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Messaggi Don Orione
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Nella foto: La chiesa di Castelnuovo Scrivia, luogo della prima attivita sacerdotale di Don Orione

Conferenza tenuta a Castelnuovo Scrivia (AL) che raccoglie notizie, fatti e persone che hanno fatto di questa cittadina la "Cafarnao" di Don Orione

CASTELNUOVO SCRIVIA,

LA CAFARNAO DI DON ORIONE

Don Flavio Peloso

Sala Pessini[1] di Castelnuovo Scrivia, 28 ottobre 2022

           

 

Don Orione definì più volte Castelnuovo Scrivia come la sua “Cafarnao”.

“Castelnuovo Scrivia è stato un po’ la mia Cafarnao negli anni più giovani e più fervidi, ed io la porterò sempre nel cuore”.[2]

“Castelnuovo Scrivia, dove da giovane prete, e per più anni, andai a predicare il santo Vangelo di Gesù Cristo, dove feci le mie prime prove, le mie prime armi, e che mi è rimasto tanto nel cuore che posso ben chiamare, quella cittadina, la mia Cafarnao”.[3]

Che cosa spinse Don Orione ad associare il ricordo di Castelnuovo Scrivia alla nota cittadina del Vangelo, teatro della missione di Gesù?
Per rispondere alla domanda, dobbiamo capire che cosa era la Cafarnao di Gesù e cosa rappresentò per lui.

Nel vangelo di Matteo si dice che “Gesù si ritirò nella Galilea e venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali” (4,12-17).

A Cafarnao, Gesù inizia la sua missione pubblica quando lascia Nazaret, il suo paese e la sua famiglia per andare a vivere in mezzo alla gente di Cafarnao. Qui incontra uomini e donne, vede il loro lavoro e la loro vita. Qui comincia ad annunciare la Buona Novella; parla ed entusiasma, compie segni e miracoli. La gente, conoscendo lui, percepisce che Dio è vicino, che è padre buono; ritrova il gusto di vivere, un nuovo senso di fraternità e di giustizia.
Cafarnao è nella Galilea, presso il lago di Genesaret – chiamato anche “mare di Gallilea” perché era molto vasto. Era una cittadina dedita alla pesca, industriosa, luogo di scambi commerciali, riferimento per i paesi del territorio circostante. Cafarnao fece da cassa di risonanza delle parole e dei gesti di Gesù; la sua fama si diffuse nella regione.
Solo in un secondo tempo, Gesù prenderà il largo verso Gerusalemme e orizzonti di vita senza confini. Cafarnao fu per lui il primo “laboratorio” della novità evangelica. A Cafarnao, la sua missione ebbe calorosa accoglienza e séguito.

Ebbene, Don Orione aveva in mente queste notizie quando pensava a Castelnuovo come “sua Cafarnao”. A Castelnuovo egli si sentiva come Gesù a Cafarnao.

 

Luogo del suo primo apostolato

Don Orione, uscito dalla famiglia di Pontecurone (la sua Betlemme) e dall’ambiente di Tortona (la sua Nazaret), iniziò la sua missione qui a Castelnuovo,[4] centro importante per l’agricoltura e l’artigianato, ricco di fermenti civili e religiosi. Qui, giovane prete, incontrò e amò la gente e fu predicatore instancabile del Vangelo. Fu ricercato e amato dai parroci di allora: Don Giuseppe Lugano (+1902) e Don Lauro Ferrari (+1924) e Don Vincenzo Torti (+1930).[5] Furono gli anni del suo apprendistato sacerdotale, “dove feci le mie prime armi”, come egli disse, le prime esperienze.

In particolare, si diede alla predicazione con cuore di giovane prete, incandescente, vulcanico, pieno di carità; riuscì a trascinare in un grande movimento di fede.

