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Messaggi Don Orione
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Pubblicato in: Il rischio del secolarismo della caritÓ ridotta a filantropia (intervista) in Riccardo Benotti, Viaggio nella vita religiosa. Interviste e incontri, Libreria Editrice Vaticana, 2016, p.167-181.

Un'intervista a tutto campo e a cuore aperto, pubblicata in "Viaggio nella vita religiosa", 14 conversazioni con i superiori di diversi Istituti religiosi (Libreria Editrice Vaticana, 2016, p.167-181).

IL RISCHIO DEL SECOLARISMO DELLA CARITA'.

INTERVISTA A DON FLAVIO PELOSO DI RICCARDO BENOTTI

 

Lei è veneto di origine…

Vengo da un piccolo paese di campagna in Veneto, Almisano di Lonigo, in provincia di Vicenza. Sono ultimo di otto fratelli, cinque maschi e tre femmine, con papà e mamma degni di questo nome, di fede semplice e forte. Una bella famiglia che viveva nella povertà, nella serenità e nella fatica per il pane nostro quotidiano. Da piccolo ho fatto il chierichetto, seguivo gli esempi e insegnamenti ricevuti in famiglia, a scuola e al catechismo. Ora mi accorgo maggiormente quanto tutto questo faccia parte di me. Fu una grande sorpresa quando, verso i 3 o 4 anni, ho iniziato a dire, che sarei diventato sacerdote.

 

Una vocazione assai precoce?

Non ricordo nessuna rivelazione ma nemmeno nessuna causa diretta che possa spiegare la mia vocazione. Nell’omelia della mia prima Messa, dissi: “mi sono svegliato alla vita con il desiderio di essere sacerdote”. È così. Avevo proprio 3 o 4 anni, quando veniva il parroco nella mia casa. Era solito offrire una caramella e chiedermi: “Cosa farai da grande? Vieni a farmi da sacrestano?”. Ed io, pronto, rispondevo: “No, diventerò sacerdote”. Era una fantasia, un desiderio di bambino. Ma con l’età da desiderio è diventato ideale, da ideale volontà, fino ad essere decisione e progetto di vita.

 

Ma perché la Piccola Opera della Divina Provvidenza di Don Orione?

Mi viene da sorridere al pensarlo. Tutti sapevano che volevo diventare sacerdote, ma dove? A Lonigo, ci sono le ultime propaggini dei colli Berici; su una collina c’era il grande convento-seminario dei Francescani e, per di più, mia mamma era terziaria francescana; sull’altra collina c’era il noviziato dei Gesuiti ed ho avuto novizi gesuiti al catechismo e all’oratorio con i quali mi identificavo molto. Avevo, infine, mio fratello Massimo che erano giovane sacerdote diocesano e, venendo frequentemente in famiglia, raccontava delle sue prime imprese pastorali a cui ero molto sensibile.

Però, la Provvidenza volle che un giorno arrivasse un prete di Don Orione in paese, in sella a una moto Guzzi, un Galletto. Era già anzianetto, semplice semplice, buono. Era un “cercatore di vocazioni”. Prima ha seguito mio fratello Tarcisio, maggiore di tre anni, e poi anche me. Venne varie volte in casa. Conquistò la simpatia mia e il cuore della famiglia. Parlava di poveri e di povertà, di Divina Provvidenza, di Chiesa, di carità, proprio come ascoltavo dai miei genitori. Io, che già quando avevo 3 o 4 anni dicevo che sarei diventato "prete", dopo aver conosciuto lui, presi ad aggiungere "di Don Orione".

 

E così è iniziato il percorso…

È stato il primo incontro con don Orione. Anche la scoperta della famiglia orionina e del carisma ha avuto tutti i passaggi di maturazione assieme all’età, alla personalità e alla fede.

 

Lei ha una passione per la comunicazione ed è iscritto all’albo dei giornalisti. C’entra qualcosa con la vocazione?

No, non credo, ma di sicuro ha a che fare con l’apostolato. I primi segnali ed esperienze di questa inclinazione risalgono a quando collaboravo, durante il ginnasio, al giornalino interno del seminario. Ho sempre avuto vivo il desiderio di comunicare la vita, Gesù, l’esperienza di fede, al di là della cerchia stretta di conoscenze, alla gente raggiungibile con i mass media. D’altronde, era un’attività assai cara e praticata da don Orione, che è stato un pioniere della comunicazione e fondò fin dagli inizi un piccolo ufficio stampa. Diceva che la stampa è il grande predicatore, predica di giorno di notte, arriva nelle città, nelle valli, sui monti più alti. Usò anche la radio per arrivare più lontano, alla gente che non va in chiesa.

