notizie poi è stata pubblicata da “Il Messaggero” del successivo 8 novembre 1999, in un articolo a firma di Paolo Mosca. Mons. Luigi Villa fu sacerdote molto stimato a Milano, amico di Don Gnocchi e di Padre Gemelli, per 15 anni assistente spirituale all’Università Cattolica di Milano.

[10] Su questa linea si muove anche Francesco Castelli, Padre Pio e il Sant'Uffizio: fatti, protagonisti, documenti inediti,  Studium, Roma, 2011 [citato Castelli] e il suo articolo L’imputato Gemelli è assolto in “L’Osservatore Romano” del 16 settembre 2011; egli mostra che, alla luce dei documenti, “non furono le lettere di Gemelli (come si riteneva) a provocare l’intervento del Sant’Uffizio e la conseguente indagine del ’21 su Padre Pio, ma principalmente le deposizioni del dott. Domenico Valentini-Vista e della cugina Maria De Vito, le quali avanzavano il sospetto che Padre Pio facesse segretamente uso di farmaci per provocare le presunte stimmate”.

[11] Il tema delle stimmate è stato sufficientemente chiarito. Anche Don Orione se ne occupò, in relazione con il dottor Giorgio Festa e coinvolgendo nel 1925 il prof. Giovanbattista Morelli, clinico di Montevideo, che diede un contributo favorevole di tipo psicologico; Peloso, p.110-114.

[12] Sulle stimmate di Padre Pio la letteratura è vastissima. Richiamo l’attenzione su una fonte di riferimento imprescindibile: il “Voto”, cioè la relazione di 141 pagine dattiloscritte della Visita Apostolica compiuta nel 1921 da mons. Raffaello Carlo Rossi; particolarmente rilevanti sono le sei deposizioni di Padre Pio nelle quali egli descrive l’esperienza e la coscienza di quanto gli è avvenuto.  Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (citato ACDF), S. O., Dev. Var., 1919, I, Cappuccini, P. Pio da Pietrelcina, I, doc. 21; il testo è stato pubblicato integralmente in Francesco Castelli, Padre Pio sotto inchiesta. L’autobiografia segreta, Ed. Ares, Milano 2008, p. 105-255.

[13] Cito il testo pubblicato in Gerardo di Flumeri, Il Beato Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 2001 [citato Di Flumeri], p. 452-460.

[14] Lettera pubblicata in Gerardo Saldutto, Un tormentato settennio (1918-1925) nella vita di Padre Pio da Pietrelcina, Dissertatio ad Doctoratum in Facultate Historiae Ecclesiasticae Pontificiae Universitatis Gregorianae, Roma 1974, pubblicata per Ed. Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 1986 [citato Saldutto], p. 324-325 e Di Flumeri, p. 460-462.

[15] Racconto scritto di Padre Benedetto da San Marco in Lamis che aveva accompagnato il Padre Gemelli nella visita a Padre Pio; lettera del 16 luglio 1932; riportata in Di Flumeri, p.460-462.

[16] Memoriale di Emanuele Brunatto, Archivio Don Orione [citato ADO], Roma. Padre Mariano Paladino riferisce di una dichiarazione ascoltata da Padre Pio negli anni ‘50 e poi da lui messa per iscritto il 2 dicembre 1983: “Padre Agostino Gemelli è venuto da me accompagnato dalla signorina Armida Barelli. Ho parlato con lui per poco tempo. Ma egli non mi ha visitato; non ha neanche visto le stimmate”; Beatificationis et canonizationis Servi Dei Pii a Pietrelcina. Informatio super virtutibus; p.287-289.

[17] Di Flumeri, p. 458.

[18] Pubblicata in Di Flumeri, p.421-424.

[19] Omette di precisare quando fu a visitare Padre Pio, eppure la visita era appena avvenuta, in quel giorno.

[20] Non è sicuramente questo il modo con cui avvenne il breve incontro nel mattino del 19 aprile 1920, quando Padre Gemelli si presentò al convento di San Giovanni Rotondo in modo molto manifesto. Come poté mentire sapendo che vari testimoni videro quanto avvenne?

[21] Nella visita del 19 aprile è certo che furono scambiate solo poche parole.

[22] La descrizione delle piaghe delle mani corrisponde, essenzialmente, a quella relazionata da mons. Raffaello C. Rossi nell’esame delle stimmate durante la visita apostolica, il 17 giugno 1921; Francesco Castelli, Padre Pio sotto inchiesta, p.231-236.

[23] Di Flumeri, p. 422-423

[24] Di Flumeri, p.424.

[25] Questo esordio è pubblicato da Castelli p.61 e omesso da Di Flumeri 426-427.