Don Orione rimase impressionato dall’accoglienza calorosa e dal fatto di “trovare la chiesa parrocchiale gremita di tanta popolazione che pareva una testa sola; e sì che ne contiene di gente la chiesa di Castelnuovo!”.[6]  “A Castelnuovo con Don Semino si predicava in dialetto e avevamo la chiesa piena, chiesa che è grande più di quella di Tortona.[7]

Frequentava Castelnuovo, non solo per parlare in chiesa, ma anche per tenere incontri e conferenze di carattere formativo e sociale. Egli spesso accompagnava Giovanni Battista Valente, un esponente importante del giornalismo cattolico e del nascente movimento dei cattolici in Italia, direttore dal 1902 al 1905 del giornale diocesano “Il Popolo”. Di fatto, a Castelnuovo le associazioni e leghe cattoliche furono in quel fine ‘900 particolarmente fiorenti.

Il Vangelo era predicato da Don Orione non solo in dialetto, in modo popolare, come faceva Gesù, ma anche con le maniche rimboccate, cioè incontrando e interessandosi della gente semplice, umile, povera. Anche Don Orione, come Gesù a Cafarnao, si inserì a Castelnuovo, si incarnò, assunse il vissuto della gente, si mise nei panni degli altri.

Don Orione sapeva calarsi nella vita delle persone.[8] Un giorno sulla strada che da Tortona porta a Castelnuovo, raggiunse un suonatore ambulante che trascinava a fatica, ansimando, il suo organetto a manovella. Era conosciuto da tutti come un mangiapreti, facile alla bestemmia; portava sempre al collo un fazzoletto rosso da garibaldino e, sulla giacca sgualcita, alcune medaglie.

  • Buon uomo, posso aiutarvi?

Senza attendere risposta, Don Orione si mise tra le stanghe e si passò la cinghia sulle spalle.
Sorpreso, quell’uomo esclamò:

  • Ma tu sei un prete!
  • Certo. Un prete che sa tirare il carretto.

E cominciò a tirare il carretto. Dopo un po’, ruppe il silenzio.

  • Ma tu, le ruote non le ungi mai? Non pensavo che fosse così faticoso trainare questo carretto. Chiederò alla Madonna di trainare un po' anche lei.

E così cominciò a recitare il Rosario a voce alta. Quel garibaldino, focoso ma stanco, teneva lo sguardo basso a terra e taceva. Ad ogni decina del Rosario Don Orione intercalava qualche parola di devozione e di speranza. Verso la fine del Rosario, quasi giunti a Castelnuovo, anche il garibaldino cominciò a farfugliare qualche Ave Maria.
Don Orione, nel salutare il vecchio, piangeva.[9]

Don Orione sapeva mettersi nei panni degli altri. E qualche volta erano gli altri che si mettevano nei suoi panni. Come avvenne alla stazione di Tortona, in una sera di inverno.

Un mendicante si avvicinò a Don Orione appena sceso dal treno.
Uno sguardo rapido per fotografare le condizioni del poveraccio, per rendersi conto di che cosa avesse bisogno più urgente. Don Orione gli fece cenno con la mano di aspettare un momento. Giusto il tempo di andare nella sala di aspetto deserta e sfilarsi furtivamente, di sotto la sottana, i calzoni che gli erano stati appena regalati. Ne uscì con un involucro avvolto in un giornale e glielo mise tra le mani senza nulla dire. L’uomo neppure ebbe il tempo di ringraziare. Don Orione era già sparito a passo lesto tra la nebbia.[10]

In altro caso, tornando da una predicazione da Borgoratto Marmirolo, furono le scarpe nuove, donategli dal parroco come compenso della predicazione, a cambiare padrone. Finirono dai suoi piedi a quelli di un viandante malmesso.[11]

Ricordando quegli anni di predicazione e apostolato a Castelnuovo, Don Orione confidò ai suoi chierici e sacerdoti: “La misericordia di Dio per i peccatori era il mio cavallo di battaglia da giovane; tornavo, dopo quelle predicazioni, a casa stanco ma contento per i grandi frutti”.[12]

E raccontò un fatto capitatogli.