 

Dunque gli Orionini investono nella comunicazione?

Mi pare di sì. È un campo al quale ho dedicato e continuo a dedicare tempo. Anche ora nella responsabilità di superiore generale, uso i moderni mezzi informatici come strumenti al servizio della missione, della formazione e anche del governo di Congregazione. Ovviamente la comunicazione serve a far conoscere il bene, perché il bene è bello e attira. Tante volte, anche ai collaboratori dei nostri media, ripeto di partire sempre da fatti di bene. Senza avere dei fatti da mostrare e su cui riflettere, è meglio non parlare. Mi risuona l’avvertimento di don Orione: “Evitate le parole: di parolai ne abbiamo piene le tasche”.

 

Per 5 anni è stato officiale della sezione dottrinale della Congregazione della Dottrina della Fede.

Per me è stato lavoro e casa per poco più di cinque anni, esattamente dal marzo 1987 al maggio del 1992, quando sono stato eletto consigliere generale della mia Congregazione. Fu un tempo prezioso, una grazia di Dio, una vita di studio ma anche di relazioni molto interessanti, una finestra privilegiata per conoscere la vita della Chiesa.

E qui ho avuto modo di conoscere e di apprezzare il card. Joseph Ratzinger, poi Papa Benedetto XVI. L’ho conosciuto e ammirato, dolce, discreto con una punta di timidezza, equilibrato, positivo per fede più che per sentimento. Mi vengono queste note prima ancora della sua grande intelligenza nota a tutti. Aveva una semplicità che mi incantava. Non ricordo in lui nessuna forma di protagonismo autocentrico o esibizione di ruolo. Non mancava mai alla pausa per il caffé, al venerdì quando si teneva il “congresso particolare”. Godeva di stare con noi, si interessava, commentava avvenimenti, sorrideva divertito per qualche amenità, approfondiva qualche valutazione. Lo ricordo come un uomo libero e autenticamente “umile lavoratore della vigna del Signore”, secondo le sue prime parole da Papa.  Come tanti lavoratori, anche Ratzinger faceva il “pendolare”, a piedi, tra il suo appartamento di Piazza delle Mura Leonine 1, ove viveva modestamente con la sorella, e l’ufficio al Palazzo del Sant’Uffizio. Avanti e indietro per 24 anni, così, dal 1981.

 

Che impressione ha delle notizie recentemente pubblicate sui libri riguardo all’utilizzo del denaro da parte della Curia romana?

Il male ha una virulenza comunicativa contagiosa. Ma anche consuma se stesso e sparisce. Vale anche per la Chiesa che “morte e vita si sono affrontate in prodigioso duello”. Il bene e il male si affrontano in tutti i campi. Dentro e fuori la Chiesa. È una lotta mai vinta. Ma certamente non persa. Viene da piangere e da indignarsi di fronte ai tradimenti e alle incoerenze di uomini di Chiesa che occupano le prime pagine dei giornali. Ma, in certo modo, è anche un buon segno di vitalità della Chiesa. La buona salute di un corpo, infatti, dipende dalla sua capacità di purificarsi. Diversamente entrerebbe in uno stato di corruzione che la porta all’indebolimento e alla decadenza. Da 2000 anni, la Chiesa ha dimostrato di sapere purificarsi. Sta facendolo anche ora. Siamo tutti partecipi di questo processo. Papa Francesco è il capocoro bene intonato sul Vangelo che fa sentire stonate tutte le altre musiche mondane. Ecclesia semper reformanda est, ben sapendo anche che è Ecclesia sancta, “Santa Madre Chiesa”, come amava chiamarla don Orione, scrivendo il nome in maiuscolo per il carattere “divino” che Le riconosceva.

 

Riesce a trovare tempo per altri interessi?

Tutto passa attraverso il filtro del mio servizio di superiore, cui mi sembra di dedicare corpo, anima e tempo. Però, cerco di tenere un equilibrio che mi consenta di salvaguardare spazi di relazione, di approfondimento, di lettura, di curiosità. Da 12 anni non mi è possibile fare uno schema di vita, né giornaliero né settimanale, ma i fili essenziali su cui tessere le giornate cerco di tenerli saldi in mano.