[26] Nella lettera a Mons. Canali del 16 agosto 1933, Padre Gemelli dice: “Io ebbi l’incarico dal compianto, allora Monsignore, Perosi di riferire intorno al Padre Pio. Come era mio dovere, non ho mai fatto sapere ad alcuno che cosa ne pensassi né che cosa avessi detto in quei voti: sono troppo abituato a tenere i segreti”; ACDF, S. O., Dev. Var. n.1, Prot. 255/1919, Padre Pio da Pietrelcina, VIII, 238, f.116/117. In altra lettera a mons. Nicola Canali del 2 marzo 1932, dice “Io ho scritto due volte intorno a Padre Pio, ma per incarico del card. Merry del Val”; ACDF, S. O., Dev. Var. n.1, Prot. 255/1919, Padre Pio da Pietrelcina, VIII, 238, f.32. L’incarico, di fatto, fu trasmesso a P. Gemelli dall’assessore Mons. Carlo Perosi.

[27] Peloso, nota 18 di p. 115.

[28] Per una ricostruzione della questione della “mancata visita” di Padre Gemelli alle stimmate di Padre Pio e sul suo giudizio su tale fenomeno si veda Saldutto, p.118-122 e 385-398; Di Flumeri, p. 431-466.

[29] Lettere del 20 giugno e 19 luglio 1952; riportate in Saldutto 390-393 e Castelli 55.

[30] L’autore dell’articolo nella rivista The month (vol. 7, n. 6, giugno 1952) aveva affermato che Padre Gemelli “mai ha esaminato” le stimmate.

[31] Riportata in Saldutto, p. 390-391.

[32] Fa intendere che fu una presenza effettiva e prolungata; durante il brevissimo colloquio del 19 aprile 1920, Padre Benedetto, il provinciale, non partecipò, ma, come riferì, “ero in un angolo lontano”.

[33] Sorprende quella precisazione “mandato dal S. Ufficio”; non risulta un atto in tal senso. Potrebbe essere stata una richiesta a voce e riservata.

[34] Riportata in Saldutto, p. 392-393.

[35] Don Domenico Palladino, canonico di San Giovanni Rotondo, fu uno dei principali protagonisti delle accuse contro Padre Pio.

[36] Saldutto, p.452.

[37] Molto probabilmente Padre Gemelli non si fece conoscere e non fu riconosciuto perché, come dirà, “io continuai sino in fondo la commedia del medico convinto e convertito”.  

[38] Così aveva già scritto nella lettera al Sant’Uffizio del 19 aprile 1920.

[39] I documenti inviati da Padre Gemelli al Sant’Uffizio rimasero “segreti” fino al 2006, quando fu disposta l’apertura degli Archivi vaticani relativi al pontificato di Pio XI (1922-1939); furono pubblicati anticipatamente dalla Postulazione di Padre Pio nella biografia Il beato Padre Pio da Pietrelcina di Padre Gerardo Di Flumeri, p.431-438.

[40] Cfr Saldutto, p.389-396.

[41] Come riferito in Saldutto, p.395. Va tenuto presente che Don Domenico Palladino doveva essere bene informato perché era tra gli ecclesiastici più ostili a Padre Pio.

[42] Il Festa entrò in contatto con Don Orione nel febbraio 1925 e questi fu a visitarlo più volte nella sua casa e divenne amico di famiglia: “nel nostro cuore il suo nome resterà strettamente unito a quello del buon Padre Pio!”; lettera del 13.5.1925; in ADO. Il dott, Festa fece avere a Don Orione il testo delle sue relazioni: “Le lascio qui le relazioni che Ella, nella visita di cui ci onorò alcuni mesi or sono, manifestò di leggere. Le prime 2, manoscritte, riguardano le 2 visite da me fatte al P. Pio nel 1919 e nel 1920, e presentate ai Superiori dell’Ordine immediatamente dopo. La terza, a macchina, è quella che ho presentato il 7 corrente al S. Uffizio, consegnandola nelle mani stesse di Mons. Perosi. Vi è pure una copia della breve relazione del prof. Bignami. Tengo molto al suo giudizio e ai consigli che Ella vorrà darmi in ordine alla linea di condotta che si dovrà ancor seguire in avvenire, per rendere omaggio alla verità”; lettera del 21.5.1925 in ADO.

[43] Lettera del 10 agosto 1933; in ADO.

[44] Peloso, p. 109-116. Ciò è sorprendente perché il Festa aveva venerazione di Don Orione: “il mio pensiero non sa e non vuole distaccarsi da Lei e dal buon Padre Pio, che io considero come i due grandi benefici fattori del mio benessere spirituale” (lettera del 10 agosto 1933) e aveva costituito Don Orione “come proprietario dell’opera mia, onde con la maggiore consapevolezza possibile, ne avesse avuta facoltà di ristampa e di diffusione”; lettera dell’11.2.1934; in ADO.

[45] Cfr nota 18 di p. 115; Don Orione e Padre Pio da Pietrelcina nel decennio della tormenta fu “finito di stampare nell’aprile 1999” per conto di Jaca Book di Milano.

[46]  ACDF, S. O., Dev. Var. n.1, Padre Pio da Pietrelcina, 255/19, VIII, 131, p. 1-13. Il testo è datato 6 aprile 1926 ed è stato registrato il “7 maggio 1926”, come riporta una nota in margine. Le prime tre pagine del documento, che qui interessano per il tema della visita, sono riportate in copia fotografica in calce all’articolo.