“Un giorno, trent’anni fa, io predicavo a Castelnuovo. Allora ero più giovane e più forte; facevo quattro prediche al giorno e alla sera confessavo per ore ed ore. La Chiesa di Castelnuovo è grande come il nostro Duomo; era sempre piena di uomini, come stasera. Feci la predica agli uomini. E, senza che mai l’avessi pensato, dissi che se anche un figlio mettesse il veleno nella scodella della madre, se pentito, avrebbe ricevuto il perdono. 
Confessai sino a notte e poi mi avviai, benché stanco, sulla strada che da Castelnuovo viene a Tortona, lunga più di otto chilometri. Ero solo sulla strada… Alzo gli occhi sulla strada coperta di neve, vedo un’ombra nera, un uomo avvolto in un mantello, in un tabarro. Si voltava a guardare e pareva che aspettasse qualcuno. Pensavo tra me: Chissà che cosa mi va a capitare… Cosa mi può prendere? Tuttavia un certo timore l’avevo. Pensando che fosse un cascinaio che tornava a casa dalla chiesa, lo salutai per primo:
- Buona sera, buon uomo.
- Lei è Don Orione? Lei è quello che ha predicato?
- Si, sono io.
- Io ho da aggiustare dei conti con Lei… Lei ci crede proprio a quello che ha detto nella predica?
-  Certo, quello che predico io lo credo.
- È proprio vero che se uno arrivasse a mettere il veleno nella scodella di sua madre, se è pentito, sarebbe perdonato da Dio?
Quell’uomo era già di età. Mi si gettò ai piedi e mi disse:
-  Padre, mi confessi, mi confessi, io sono proprio quello che ha messo il veleno nella scodella di sua madre… Vi era discordia fra mia moglie e mia madre, io ho ucciso mia madre.
Io mi sedetti sopra di un paracarro, scostando un po’ di neve, e quell’uomo si inginocchiò e si mise a piangere e si confessò. Dopo pochi minuti quel mio fratello mi abbracciava e baciava ed io baciai lui sulla fronte. E quello se ne andò via, ed io continuai la mia strada con una grande consolazione, con una gioia nel cuore che mai uguale provai nella mia vita.
Arrivai a Tortona tutto bagnato; quella notte mi levai le scarpe e mi gettai sul letto e sognai… Che cosa sognai? Sognai il Cuore di Gesù e sentii la misericordia di Dio.[13]

Rimase famosa anche la predica di Don Orione in occasione della “questua delle pignatte rotte”. Castelnuovo si distinse e fece trovare sul piazzale ben sei quintali di rame ed oltre trenta chili di monete di rame fuori corso”. Don Orione vi giunse molto sofferente per un vespaio di infezione al collo, fasciato da una grossa benda. Eppure parlò per un’ora e mezza nella chiesa gremita di gente.
Don Angelo Cristiani ricordò: “I Castelnovesi vennero numerosissimi. Don Orione benedisse prima il mucchio di rame rotto, poi salì sul pulpito e disse con voce tonante: Cari Castelnovesi... come vedete sono venuto in mezzo a voi a benedire il vostro rame, i vostri padellini, che voi, o cari Castelnovesi, avete offerto alla Madonna. L’espressione “i vostri padellini”, uscita in modo cadenzato dal labbro sorridente di Don Orione, sollevò una grande e benevola ilarità fra i fedeli poiché i Castelnovesi sono chiamati da quelli dei paesi vicini con il soprannome di padlè.[14]
Subito dopo la predica, il dott. Stoppini volle vedere cosa c’era sotto la benda che fasciava il collo di Don Orione. “Rimase un po’ spaventato, e mi disse che bisognava tagliar subito e bruciare, perché si trattava di un vespaio, che aveva già quindici e più giorni, e che c’era pericolo d’infezione del sangue. E mi fece una mezza lezione d’Università, mi parlo di seticemia e del compianto cardinal Perosi, che cominciò con un vespaio al collo, e finì poi, l’anno scorso, col morirmi tra le braccia.”. Il dottor Stoppini pregò vivamente Don Orione e lo convinse di portarsi quella sera all’ospedale dove “ha tagliato con mano maestra, e mi portò via un bubbone”, come raccontò Don Orione stesso.[15] L’operazione fu dolorosa, ma fu liberato dal male.[16]


