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Messaggi Don Orione
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Nella foto: Franca Beer davanti a un dipinto del marito Guillermo Roux
Pubblicato in: Peloso Flavio (a cura), Franca Beer Roux: ho incontrato Don Orione, "Messaggi Don Orione", n. 120 (2/2006), p.65-75.

Ebrea, emigrata da Roma in Argentina nel 1939 a causa delle leggi razziali, è ritornata nella casa della fanciullezza, in Via Monte Cimone 145, e vi ha trovato Don Orione.

FRANCA BEER ROUX: HO INCONTRATO DON ORIONE

La testimonianza di una italiana ebrea in Argentina

 

Esule dall’Italia in Argentina nel 1939

 

Nacqui a Palermo,[1] perché la mia famiglia era andata a risiedere in quella città dove il papà, un ingegnere e impresario importante, era impegnato in costruzioni. A Palermo passai i primi cinque anni della mia vita. Dopo andammo ad abitare nella nostra meravigliosa casa con parco di Roma, a Monte Sacro. Qui vissi fino al 1939, quando avevo 13 anni. La famiglia di mio papà era di Genova mentre quella di mia mamma era in parte di Ancona e in parte di Roma. La mia famiglia era ebrea, anche se non si era praticanti di questa religione. L’unico segno della nostra appartenenza ebraica era il digiuno. Mai entrai in una sinagoga nonostante l’avessi chiesto più volte a mia mamma.

Nel 1939 vennero le leggi razziali anche in Italia e abbiamo dovuto abbandonare la casa dove vivevamo, a Monte Sacro. Io frequentavo la seconda magistrale, mio fratello Stefano la quinta e la sorella Gina era all’ultimo anno del liceo.

Ricordo che la mia governante mi aveva portato alla cartoleria per le spese in vista dell’anno scolastico che stava per iniziare. A quel momento di festa seguì l’ascolto, alla radio, della notizia della proibizione ai bambini ebrei di frequentare le scuole pubbliche. I giornali poi ne parlarono a grandi titoli. Ricordo che al primo giorno di scuola, non fui svegliata per prepararmi. Mi alzai lo stesso e corsi dietro alla persiana e vidi le due mie amiche, con le quali ero solita andare insieme a scuola, passare sotto la porta senza suonare il campanello, come sempre avevano fatto fino all’anno precedente. Mentre si allontanavano verso la scuola scoppiai in pianto.

Mio padre, vedendo l’impossibilità di far continuare gli studi a noi figli, si decise ad emigrare e a stabilirsi con tutta la famiglia in Argentina, dove era stato qualche anno prima per la costruzione della diga di Rio Negro. La casa di Monte Sacro fu venduta ad un signore per poco prezzo. Lasciammo tutto e partimmo con poco denaro per non avere difficoltà nel lasciare l’Italia.

Seguirono gli anni tristi e incerti del nostro adattamento in una nuova nazione e cultura. La nostra posizione sociale cambiò notevolmente. Ci stabilimmo inizialmente a Buenos Aires, nel quartiere “Once”, in una zona molto squallida. Poi, nel 1941, andammo a risiedere a Mendoza dove la situazione era alquanto migliore. Mi restava sempre una grande nostalgia dell’Italia. Seguivamo con terrore le notizie dell’evolversi della guerra in Europa fino alla sua conclusione liberatoria.

Non sto a raccontare poi tutta la mia vita che mi portò a terminare i miei studi, ad avere una professione e a vivere a Buenos Aires con mio marito Guglielmo Roux, famoso pittore argentino.[2]

Nel 1977, mio figlio Roberto visse la stessa mia storia di emigrazione forzata, questa volta fu lui a dover fuggire dalla dittatura militare di Argentina e a emigrare in Italia, a Roma.

 

La nostalgia della casa perduta

Con Guglielmo iniziammo ad andare a trovare Roberto a Roma. Ci fermavamo ogni anno per due o tre mesi. Abitavamo in un hotel dove Guglielmo non aveva comodità per pitturare, faceva incisioni per stampe.

Sorse in me il desiderio di rivedere l’antica casa di Monte Sacro che costituiva per me come una fissazione, poiché rappresentava una specie di simbolo di felicità perduta.

Io non avevo nemmeno il coraggio di avvicinarmi al quartiere di Monte Sacro e a quella casa, ma un giorno, rispondendo ad un desiderio di mio figlio, andammo a conoscere la casa d’infanzia. Scoprii che la casa ora era proprietà e sede delle Piccole Suore Missionarie della Carità.