 

Che problemi si trova ad affrontare da superiore?

È prioritario il tema della formazione permanente. La fedeltà vocazionale dei religiosi deve fare i conti con il rischio della monotonia, della routine e di una certa implosione di entusiasmo e di vitalità. Ci stiamo preparando per il prossimo Capitolo che sarà proprio dedicato alla persona del religioso, al suo bene-essere umano, spirituale, vocazionale, apostolico. Un’altra grande sfida che abbiamo affrontato in questi 12 anni di governo è la quella della qualificazione apostolica e carismatica delle opere. Noi siamo una Congregazione che vive e annuncia la Provvidenza di Dio e la maternità della Chiesa mediante la carità. Per noi le opere sono la via privilegiata di testimonianza e di evangelizzazione, “il nostro pulpito”, “la nostra predica”, “la migliore apologia della Chiesa”, come diceva don Orione.

 

Lei parla spesso della necessità di passare dalle opere di carità alla carità delle opere…

Sia le opere educative che assistenziali vanno incontro a una crisi di secolarizzazione. Se da un lato pesa la diminuzione del numero dei religiosi e la legislazione ideologicamente laicista, dall’altro bisogna tenere in considerazione il massiccio coinvolgimento di dipendenti che, in una società multi religiosa e postcristiana, spesso non condividono la finalità apostolica e carismatica dell’opera. Il rischio di un secolarismo della carità, ridotta a filantropia, non è da temere meno del secolarismo della fede, ridotta a ideologia.

 

Papa Francesco ripete che «una Chiesa senza la carità non esiste».

Sì è una identità prima ancora che un’attività. La via delle opere di carità è quella praticata e indicata da Gesù. Che sia la via scelta dal Papa è sotto gli occhi di tutti. Egli chiede a tutti di recuperare il sapore e il valore evangelico della carità, del farsi prossimo. Ha indetto il giubileo straordinario affermando che sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia”.

 

La carità è il tratto distintivo degli Orionini?

Sì, opere di carità per portare i piccoli, i poveri, il popolo alla Chiesa e al Papa, per instaurare omnia in Cristo. Noi Figli della Divina Provvidenza, il ramo maschile, facciamo un quarto voto di “speciale fedeltà al Papa”, mentre le Piccole Suore Missionarie della Carità, il ramo femminile, professano un quarto voto di “carità”. Sono le due facce della stessa medaglia, dello stesso carisma della “carità ecclesializzatrice ” che edifica, unisce, fortifica la Chiesa. La nostra scelta per i piccoli, i poveri, per le situazioni di marginalità, per i rifiuti della società, per i “desamparados”, viene da don Orione stesso, è nel nostro codice genetico spirituale.

 

Don Orione è stato un allievo di don Bosco all’oratorio di Valdocco. C’è ancora una sintonia con i Salesiani?

Di sicuro c’è vicinanza ideale ed affettiva. Negli ultimi anni di vita di don Bosco, il giovane Orione ebbe il privilegio di essere confessato da lui. Don Bosco deve avere intravisto in don Orione qualcosa di speciale e gli aveva dato una attenzione particolare, fino ad assicurare a quel giovane di 17 anni “Noi saremo sempre amici”. E’ una frase che noi Orionini e Salesiani d’oggi ci ripetiamo ancora, reciprocamente. I carismi siano diversi, ma ci accomuna la via dell’apostolato giovanile.

 

Quali sono le attività degli Orionini con i giovani?

Anche nell’apostolato giovanile, per noi è prioritaria la scelta di ambienti e di giovani provenienti dalle classi umili, che vivono situazioni di bisogno di aiuto educativo e di cuore per le più svariate ragioni. Le attività in ambito educativo sono assai varie, dal mondo della scuola a quello delle parrocchie e degli oratori, dal volontariato caritativo a quello missionario. In Italia, le nostre scuole sono ormai quasi esclusivamente di formazione professionale perché, per i noti problemi della mancanza di un basico finanziamento da parte dello Stato, le nostre scuole erano al bivio tra il far pagare rette non accessibili alle famiglie più umili o chiudere. Ci siamo così orientati alle scuole tecnico-professionali che hanno un parziale finanziamento dal ministero del lavoro tramite le regioni e che accolgono una tipologia “popolare” di allievi.