Luogo in cui si sentiva “a casa”

          Cafarnao, oltre che luogo della prima missione di Gesù, fu il paese in cui egli si sentiva a casa, bene accolto. A Cafarnao, la gente sentiva Gesù vicino, uno di loro, e nello stesso tempo lo percepiva così straordinario da fare pensare al Cielo, a Dio. E personaggio mitico, le sue imprese erano talmente straordinarie da divenire materia di aneddoti che correvano di bocca in bocca con ammirazione.  Eppure, lo conoscevano bene, era in carne ed ossa, mangiava con loro, andava in casa a trovare i malati, lo videro piangere e anche arrabbiarsi… sto parlando di Gesù, a Cafarnao… ma anche di Don Orione, a Castelnuovo. Lo acclamavano, volevano farlo re, ma lui fuggiva, e nella notte si ritirava sul monte, Gesù. Don Orione, invece, se ne tornava alla sera, al buio, nella sua casa di Tortona.

            C’è da dire che Don Orione si sentiva “castelnovese”, con una simpatia particolare, anche perché di Castelnuovo era sua mamma Carolina Feltri. Nei registri della Parrocchia occupa il posto n. 201 tra i battezzati del 1883. Era nata l'11 dicembre 1833 da Domenico Feltri e Maria Serafina Fascioli, contadini che trovarono lavoro e casa nella Cascina Piccagallo Bruciato. La cascina Piccagallo era una delle più antiche del territorio, con la pianta quadrangolare tipica delle cascine padane, con al centro la grande "corte", e si trovava (ancora oggi), per metà nel Comune di Castelnuovo Scrivia e per metà nel Comune di Pontecurone. Siccome le abitazioni dei contadini erano sul lato castelnovese della cascina, Carolina Feltri risulta nata a Castelnuovo.[17]

Don Orione era “di casa” a Castelnuovo, ma sognava di poter aprire una sua vera casa, con i suoi religiosi, un’attività della congregazione.

Nel 1895, sperò di poter avere la chiesa e convento di Sant’Ignazio,[18] per aprirvi un collegio e ospitare i tanti ragazzi che straripavano dal Santa Chiara di Tortona. Fece regolare domanda al sindaco che si dichiarò disponibile, però l'edificio era già affittato fino al 1899 e Don Orione non poteva aspettare.[19] Rinunciò e, nel 1896, affittò il castello di Mornico Losana.

Nel 1902, il parroco Don Lauro Ferrari affidò a Don Orione la rettoria del piccolo santuario della Madonna delle Grazie, a lui molto caro.[20]  Il 7 dicembre 1902, egli scrisse: "Domenica cominciamo a prendere possesso del servizio della santa casa della Madre nostra venerata Castelnuovo, là nella chiesuola presso il cimitero, la Madonna delle Grazie. Col tempo ci metteremo gli eremiti".[21] Vi andava a celebrare lui o un altro sacerdote della congregazione e sperava di alloggiare una piccola comunità nei locali annessi. Però, non gli fu messa a disposizione l’abitazione così sfumò l'idea di una comunità presso il santuario, mentre continuò il servizio in quella chiesa fino alla prima guerra mondiale.