Mi presentai e fui ricevuta gentilmente da una suora. “Non so se quello che le chiedo sia lecito, ma io vissi in questa casa quando ero ragazza e vorrei rivederla almeno una volta”. La suora mi rispose: “Come potrei non permetterglielo! Anch’io ebbi lo stesso desiderio di visitare la casa della mia infanzia però mi fu negato e ora vivo ancora con questo dolore in cuore”.

Con grande emozione percorsi le varie stanze della villa che era rimasta intatta, uguale, solo mancavano i mobili. Dopo la visita mi venne il desiderio di ritornarvi ad abitarla. Almeno per qualche tempo. Avevo notato che alcune stanze erano vuote e, congedandomi, chiesi se potevamo occuparle io e mio marito, per uno o due mesi quando saremmo ritornati a Roma. La madre Caterina mi disse che doveva parlare con madre Elisa, la Superiora, perché ciò che chiedevo era contrario alle regole, però il mio caso era speciale. Non avevo molte speranze. Spiegai anche che io ero ebrea e mi venne detto che Don Orione – io non sapevo chi fosse – aveva detto che quando uno bussa alla porta non si chiede se abbia un nome, una patria, una religione o se è senza religione, ma solo se abbia un dolore.

Passarono alcuni mesi e, dall’Argentina, dovevamo venire nuovamente in Italia perché Guglielmo era stato invitato ad esporre i suoi quadri alla Biennale di Venezia. Poco prima di partire giunse la lettera delle Piccole Suore Missionarie della Carità e, con grande emozione, lessi la risposta affermativa alla mia richiesta. Mi vennero le lacrime agli occhi.

Quando giunsi alla casa con mio marito, ci accolsero con le chiavi della porta in mano e ci dissero di usare della casa con tutta libertà. Alloggiammo al piano terreno con due stanze e servizi a disposizione: una era la camera da letto dei miei genitori e l’altra, dove Guglielmo pose il suo laboratorio, era la mia cameretta quando avevo 5 anni. Il modo di fare delle suore fu meraviglioso. Il clima che si respirava nella comunità era di pace, di serenità, di gioia, di rispetto e di grande amore. Mio marito lavorò felice nella realizzazione di una incisione, e prima di partire chiese alcune foto di Don Orione e fece un ritratto a carboncino che donò alle suore.

 

L’incontro con Don Orione

Al momento di partire chiesi a madre Elisa chi era Don Orione. Ella mi fece trovare due libri sopra le nostre valigie. Nel viaggio di ritorno lessi la sua vita e compresi ciò che le suore avevano fatto con me permettendomi di ritornare alla mia casa: fu un atto di carità.

Prima di andarmene ebbi la sensazione che stavo per perdere la casa per la seconda volta e mi venne nuovamente un nodo di tristezza. Chiesi se potevamo ritornare ancora e mi dissero: “Possono ritornare. Solo avvisate per tempo. Voi siete parte della nostra famiglia. In qualsiasi parte del mondo dove si trova una casa di Don Orione essa è aperta per voi”. Restammo molto impressionati ed emozionati.

L’anno seguente ritornammo, e così anche l’altro ancora. Guglielmo, nel secondo viaggio, realizzò un ritratto ad acquerello di Don Orione giovane. Quando ritornammo per il terzo anno, abbiamo visto una fotografia a colori del ritratto appesa a una parete della casa. Io chiesi alla suora se poteva darmene una copia. Ella la staccò e me la regalò, così com’era, incorniciata e con vetro.

Al ritorno dissi a Guglielmo: “Questa è l’ultima volta che veniamo ad abitare in questa casa perché ora non abbiamo più bisogno. Andremo in albergo”. Perché, mi chiese: “Perché la ferita è già chiusa”.

E non ci tornammo più anche se, ogni volta che vengo a Roma, vado a visitare le suore con grande gioia del mio cuore. Al ritorno a Buenos Aires posi nel soggiorno il ritratto di Don Orione con grande meraviglia di Guglielmo che conosceva il mio ateismo. Io gli dissi: “Egli ci proteggerà”.

 

Fernando Grandi

Dopo poche settimane dal nostro rientro a Buenos Aires, nel 1985, il mio vicino e amico da 30 anni, Fernando Grandi, scendendo una scala mise il piede in fallo e rotolò fino in fondo. Lo portarono all’Ospedale Bancario di Plaza Irlanda e gli diagnosticarono la rottura della milza. Peggiorava sempre più e due giorni dopo decisero di operarlo. La moglie, la mia amica Berta, che io accompagnavo ogni giorno a visitare il marito all’ospedale, era disperata.