 

La Congregazione ha molte opere di tipo assistenziale e nel campo sanitario. Come nasce l’attenzione al mondo della fragilità e della disabilità?

Don Orione, quando era a Valdocco con Don Bosco, aveva vicino, a 500 metri, la grande istituzione del Cottolengo. Al giovane Orione capitava di vedere spesso gli ospiti del Cottolengo andare a passeggio, a due a due, tenendosi per mano e supplendo uno ai limiti dell’altro. Era una scena che lo commoveva e lo incantava. Vedeva in quella scena un magnifico canto della Divina Provvidenza e della Chiesa. Volle per tutta la vita cantare l’”inno della carità”, “la sinfonia della carità”.

 

Perché una Congregazione religiosa, a grande maggioranza di sacerdoti, dedicata alle opere di carità?

Perché “la nostra predica è la carità” e Don Orione ci voleva “preti di stola e di lavoro”. La carità, nel senso di gratuità verso il prossimo, perché Dio ci ha amati per primo, è il segno più inequivocabile di Dio nella vita. È anche il grande contenuto della evangelizzazione e della civilizzazione cristiana. Don Orione definiva i Piccoli Cottolengo e tutte le grandi o piccole istituzioni in favore dei più svantaggiati “Fari di fede e di civiltà”. Diceva che queste opere erano per quanti vi erano ospitati dentro e ancor più per quelli di fuori,  perché vedano e apprendano la carità e si avvicinino a Dio". Ricordava di un noto e ricco personaggio di Genova: "Salvatore Sommariva mi ha detto: Non credevo in Dio, ma ora ci credo perché l'ho visto alle porte del Cottolengo". Ciò corrisponde a quanto affermava Sant’Agostino ”Se vedi la carità, vedi la Trinità”, ricordato da Benedetto XVI in Deus caritas est 19, dove parla dei “santi sociali” (n.40), tra i quali nomina Don Orione.

 

Qual è il concetto di povero per don Orione?

Si fanno molte discussioni sui poveri, sui nuovi poveri, sui poveri più poveri. Trovo assurdo oggi fare quasi una top ten dei poveri, una classifica dei più poveri: profughi, senza tetto, disoccupati, disabili, anziani in fine vita, malati psichici, etc. Sono discorsi blasfemi, lussi da salotto che non dobbiamo permetterci. A noi Don Orione ha indicato chiaramente che “i più poveri” sono i “desamparados” (gli piaceva questa parola imparata nei tre anni passati in Argentina); quelli che non hanno altra provvidenza umana sono della Divina Provvidenza, per noi.

 

Anche nelle parrocchie svolgete questo servizio per i poveri?

Nel nostro vocabolario di Famiglia orionina, quando parliamo di opere di carità intendiamo quelle di tipo educativo-giovanile, quelle socio-assistenziali e anche quelle pastorali-parrocchiali. Ho girato nelle 30 nazioni in cui siamo presenti e devo dire che le nostre parrocchie sono quasi tutte in povere periferie di città e in ambienti popolari, dove non è facile per i Vescovi trovare chi mandare. Papa Francesco sta spingendo la Chiesa a uscire verso le periferie, ad essere presenza amica e misericordiosa tra gli ultimi. Quando ho incontrato Papa Francesco, durante la celebrazione nella parrocchia di Ognissanti a Roma, gli ho detto che riconosco in lui un “prototipo” di Orionino. Noi Orionini siamo per vocazione, e dobbiamo essere per scelta permanente, “come lui” che mette al centro la misericordia verso chi è più in difficoltà e verso chi ha bisogno di amore. Questo evangelizza Dio, crea civiltà, dà vita ai cristiani e alla Chiesa.

 

La Congregazione è molto impegnata nel settore dell’assistenza e della riabilitazione. Non rischia la sindrome dell’impresa?

Sì, la Congregazione è anche una impresa, e grande, che dà tanti servizi e lavoro a molti dipendenti. In questo settore è diventato difficile ricavare spazi di umanità, espressioni di qualità evangelica, perché molte volte la logica delle leggi dello Stato è quella di offrire servizi. Come esiste il “mordi e fuggi” nell’alimentazione, così nel settore dell’assistenza c’è il “servizio e fuggi”, fuori da un contesto relazionale. La qualificazione apostolica di tali istituzioni è una sfida che stiamo affrontando da anni con scelte gestionali.