Dopo alcuni anni, nel 1921, Don Vincenzo Torti segnalò a Don Orione la possibilità di acquisire e trasformare in collegio il palazzo Centurione. Alcuni sacerdoti della zona volevano aprirvi un collegio con la scuola e si rivolsero a Don Orione per la conduzione. Le trattative con il principe Giulio Centurione erano andate avanti con reciproca soddisfazione, ma il principe aveva bisogno subito della cifra e diede troppo poco tempo per il pagamento completo, condizione che Don Orione non fu in grado di accettare.


Luogo delle grandi folle e di incontri personali

Gli evangelisti più volte sottolineano come a Cafarnao grandi folle si radunavano per ascoltare Gesù. Ma Cafarnao fu anche teatro di incontri con singole persone che divennero parabole di umanità e di misericordia. Possiamo ricordare quel centurione romano cui Gesù guarì il servo. O anche quell’uomo “seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo”, cui Gesù disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Matteo era un personaggio pubblico, collaborazionista con i romani, riverito, temuto e anche disprezzato. Eppure Gesù lo chiamò e quello lo seguì.

Anche a Castelnuovo ci fu un giovane ben avviato nella vita, ma lontano da Dio che incontrò Don Orione e “si alzò e cambiò vita”. Oggi il suo nome è ricordato e benedetto. Mi riferisco a Ernesto Buda.[22]
Era di Catanzaro, ma viveva a Torino, e qui si innamorò di Amalia Bensi, una giovane di Castelnuovo.[23] D’estate andò a trovarla a Castelnuovo e, per compiacerla, l’accompagnò in chiesa ad ascoltare la predica di Don Orione, al triduo di San Desiderio. Era da tanto che non entrava in una chiesa. Le parole di Don Orione gli toccarono il cuore e ritrovò la fede. Volle parlare con lui e frequentarlo. Gli si aprirono orizzonti di vita impensati. Il bene provoca bene. Anche la madre di Amalia cambiò vita e decise di chiudere a Torino un’attività moralmente ignobile che la figlia nemmeno conosceva.
I due – Ernesto ed Amalia – si sposarono, si trasferirono a Genova, furono una coppia felice ed ebbero fortuna negli affari. Divennero amici e benefattori del Piccolo Cottolengo di Don Orione a Genova.[24] Comprarono una bella villa a Castelnuovo, in via Garibaldi, ove risiedevano sempre più stabilmente.
Dopo che Amalia Bensi morì il 4 dicembre 1934. Ernesto Buda non trovò modo migliore per onorarla che donare la loro villa a Don Orione per farne una casa per orfani e bisognosi. Così, il 15 agosto 1937 iniziò la storia dell’Istituto di Don Orione a Castelnuovo Scrivia.


L’Istituto Madonna del Rosario di Pompei

Don Orione era ancora in America del Sud nel 1937, ma le pratiche per l’apertura del nuovo istituto, condotte da Don Carlo Sterpi, andarono a buon porto. L’inizio ufficiale con i primi bambini si ebbe il 15 agosto 1937.

Don Orione, informato dell’apertura, scrisse da Buenos Aires: “Sono tanto tanto contento della casa di Castelnuovo! Veramente il Signore mi ripaga di quelle povere fatiche fatte per le anime di quel popolo in anni lontani e la Madonna delle Grazie ci ha pensato. Finalmente potremo mettere una tenda a Castelnuovo Scrivia, la mia Cafarnao”.[25]

Ma il più felice fu senz’altro il signor Ernesto Buda. Il 22 agosto 1937, scrisse a Don Carlo Sterpi: “Feci dire una Messa di ringraziamento alla Vergine Santissima della Guardia di avermi fatto questa grazia di fare aprire l’orfanotrofio in Castelnuovo”. E chiese che Don Orione, al ritorno dall’Argentina, “fissasse una giornata per benedire la sua casa in Castelnuovo, così anche la buona popolazione Castelnovese e più contenta di vedere il futuro santo Don Orione”.[26]

Don Orione mantenne la promessa e, ritornato in Italia, una delle prime visite fu, il 7 ottobre 1937, all’Istituto della Madonna del Rosario di Pompei e ai suoi piccoli ospiti. Qui celebrò, diede la benedizione eucaristica e distribuì a tutti una medaglietta della Madonna. “La sua commozione era vivissima, sembrava estasiato, i suoi occhi quasi non toccavano terra”, ricordarono le donne del Paese.