Senza saper bene il motivo ebbi l’impulso di staccare il ritratto di Don Orione dalla parete del soggiorno e lo portai alla mia amica dicendole che glielo regalavo e che lo ponesse all’ingresso, a protezione di Fernando.

Il giorno seguente fummo a visitare Fernando all’ospedale. Stavano attendendo gli ultimi esami eseguiti all’Ospedale Italiano prima dell’operazione. Sorprendentemente, gli studi non rivelarono nessuna anomalia. I medici non si davano spiegazioni però la milza stava bene. Decisero un trattamento di terapia normale e quindi lo misero nella sala comune. Dopo pochi giorni ritornò a casa completamente guarito. E non sentì più nulla alla milza.

 

Il regista Simon Feldman

Prima di fare un viaggio in Europa, mi pare nel gennaio 1985, venni a sapere che il mio grande amico e regista Simon Feldman[3] era all’ospedale “Alvarez” gravissimo, vittima di una setticemia generalizzata, causata da una peritonite perforata. Andai all’ospedale “Fernandez” e parlai con la moglie e con la figlia, le uniche che potevano vederlo per alcuni minuti al giorno, dal momento che stava in terapia intensiva.

Mi raccontarono che gli avevano già fatto sette operazioni e che in ogni momento si producevano fuochi di infezione per cui dovevano operarlo. Dopo alcuni giorni ritornai a visitarlo, proprio prima di partire per un viaggio in Europa. C’era soltanto la moglie che mi confidò: “Ormai non c’è più speranza. I medici dicono che non c’è nulla da fare”. A quelle parole, sentii una grande indignazione di fronte alla sua rassegnazione e le dissi: “Non hai vergogna di dire questo, tu che sei l’unica ad avere contatto con lui? Se perdi la speranza, Simon morirà perché gli trasmetti il tuo pessimismo e lui cesserà di lottare per la vita. Ma io ti dico che egli guarirà”.

Tornai a casa cercai una piccola immagine di Don Orione che mi avevano dato le Suore di Roma. Ma non sapevo come farla giungere a Simon, la cui famiglia era ebrea e notoriamente atea. Allora presi un vasetto di marmellata che io stessa faccio, posi l’immagine di fianco e confezionai un pacchetto. Lo portai all’ospedale. C’era la figlia e glielo consegnai dicendo: “Dentro c’è un dolce fatto da me e anche un’altra cosa. Non ridere e non buttarla, conservala perché aiuterà tuo padre”.

Il giorno dopo partimmo per Parigi. Passati alcuni mesi, mi incontrai con un amico che veniva dall’Argentina e mi disse che Simon stava molto bene, totalmente ristabilito.

Al rientro a Buenos Aires, dopo molti mesi, una sera mi capitò di incontrarmi in un ristorante con Simon e sua moglie. Stava così bene, giovanile e pieno di vita, da non crederlo. Gli domandai come si fosse rimesso così bene.

“Un miracolo”, mi disse.
“Come un miracolo? – ripresi -. Ti sto chiedendo che cosa hanno detto i medici”.
“Esattamente questo. Essi dissero che fu miracolo e che non c’è altra spiegazione. Infatti, quando ormai ero senza speranza, da un giorno all’altro, sparirono tutti i fuochi di infezione. Non solo, ma delle sette operazioni che mi fecero non mi resta alcuna cicatrice sul corpo”.
“Io so chi ha fatto il miracolo” – ebbi allora il coraggio di dirgli. E gli raccontai la storia dell’immagine di Don Orione con il vasetto di marmellata.
“Mia figlia non mi disse niente. E tu, perché non me lo hai raccontato prima?
“Temevo che ridessi di me, dato il nostro ateismo”.

Mi chiese se avessi una immagine di Don Orione da fargli vedere. Ne avevo una che porto sempre con me nella borsa. La prese tra le mani e gli si riempirono gli occhi di lacrime. Me la chiese in regalo e la mise nel portafogli emozionatissimo.


L’amica Luisa Ugarte

Era il 1987. All’Ospedale Italiano, la mia amica Luisa Ugarte di 32 anni stava per essere operata di cancro. Chiamatoci in disparte, il medico disse a me e a sua sorella che in seguito avrebbe dovuto asportarle anche l’utero perché stava iniziandogli una metastasi. Io andavo a visitarla tutti i giorni all’ospedale. Dopo l’operazione, prima di farle visita, andai a casa della mia amica Berta e le chiesi di ridarmi l’immagine di Don Orione: suo marito era guarito e c’era una persona che aveva bisogno di quel quadro. Essa me lo diede e lo portai alla mia amica, all’ospedale, dicendole che era per invocare Don Orione riguardo a quella malattia. Ella ancora lo conserva nella sua casa a oltre 10 anni da quando ha vinto la malattia del cancro. Non ebbe metastasi ne la dovettero più operare.


