Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per mostrare servizi in linea con le tue preferenze. Continuando a navigare si considera accettato il loro utilizzo. Per non vedere più questo messaggio clicca sulla X.
Messaggi Don Orione
thumb

Nella foto: Massimo Reichlin

Il testo dell'intervento di Massimo Reichlin, Professore di Filosofia morale e di bioetica, alla presentazione del film "Sui passi di Don Orione". Milano, 3 giugno 2024.

L'INATTUALE ATTUALITA' DI DON ORIONE

NELLA CULTURA DELLA DISCRIMINAZIONE E DELLA SELEZIONE DELLE PERSONE

PROF. MASSIMO REICHLIN

Professore di Filosofia morale
Università Vita-Salute San Raffaele, Milano

 

 

Don Orione arriva per la prima volta a Milano nell’ottobre 1931 e incontra il card. Schuster presentandogli il progetto della sua grande opera, il Piccolo Cottolengo; opera che comincia a realizzarsi verso la fine dell’anno, quando di profila la possibilità di acquistare Villa Restocco, in mezzo alla campagna, di proprietà delle suore carmelitane scalze. Avuta l’approvazione del cardinale, don Orione acquista finalmente il Restocco il 3 novembre del 1933. La prima messa nella cappella del Piccolo Cottolengo è il giorno successivo, “con la benedizione del rappresentante dell’arcivescovo e sotto gli auspici di S. Carlo Borromeo”; la prima pietra del nuovo grande complesso verrà posta dallo stesso don Orione e dal card. Schuster il giorno di S. Ambrogio del 1938, a sottolineare lo spirito profondamente “ambrosiano” dell’opera intrapresa. Don Orione vuole venire a Milano perché qui si evidenziano con più forza le contraddizioni legate allo sviluppo della società industriale, contraddizioni messe in particolare rilievo dalla grande crisi economica iniziatasi nel 1929; si può dire che risponda, a modo suo, all’invito del papa Pio XI che, nell’enciclica Quadragesimo Anno del maggio 1931, aveva ripreso e aggiornato la dottrina sociale della Rerum novarum, chiedendo ai cristiani un rinnovato impegno per sopperire al crescente disagio sociale di masse sempre più povere di lavoratori e disoccupati.

Tra il primo colloquio avuto col card. Schuster del 1932 e l’avvio del Piccolo Cottolengo milanese si colloca, nel gennaio 1933, un evento epocale per la storia del XX secolo: l’avvento di Hitler alla cancelleria tedesca. È solo una coincidenza, naturalmente, ma che ci mostra quanto sia inattuale la visione di don Orione: mentre il mondo si prepara ad essere stravolto da un’ideologia che si basa essenzialmente sulla distinzione tra i forti e i deboli, tra gli adatti e gli inadatti; mentre inizia a discriminare (come accadrà anche in Italia, dal 1938, con l’approvazione delle leggi per la difesa della razza) gli esseri umani sulla base del colore della pelle e dell’appartenenza religiosa, don Orione dichiara (in una lettera del 1939 inviata al card. Schuster) di voler accogliere “i rifiuti della società” o “quelli che sono ritenuti i rottami della società”; intende abbracciare “tutti quelli che hanno un dolore, ma non hanno chi dia loro un pane, un tetto, un conforto”; scrive esplicitamente: “Quando i malati si presentano alla porta del Piccolo Cottolengo, non si può chiedere di che religione o nazione siano, ma se hanno un dolore da lenire”.

L’idea di una discriminazione delle vite tra ‘adatte’ e ‘inadatte’, che pure sta al cuore del suo programma politico, non è certo un’invenzione di Hitler. Il movimento dell’eugenetica aveva una sua ben chiara legittimazione “scientifica”, non solo in Germania, ma prima ancora in Inghilterra, negli Stati Uniti, nei paesi scandinavi. L’obiettivo di ‘migliorare la discendenza’ veniva perseguito con metodi relativamente moderati, come le politiche restrittive sui matrimoni misti e le sterilizzazioni – almeno formalmente – ‘volontarie’. L’idea del “diritto di morire”, inteso come diritto dello Stato di dare la morte per perseguire la sanità del Volk, è un’aggiunta tedesca al programma eugenetico; già difesa nel 1895 dal giurista Adolf Jost nel saggio Das Recht auf den Tod, era stata poi più ampiamente presentata, nel 1920, in un famoso pamphlet pubblicato da un giurista e di uno psichiatra tedesco, Karl Binding e Alfred Hoche. Costoro introducono un’idea centrale per la politica nazista: quella di una vita indegna di vita; il loro lavoro si intitola infatti Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten lebens, ossia Il permesso di annientare la vita non degna di vita. Ci si può rendere conto della centralità della politica eugenetica nel programma nazionalsocialista osservando come la sterilizzazione forzata di soggetti con malattie genetiche o con ritardo mentale venisse approvata già nel luglio 1933; la soppressione delle ‘vite indegne di vita’ cominciò invece nel 1938 con l’uccisione di bambini affetti da malformazioni di ogni genere (incluse molte compatibili con una vita relativamente ‘normale’) e proseguì dal 1939, con l’Aktion T4, che introduceva l’eutanasia su adulti affetti da numerose malattie psichiatriche e neurologiche. L’avvio del programma, fortemente osteggiato soprattutto dalla chiesa cattolica e dalla chiesa evangelica confessante, fu giustificato, tra l’altro, con la necessità di alleviare lo Stato dai costi dell’assistenza a questi pazienti, riorientando le risorse verso l’imminente sforzo bellico.