Il signor Ernesto Buda aveva una grande amicizia e devozione verso Don Orione e lo stimava apertamente un “santo”. Il 4 aprile 1939, scrisse a Don Sterpi: “Io ho offerto la mia vita al Signore per la guarigione di Don Orione e mi auguro che Dio mi farà la grazia di vederlo presto guarito”.

I primi inizi furono difficili. Quel gruppo di orfanelli viveva di Divina Provvidenza e della generosità della gente di Castelnuovo che – come ricordava Don Giovanni Rubinelli - faceva trovare ogni mattina verdure, patate, pane e altro in abbondanza.
I primi dodici fanciulli furono affidati alle cure di chierici molto premurosi: Fedele Antonello ed Erminio Liberalon. Ai primi assistenti, seguirono altri: Don Luigi Doria, Don Umberto Secchiaroli, Don Bruno Sanguin, Giovanni Casati, Alessandro Manghisoni.

Dal 9 settembre 1946, furono le Suore di Don Orione a prendersi cura dei bimbi orfani e bisognosi. Continuò la presenza buona e fedele di Don Igino Rizzi che, per decenni, dal “Paterno” di Tortona si recava a Castelnuovo alla sera per ritornare al mattino. E vi andava in bicicletta e poi, anziano, a piedi, con la corona del rosario in mano. Ma non faceva mai troppa strada perché gli automobilisti che lo riconoscevano gli davano un passaggio.

È da ricordare anche che alcuni ragazzetti accolti in quell’Istituto divennero in seguito sacerdoti, come Don Pietro Ferrini,[27] Don Elio Ferronato, don Gioacchino Coppi, Don Guidolin.

Con il passare del tempo, diminuirono gli orfani. Nel 1982, le Suore apersero la Casa di riposo per donne anziane e continuarono ad occuparsi di ragazzi e gioventù attraverso l’apertura dell’oratorio e la catechesi.

Nel 2002, cessò anche l’attività per anziani e le Suore lasciarono Castelnuovo Scrivia, nell’attesa del rilancio di una nuova attività. 

Su suggerimento del parroco don Costantino Marostegan (lettera del 3 ottobre 2005) e la benedizione del vescovo Martino Canessa (lettera del 27 gennaio 2006), si giunse all’apertura di un Centro di aiuto alla vita (CAV) e della Casa di Accoglienza per mamma e bambino “Mamma Carolina” (7 febbraio 2010). Le Suore se ne interessavano da Tortona; vi tornarono a risiedere nel 2014, ma nel 2016 si ritirarono definitivamente.

Attualmente, nel 2022, l’attività del CAV continua nel territorio indipendente dalla struttura dove è nata; mentre alcuni laici, accompagnati dalle Suore a distanza, continuano a gestire due comunità di accoglienza: “Mamma Carolina” e “Gemma”, per mamme in difficoltà.


Due pensieri di conclusione

“Castelnuovo Scrivia, Cafarnao di Don Orione”: è un privilegio ed un onore essere il paese particolarmente amato da un Santo, ieri con la sua presenza di sacerdote ed oggi con la sua vicinanza di Santo. Se fosse ancora tra noi, forse gli dareste la cittadinanza “honoris causa”, però abbiatelo almeno e sempre come cittadino onorario “amoris causa”, cioè a causa dell’amore che i vostri vecchi hanno avuto per Lui e a causa dell’amore che Lui ha voluto e vuole a voi.

Noblesse oblige: il vostro onore e amore per Don Orione vi porti a conoscere e coltivare come un patrimonio civile e religioso i suoi valori, la sua esperienza religiosa, la sua solidarietà verso i più svantaggiati, la cura verso il prossimo, magari mettendovi tra le stanghe a tirare il carretto della vita di chi anche oggi non ce la fa.