 Don Orione non lo permetterà

Nel 1987, andammo a Parigi, dove il Museo “Georges Pompidou” aveva offerto a Guglielmo un atelier e soggiorno per un anno perché potesse dedicarsi all’attività artistica. Quella gioia per il successo artistico di mio marito venne improvvisamente turbata. Un giorno sentii un nodulo duro al seno. Andai dal medico specialista in cancro alla mammella e mi disse di poter affermare, con la sicurezza del 90%, che si trattava di un tumore apparentemente maligno. Era di tre centimetri e bisognava che fossi operata immediatamente, appena eseguita la mammografia richiesta con urgenza.

Uscimmo dall’ospedale e Guglielmo era disperato. Ricordo che, come per confortarmi, mi portò in un Café a prendere una cioccolata, che sapeva piacermi tanto. Lo vedevo abbattuto, ma io gli dissi: “Non preoccuparti. Don Orione non lo permetterà”. Tornammo poi con l’esito della mammografia dal medico che, ancor prima di vederlo, mi palpò il seno e sorpreso esclamò: “Non posso crederlo! Prima c’era e adesso non si sente più niente”. Quasi irritato, guardò la mammografia e tornò a toccare il seno. Niente. Eppure il nodulo c’era!


Silvia entro una settimana sarà a casa!

Si era nel 1996. Stavo trascorrendo alcuni giorni a Roma, trattenuta da una forte influenza a casa di mia cugina Letizia Chiaraviglio. Mi raccontò che sua figlia Silvia era all’ospedale da quasi due mesi, paralizzata dal collo in giù, e i medici non sapevano l’origine di questa infermità. Tutti i giorni andava a visitarla e rientrando mi dava notizie. Silvia aveva sofferto di forti mal di testa per tutta la vita e diceva che l’unico aspetto positivo di questa infermità era che non soffriva più di mal di testa.

Un giorno tornò dall’ospedale molto triste e mi informò che dovevano nuovamente fare diverse punzioni, molto dolorose, per studiare il midollo. Io allora mi ricordai improvvisamente di Don Orione. Le diedi l’immagine che avevo con me dicendole di portarla a sua figlia. E mia cugina lo fece.

Il giorno seguente, parlò con Silvia al telefono. La figlia le disse che tutta la notte aveva avuto un grande dolore di testa e che le sembrava di cominciare a muovere un piede. Allora, io le dissi: “E’ Don Orione! Vai all’ospedale e dì a tua figlia che entro una settimana sarà a casa”. Mia cugina mi chiese perché le dicessi questo. Solo risposi che sarebbe andato così. Era un sabato. La domenica della settimana seguente la figlia era a casa. Già camminava e, dopo qualche tempo, guidava l’auto.

Mia cugina, poi, mi accompagnò a Monte Sacro a visitare le suore per chiedere alcune immagini di Don Orione. Io gli raccontai ciò che mi era accaduto.


 “Porta l’immmagine di Don Orione vicino a tua cognata”

Novembre 2000. Una alunna, e ora anche insegnante, della scuola d 'arte di Guillermo, e venuta a colazione e io le notai l'espressione triste, e le chiesi se le succedeva qualche cosa. Mi rispose che effettivamente, stava molto preoccupata per la cognata, (28 anni, due bambini) moglie del fratello, che era in fin di vita all'ospedale, senza che i medici sapessero come fare per guarirla, e che la diagnosi era molto pessimistica. Andai a prendere l' immagine di Don Orione e gliela diedi, chiedendole di portarla vicino a sua cognata. Poi mi dimenticai del fatto, fino a che, all'inaugurazione della mostra degli alunni di Guillermo, mi si avvicinarono due sconosciuti per dirmi, con le lacrime agli occhi, che mi ringraziavano perché grazie a quello che avevo regalato alla loro figlia, la loro nuora era guarita. Erano i genitori dell'alunna. Dissi loro che non dovevano ringraziare me ma chi sta sopra, io ero solo un veicolo. Mi raccontarono i dettagli della immensa gravità di quello che 1e era successo, che le avevano dovuto fare un' operazione asportandole l’utero, ma 1’infezione era arrivata prima a tutti gli organi e finalmente al sangue. Non le funzionava più il pancreas, né i polmoni, né il cuore, e durante un mese visse completamente assistita grazie agli apparecchi che la mantenevano. Appena ricevuta la immagine, prima cominciò a funzionare il pancreas, dopo i polmoni, finalmente il cuore, e ora... sta facendo ginnastica per rimettere in forza i muscoli. I medici dissero loro che era il primo caso che di loro conoscenza di una persona che, arrivata a quello stato di gravità, ne fosse uscita. Tutti gli altri erano morti. Ne rimasi sconvolta, felice ed emozionata.[4]


Che senso ha tutto questo?