 

Leggo che San Luigi Orione ha scritto: “È cristiano, è caritatevole occuparsi del femminismo o meglio della famiglia cristiana. L’attacco contro questa fortezza sociale che è la famiglia cristiana, custodita e mantenuta dall’indissolubilità del matrimonio, ora latente ancora, vedete che domani diventerà furioso”. Un’intuizione profetica?

Don Orione vedeva strettamente connesso il tema del femminismo con quello della famiglia cristiana. Quando scriveva quelle cose si era intorno al 1920, quando il femminismo era già un vasto fenomeno. Purtroppo, era un tema accaparrato ideologicamente da altre fonti di cultura e poco capito della Chiesa, respinto come qualcosa di diabolico. Don Orione intuì che nella questione della donna sono implicati i beni fondamentali che riguardano non solo la donna ma anche la famiglia e la società. Individuò subito il collegamento inscindibile tra “donna”, “famiglia”, “società” e attuò alcune iniziative. Credo che questa sia un’intuizione in cui si deve collocare la promozione del femminismo oggi, anche in ambito ecclesiale.

 

Cosa pensava della famiglia cristiana?

Scrisse: «Il giorno in cui la donna, liberata da tutto ciò che chiamiamo la sua schiavitù, madre a piacer suo, sposa senza marito, senza alcun dovere verso chicchessia, quel giorno la società crollerà più spaventosamente all’anarchia più che non abbia crollato la Russia al bolscevismo». Le ombre dell’individualismo autocentrico che oggi vediamo oscurare il bene della donna e della famiglia vengono da lontano.

 

Cosa pensa della questione legata ai divorziati risposati?

È un grande dramma umano e religioso, personale, civile e anche ecclesiale. È avvenuto uno scisma silenzioso, non dottrinale ma morale, di tantissime famiglie, di tanti uomini e donne lontani dai sacramenti perché divorziati risposati o conviventi. Sono i nuovi “fratelli separati” di oggi. Ma dobbiamo ricordare che anche con loro c’è “una certa comunione, sebbene imperfetta”. Il crollo dell’appartenenza ecclesiale e della partecipazione ai sacramenti dei divorziati risposati trascina, a cascata, i figli e quanti sono coinvolti nella loro situazione irregolare.

E’ positivo che la Chiesa affronti questa problematica con fedeltà dottrinale ma anche con carità pastorale. La soluzione del problema non sta nell’accesso alla Eucarestia dei divorziati risposati, fortemente sostenuto da parte della cultura laicista dominante perché avvallerebbe, di fatto, una relativizzazione dell’unicità del matrimonio. L’orientamento dato dal Sinodo del 2015 è di grande apertura ma anche di grande equilibrio e fedeltà e può essere riassunto nelle parole chiavi “discernimento” e “accompagnamento” pastorale.

 

Gli Orionini sono impegnati nell’educazione di ragazzi e giovani, soprattutto di quelli più svantaggiati. Come vi comportate per prevenire casi di pedofilia?

Anzitutto vorrei dire che nella pedofilia c’è un problema di personalità e c’è, insieme, un gravissimo tradimento della propria fede e della propria vocazione. È un delitto morale e civile. Naturalmente sappiamo che i problemi psichici e le miserie morali non si risolvono con leggi ma con scelte precise a difesa delle conseguenze sugli altri, soprattutto se bambini e indifesi, e di cura e contenimento di chi tali problemi presenta. Noi, in Congregazione, abbiamo una certa prassi preventiva e anche di intervento. Nella formazione di don Orione, e anche oggi,  il tema della castità, della purezza e della delicatezza nelle relazioni è molto sentito. Comunque, si tratta di intervenire rapidamente e decisamente, sapendo che questo è un bene anche per chi fosse caduto in delitti simili.

 

Com’è composta la Famiglia orionina?

Don Orione ha pensato alla Piccola Opera della Divina Provvidenza come a una famiglia di famiglie, con diverse vocazioni ma con lo stesso carisma. Quando lui era ancora in vita c’erano già il ramo maschile, con sacerdoti, eremiti, fratelli, aggregati. E il ramo femminile delle suore, in maggioranza di vita attiva ma anche contemplative, come le Sacramentine non vedenti, con la clausura degli occhi.   