[47] Di Flumeri (p. 439), e altri seguendo lui, correggono la data da 1919 a 1920, dicendo che Padre Gemelli si è sbagliato, ma senza argomenti precisi.

[48] Dice di essere stato inviato dal Ministero della Guerra “a Foggia” e non a San Giovanni Rotondo, come qualcuno ha equivocato. Certamente i fenomeni di Padre Pio erano già all’attenzione anche dell’autorità pubblica. Nell’Archivio Centrale di Stato, c’è una lettera 19 giugno 1919, con cui il Prefetto della Capitanata di Foggia informa il Ministero dell’Interno di due diverse richieste, una del Dottor Ortensio Lecce e una dell’Onorevole Faccacreta, di procedere a “una inchiesta dei pretesi miracoli e della salute del frate… al più presto possibile”, e “a minuta ed esauriente visita medica”; ACS, Ministero dell’Interno, DGPS, Divisione Affari Generali e Riservati, 1919, busta 67, Fascicolo “Pretesi miracoli di un Frate dei Minori Osservanti del Convento di San Giovanni Rotondo”.

[49] È impossibile ipotizzare che tipo di azione segreta fosse. Una ricerca nell’Archivio Centrale di Stato non ha dato alcun risultato. Durante la prima guerra mondiale, Padre Gemelli prestò la sua opera al fronte come medico e sacerdote e fondò un laboratorio psicofisiologico presso il comando supremo dell'esercito.

[50] Era Mons. Giuseppe Patané.

[51] Allora vescovo di Foggia era mons. Salvatore Bella. Alla fine del testo, Padre Gemelli dirà che della visita a Padre Pio “riferii a monsignor vescovo di Foggia”.

[52] Dunque, non era andato a Foggia con l’intenzione di visitare Padre Pio, ma qui lo decise perché “il mio viaggio poteva essere utile”. Nell’aprile 1920, invece, vi andò appositamente con Armida Barelli e alcuni altri ecclesiastici.

[53] Tutto fa pensare che Padre Benedetto e Padre Pio nemmeno si siano resi conto che colui che faceva la “la commedia del medico convinto e convertito” era Padre Agostino Gemelli. Giustamente quindi hanno testimoniato che Padre Gemelli nemmeno vide le stimmate… il 19 aprile 1920.

[54] Dunque, la visita, di cui Padre Gemelli qui parla e della quale dice “ne feci più tardi oggetto di breve rapporto al Santo Ufficio” (datato 19 aprile 1920), è altra e prima di quella con un colloquio di brevi minuti avuto con Padre Pio il 19 aprile 1920.

[55] Il dottor Festa riporta quanto da tutti riferito, ma riguardante la visita del 19 aprile 1920.

[56] Da queste parole risulta che egli non rivelò di essere Padre Gemelli e, da parte loro, Padre Pio e i frati non se ne resero conto.

[57] Riferì al Vescovo di Foggia perché fu lui a chiedergli quella visita. Mons. Salvatore Bella faceva parte della corrente di ecclesiastici scettici circa la soprannaturalità degli eventi riguardanti Padre Pio. Fu mons. Bella a raccogliere e inviare nel giugno 1920 al Sant’Uffizio le relazioni del dottor Domenico Valentini-Vista, farmacista, e di sua cugina Maria De Vito, circa le richieste di Padre Pio di veratrina e di acido fenico; Castelli, p.62-66.

[58] Certamente i contenuti della relazione “terribile” di Padre Gemelli trapelarono, più per impressioni che nei contenuti. Padre Luigi d’Avellino scrisse che il “Card. Michele Lega… ebbe a manifestarmi, con paterna confidenza, che la relazione del P. Gemelli, in seguito alla visita alla quale aveva sottoposto il Padre Pio, era terribile”; Saldutto, p. 387; Di Flumeri, p. 452. Nel 1920, il card. Lega era a capo della Congregazione dei Sacramenti e membro del Sant’Uffizio. 

[59] Nemmeno Sergio Luzzatto, nel suo Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento [Einaudi, Torino, 2007], che pure ha potuto vedere la relazione di Padre Gemelli del 1926, ha notato che egli descrive una visita nettamente diversa da quella effettuata il 19 aprile 1920, ben descritta da vari testimoni, compresa l’amica Armida Barelli (p. 79-82 e 186-187).

[60] Al momento risulta essere l’unica volta in cui Padre Gemelli manifestò qualche dettaglio della sua visita a Padre Pio e alle stimmate, al di fuori di quanto riferito nel segreto del Sant’Uffizio.

[61] c

[62] Lettera del 20 giugno 1952, riportata in Saldutto, p. 390-391.

[63] Quanto invece al giudizio del Padre Gemelli sulle stimmate, esso è stato superato dalle conclusioni dello studio della Causa di canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina.

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