È un intero contesto storico che si orienta decisamente verso una prospettiva di valutazione della vita in termini efficientistici, prestazionali, verso l’esaltazione della forza, della virilità e della capacità di schiacciare i più deboli. In questo contesto, Don Orione difende una concezione opposta e perciò fortemente ‘inattuale’ del valore della vita: non solo nega che esista qualcosa come una vita indegna di vita, ma fa dell’accoglienza di ciò che la società scarta, dell’amore e della cura per il lucignolo fumigante dell’umanità che abita nei più poveri e derelitti – letteralmente, di coloro che sono abbandonati a sé stessi, di cui la società non si fa carico in alcun modo – della cura di questa umanità dolente fa l’unico programma della sua vita e della sua opera, anche e soprattutto in una città come Milano, ormai diventata grande, operosa e piena di contraddizioni. È uno che va controcorrente, che non si conforma allo spirito del mondo che sta andando in tutt’altra direzione. Un inattuale, dunque.

Credo si possa ben dire che anche oggi la prospettiva di don Orione presenta un carattere sostanzialmente inattuale. La discussione internazionale in bioetica, infatti, pullula di proposte che vincolano il rispetto della dignità personale alla presenza di una sufficiente ‘qualità della vita’; di teorie che consigliano (o anche impongono) l’esercizio di un ‘controllo della qualità’ sulla vita umana che deve soddisfare certi criteri per avere il diritto di nascere; di teorie che, a fronte del venir meno delle capacità superiori, di carattere razionale, dichiarano con nettezza il venir meno dei doveri di assistenza e propugnano la soluzione della ‘dolce morte’ come esito auspicabile. È vero che oggi quest’ultima questione viene per lo più impostata come rivendicazione del diritto soggettivo, da parte di un paziente che non vuole continuare a vivere, di essere aiutato a morire. Tuttavia, non manca chi giustifica tale pratica in base all’affermazione dell’oggettivo disvalore di tali vite, e perciò considera l’ipotesi dell’eutanasia anche quando non è volontariamente richiesta dal paziente. E talvolta riemergono pure considerazioni di tipo economico (analoghe a quelle fatte valere in Germani negli anni ’30) che guardano ai costi delle cure in una società che invecchia sempre più e che ha sempre maggiori bisogni sanitari, per indicare nella soppressione delle persone anziane, disabili o affette da patologie croniche una soluzione praticabile.

A fronte di questa situazione culturale, la difesa incondizionata della ‘sacralità’ della vita umana predicata e concretamente realizzata da don Orione con la sua opera assume un valore profetico. “Il Piccolo Cottolengo – scrive don Orione – accoglierà come fratelli ciechi, sordomuti, deficienti, ebeti, storpi, epilettici, vecchi cadenti o inabili al lavoro”. La sua opera – sottolinea – è “per i più poveri, per i rifiuti, per gli abbandonati dalla società”. La passione per la vita cui si ispira l’impresa di don Orione rivendica il valore dell’umanità in ogni sua espressione e sottolinea il valore inestimabile della carità, del prendersi cura della vita vulnerabile e sofferente dell’umanità derelitta, di quelle “vite di scarto” - come direbbe papa Francesco - che l’odierna cultura dell’efficienza vorrebbe farci trascurare; è dunque anche oggi una prospettiva decisamente inattuale, in un’età che fa dell’efficienza, della velocità, della prestazione, del giovanilismo i suoi valori di riferimento. Ma si tratta al tempo stesso di una prospettiva quanto mai attuale, come sempre attuali sono le voci profetiche; quelle che ci mostrano un cammino diverso e migliore, un modo più bello e più inclusivo di costruire la comunità umana; come sempre attuale è l’inattualità di un messia che, in un mondo segnato da differenze di ogni sorta, ha annunciato la misericordia di Dio estesa indifferentemente a giudei e greci, schiavi e liberi, uomini e donne. Da questo punto di vista, don Orione fa ancora oggi quello che, in modi diversi, fanno i santi di ogni tempo: ci insegnano una via autentica per seguire il Maestro.

Lascia un commento
Code Image - Please contact webmaster if you have problems seeing this image code  Refresh Ricarica immagine

Salva il commento