 

[1] La Sala Gennaro Pessini è situata nell’antico convento di Sant’Ignazio.

[2] Scritti 62, 73.

[3] Parola VII, 74.

[4] Lelio Sottotetti, Foglie al Vento, Genova 2008. Antonello Brunetti, Storia e arte: miscellanea castelnovese, Tortona 2005. Arcangelo Campagna, Castelnuovo Scrivia in Da un’oasi all’altra, Velar – Marna, 2018, 105-172. Notizie anche nella biografia del castelnovese Giordano Stella, Il miracolo di Don Orione. La rosa che non appassisce, Campanotto, Pasian di Prato, 2003.

[5] Vincenzo Torti nacque il 16 gennaio 1841, svolse il suo ministero per oltre sessant’anni in Castelnuovo, distinguendosi per pietà, zelo apostolico e distribuendo in beneficenza tutti i beni. Don Orione si fermava a dormire da lui quando, a sera tarda, per la stanchezza non affrontava la strada del ritorno a Tortona.

Fu amico sincero, consigliere e benefattore di Don Orione. Fu lui a incoraggiarlo ad aprire un collegio a Castelnuovo. Indirizzò a Don Orione il ragazzo Attilio Simonelli che divenne sacerdote. Negli anni Venti giunse a vendere la sua casa per aiutare Don Orione in un momento di grande difficoltà. A Don Orione che, anche per ringraziarlo, gli offriva ospitalità a Tortona o nell’istituto di Sanremo, Don Vincenzo rispose: Voglio rimanere a Castelnuovo vicino agli infermi e ai vecchi, il Signore penserà anche per me”.

Rimase ancora per anni sulla breccia, come cappellano dell’Ospedale, e morì novantenne. Don Orione fu a confortarlo e lo pianse come un amico; ricordò che “nel giorno del funerale, nonostante diluviasse ed il vento fosse impetuoso, tutta Castelnuovo l’accompagnò al camposanto”.

[6] Scritti 62, 73.

[7] Alle PSMC, III, 20 Settembre 1926. Don Agostino Bianchi riferì di avere sentito Don Orione dire a Don Vincenzo Torti, durante una celebrazione: «Ha visto! Ha visto? Muove gli occhi!», alludendo al Crocifisso posto sopra l'altare”; Giovanni Venturelli, Positio 1009.

[8] Il folle di Dio, 292-293.

[9] Il ricordo è di Don Semino, parroco di Silvano Pietra; Positio 450.

[10] Ricordo del prof. Giuseppe Sala di Tortona, Positio 415.

[11] L’episodio è raccontato in Memoriale di Don Giuseppe Rota, ADO; ripreso da Don Sparpaglione in San Luigi Orione, ed. 10a, 2004, p. 176-177.

[12] Parola VIII, 244.

[13] Episodio raccontato da Don Orione il 28 Agosto 1937; Parola VII, 21-22.

[14] Riportato da Lelio Sottotetti, Foglie al Vento, Genova 2008.

[15] Don Orione ne riferisce in Scritti 62, 73 e 91, 188-190.

[16] Don Modesto Schiro, allora chierico infermiere, ricorda: “Io dovetti poi occuparmi a medicare la ferita. Dalla ferita usciva abbondante pus e bisognava pulire, medicare andando sino in fondo, poi mettervi il drenaggio e fare la fasciatura. La medicazione era molto dolorosa. Don Orione non fiatava: «Fa pure, fa pure», mi diceva. Si metteva a sedere a cavalcioni su una sedia, poneva le braccia sulla spalliera, vi poggiava la testa e vi rimaneva immobile finché non avessi finito. «Fa male?» gli domandavo, «Niente, niente», rispondeva. Sentivo però qualche volta che stringeva i denti così forte da udirne il rumore ed emetteva un leggero, soffocato mugolio: «Fa pure, fa pure», era l'unica parola che uscisse dalle sue labbra”. Positio 593 e 598.