 

E i laici?

Don Orione pensò includere i laici fin dalle prime regole manoscritte del 1904: «Quei laici che sarebbero disposti a fare i voti, se fosse loro concesso». Negli anni ’60 si avviò l’Istituto Secolare Orionino, consacrate nel mondo e con i mezzi del mondo. Dopo il Vaticano II è iniziata una nuova stagione di protagonismo dei laici. Nel 1992 è maturato il progetto di costituzione del Movimento Laicale Orionino che accorpa gruppi e associazioni che vivono il carisma di Don Orione, un arcipelago laicale esteso alla trentina di nazioni in cui siamo presenti. Si tratta essenzialmente un movimento vocazionale, con lo scopo di vivere il carisma negli ambienti della vita quotidiana. È una bella realtà che, in un periodo di riduzione numerica delle Congregazioni religiose, conforta e anima riconoscendo che il carisma cresce e porta frutti.

 

È una risposta alla crisi delle vocazioni religiose?

No, è la risposta alla vocazione cristiana secondo il carisma. La riduzione numerica delle vocazioni religiose, soprattutto in Europa, preoccupa. Credo ci sia un problema di vocazioni e di vocazione. Le iniziative per promuovere le vocazioni devono andare di passo con quelle per promuovere la fedeltà alla vocazione di noi religiosi. Io da tanto tempo non parlo e non prego per le vocazioni se non dopo averlo fatto per nostra vocazione di consacrati. Vedo la matrice della crisi di vocazioni e di vocazione nell’individualismo della cultura odierna, che ci pervade tutti, che fa ritenere troppo impegnativa una consacrazione perpetua e una forma di vita comunitaria come quella dei religiosi.

 

Consiglierebbe la vita consacrata?

Certo, continuo ad essere contento della mia vocazione. Essa richiede purezza di motivazione e di fede. Solo chi entra nel mistero di Dio può capire come la comunione fraterna sia la forma di vita più alta, quella che ha scelto Gesù con gli apostoli, la forma di vita apostolica. Il religioso non è un testimone o un predicatore solitario, ma in comunità, con la purificazione e l’integrazione vissute nella comunità. Oggi, nel tempo dell’individualismo esasperato e della cultura del selfie, c’è una grande domanda di comunione e di comunicazione. La vita consacrata potrà avere un ruolo provvidenziale per il mondo a patto  che viva la sfida della comunione in modo serio, gioioso e per fede.

 

È contento degli Orionini di oggi?

Certamente, ma anche con inquietudini e attese. Tra i punti di fiducia constato il fatto che viviamo una identità carismatica e vocazionale condivisa. Sappiamo chi siamo, come ci ha voluti don Orione. C’è un grande amore e una relazione viva con don Orione, quasi fosse morto ieri. Tutto questo ci fa sentire profondamente fratelli. Un secondo punto su cui contare è l’istinto per i più poveri e per la gente semplice. “Stare con gli ultimi” non solo è un dovere evangelico ma è anche una terapia per noi religiosi. Finché resteremo con gli umili non correremo il rischio di cadere nella mondanità, che è il fantasma che spaventa e anche attira.

 

Ha qualche preoccupazione guardando al futuro?

Anche qui ne dico due. Temo che la diminuzione numerica possa produrre un calo di autostima nei confronti della vita religiosa e del carisma. Siamo pochi, dunque vale meno la vita consacrata o vale meno il carisma: è una tentazione che può venire guardando le statistiche e una certa “minorità” sociologica della vita consacrata nel contesto ecclesiale attuale. L’altra preoccupazione riguarda il nostro apostolato carismatico. Per vocazione e costituzione, la nostra missione avviene “mediante le opere di carità” educative, assistenziali e pastorali. Dobbiamo reagire al secolarismo delle opere di carità, soprattutto di quelle troppo istituzionalizzate e a grande influenza statale. Del resto, non siamo nemmeno una Congregazione con solo opere di “pronto soccorso”, con micro realizzazioni nascoste. Dobbiamo continuamente trovare un equilibrio tra opere di pronto soccorso agile e opere di promozione specializzata istituzionalizzata, tra opere di qualità nel servizio e qualità evangelica delle opere.

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