A volte mi ritrovo a pensare che senso ha tutto questo che mi è capitato. Non so. So solo che Don Orione mi ha aiutato con un atto di carità, accogliendomi nella casa della mia infanzia ove ora ci sono le sue suore. So che ha protetto me e altre persone con dei fatti straordinari e miracolosi. Io so che posso contare con piena fiducia su di lui. Più in là non vado. Non so, non so capire come ciò sia possibile.

Da tanto tempo non credo in Dio e sono all’oscuro. Quando avevo 16 o 17 anni, attratta da alcune amiche, mi ero avvicinata alla Chiesa cattolica, lessi la Bibbia, ricevetti istruzione cristiana e battesimo. Per due anni, vissi gioiosamente la fede cristiana frequentando la Messa, pregando e vivendo tutte le cose della Chiesa. Poi mi innamorai di un ragazzo cattolico, una simpatia giovanile. Ebbene, egli si manifestò talmente fanatico e intollerante verso quelli che definiva “infedeli” che conclusi: non può essere vera una religione che rende così le persone. Lasciai lui e abbandonai la religione. Un altro sussulto religioso lo ebbi a 23 anni. Ero sposata da due anni in una situazione insostenibile, tanto che in cuor mio avevo già deciso di separarmi. Ero in questo travaglio interiore quando sentii il desiderio di andare in una chiesa a pregare. Giunsi ad una chiesa, ma era chiusa. Da dentro veniva una musica celestiale; stavano cantando una corale di Bach. Mi fermai davanti alla porta. Ad un certo punto, la porta si aprì ed uscirono ad uno ad uno i cantori. Da ultimo si presentò il prete cui chiesi di poter entrare. Mi domandò il motivo. Gli dissi che desideravo pregare e gli parlai della mia intenzione di separarmi dal marito. Egli ebbe gesti e parole irriguardosi nei miei confronti. Scappai indignata e scandalizzata. Ritornai ad essere atea, lontana da ogni pensiero su Dio.

Tuttora non ho chiara la percezione dell’esistenza di Dio, soprattutto pensando all’olocausto degli Ebrei e ad altre cose orribili. Se succede questo, allora Dio non c’è o non interviene, Dio è imperfetto. Ma, recentemente, questi fatti che ho raccontato hanno messo in crisi il mio ateismo. Ecco, mi capita che mentre continuo a pensare in questo modo di Dio, non ho nessun dubbio su Don Orione e sulla sua presenza amorosa nella mia vita. E mi basta così. So che Don Orione non è “Dio”. Ma per ora mi fa paura andare più in là di Don Orione e pensare a Dio. Comprendo che se incontro Dio dovrei solo mettermi ad adorarlo, lasciare tutto, cambiare completamente la mia vita.

Intanto, continuo a chiedermi perché è capitato a me di incontrare Don Orione e di sperimentare questi fatti straordinari.
Certo un motivo c’è. Forse è per la mia miseria.

 


[1] Franca Beer Roux, ebrea nata in Italia, esule in Argentina, ha sposato Guillermo Roux, pittore di fama internazionale; vive a Buenos Aires. Questo testo è nato dagli incontri di Don Flavio Peloso con Franca Beer; si basa su una testimonianza autobiografica scritta con integrazioni da altri colloqui. Una memoria è stata pubblicata nel libro curato da Eleonora Maria Smolewski e da Vera Vigevani Jarach, edito da Il Mulino (Bologna 1998), Tante voci, una storia. Italiani ebrei in Argentina, 1938-1948, a p.81-93 e 427-429.

[2] Guillermo Roux, nato a Buenos Aires nel 1929, è considerato l’artista vivente più importante di Argentina, di rinomanza internazionale soprattutto negli ultimi due decenni. Ha tenuto esposizioni in molte città del mondo; ha scritto e di lui hanno scritto vari libri. Cfr. Guillermo Roux. Introducciòn de Judd Tully con notas de Guillermo Roux, Rizzoli, New York, 1996.

[3] Noto regista e maestro di tecnica cinematografica. Abita a Buenos Aires, Calle Chile 371, 10°p. – E; Tel. 43420585.

[4] Lettera di Franca Beer del 18.12.2000.

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