[17] Tra i ricordi dell’infanzia e di mamma Carolina, Don Orione ricordava che al termine del tempo della spigolatura, come premio, la mamma gli promise di portarlo alla fiera di San Desiderio a Castelnuovo e lì gli avrebbe comprato un paio di scarpe. “Io sospiravo l’arrivo della festa di San Desiderio, contavo i giorni. Finalmente giunse quella benedetta festa e mi condusse a Castelnuovo con i miei zoccoletti di legno. Mi comprò le scarpe e me le calzò mettendo gli zoccoletti in un fagotto... Quelle scarpe erano il premio di tanti sforzi e di tanta fatica. Però, quando giungemmo fuori da Castelnuovo, mia madre si fermò e mi disse: “Senti, Luigi, se porti le scarpe nuove fino a Pontecurone, si consumano; sarà meglio che te le togli e le tieni da conto per andare in chiesa alla festa... E così tornai a Pontecurone con le scarpe nuove sulle spalle e i piedi nudi sulla terra”; DOPO I, 68.

[18] Il complesso del Collegio dei Gesuiti risale al ‘600 con annessa la chiesa di Sant’Ignazio. Il complesso divenne poi di proprietà del Comune nel 1804. Nel XIX e XX secolo i locali furono utilizzati per scopi militari (deposito, ospedale, officina, centro di reclutamento) per poi divenire in tempi recenti sede della scuola dell’infanzia e primaria.

[19] Gran parte del fabbricato era in affitto a commercianti di bozzoli e di patate da parte del Comune che ne era proprietario. Era stato Don Vincenzo Torti a incoraggiarlo a realizzare in quei locali un collegio per gli studenti ed un oratorio.

[20] Qui sostava in preghiera, andando a trovare Don Milanese parroco a Molino dei Torti.

[21] Scritti 54, 14.

[22] In Archivio Don Orione, soprattutto cart. G IV-72.

[23] Amalia nacque a Castelnuovo il 18 marzo 1888. Ernesto Buda, giunto a Torino, vinse il concorso e fu assegnato agli uffici sanitari. Accompagnava ogni mattina il medico addetto al controllo sanitario delle “case chiuse”. Una di queste era di proprietà di una signora castelnovese, vedova, che si era stabilita a Torino con la sorella. Questa signora aveva una giovane figlia di nome Amalia che era cresciuta all’oscuro dell’attività materna; la zia che si curava di lei era riuscita a nasconderle tutto il retroscena. Ernesto, un giorno, passeggiando nelle vie del centro, incrociò la signora e la figlia che ammiravano le vetrine; si fermò e così, casualmente, ebbe occasione di conoscere la ragazza. Era simpatica, serena e semplice. Sentì subito un sentimento di simpatia.

[24] Era di grande generosità. Fu benefattore della Casa di Riposo Balduzzi, dell’asilo delle suore Immacolatine, contribuì al restauro della cappella della Madonna Addolorata nella chiesa parrocchiale; dispensò aiuti anche Santuario della Madonna delle Grazie e alla chiesa della Croce: aiutò negli studi don Pierino Torti.

[25] Lettera a Don Sterpi del 24 luglio 1937; Scritti 19, 280. Il 29 agosto successivo, annuncia che “Il Signor Ernesto Buda che ci ha donato una casa nel vasto borgo che s’incammina a diventar città, a Castelnuovo Scrivia”; Parola VII, 25.

[26] Lettera in Archivio Don Orione, cart. Castelnuovo Scrivia.

[27] Pietro Ferrini, poi missionario in Cile, ricorda di essere stato a Castelnuovo nel 1940-1941, con una quindicina di ragazzi delle elementari, quando vi era direttore Don Bruno Sanguin. Ricorda la povertà e la gente che aiutava.

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