DON ORIONE E IL MODERNISMO, LEALTA' DOTTRINALE E CARITA' FRATERNA

Una ricostruzione e valutazione della posizione di Don Orione negli anni della crisi modernista.

DON ORIONE NEGLI ANNI DEL MODERNISMO
LEALTA' DOTTRINALE E CARITA' FRATERNA


Roberto de Mattei

 

“Punto nevralgico della sensibilità cattolica”[1], il dibattito sul modernismo resta uno dei nodi culturali del nostro tempo e non può essere circoscritto agli anni di san Pio X[2], né spogliato della sua dimensione teologica e filosofica per essere ridotto a mero episodio di “storia della mentalità”.

Un esame delle origini remote di questo dibattito[3] e delle sue conseguenze, pur di estrema importanza, esula dall’oggetto del nostro studio, che si propone di offrire una interpretazione della crisi di quel periodo, “tempo di salute pubblica, in un clima di stato d’assedio”, secondo lo stesso Poulat[4], sullo sfondo di quella che può essere considerata una vera e propria “guerra civile” all’interno della Chiesa le cui lacerazioni e ferite non sembrano rimarginate, a giudicare dai toni ancora dominanti nella saggistica.

Ci proponiamo da parte nostra di offrire alcune linee essenziali per una ricostruzione sintetica del dibattito che costituì lo sfondo storico entro cui si trovò ad operare il beato Luigi Orione.[5]

 

  1. Il Magistero antimodernista di san Pio X

La reazione antimodernista all’interno della Chiesa si riassume emblematicamente nell’opera di magistero e di governo di Pio X anche senza evidentemente esaurirsi in essa. Il numero dei collaboratori pienamente fedeli agli orientamenti del Pontefice fu tuttavia meno consistente di quanto si possa immaginare e gli antimodernisti costituirono, come i modernisti, una minoranza all’interno della Chiesa.

Quando, il 4 agosto 1903, cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia, venne elevato al soglio pontificio, il padre Semeria ne apprese la notizia da don Minocchi in Russia. “Chi han fatto Papa?” domandò. “Sarto - rispose Minocchi – con il nome di Pio X”. “Un reazionario! Siamo fritti” rispose Semeria[6].

Il “reazionario” Pio X, “fu nel medesimo tempo - come ben sottolinea Aubert – uno dei più grandi pontefici riformatori della storia”[7]. Il suo programma di restaurazione della società cristiana, riassunto dalla formula Instaurare omnia in Cristo, implicava, oltre alla ferma difesa dell’ortodossia della Chiesa minata dal modernismo, anche un vasto programma di iniziative pastorali e di riforme, a cominciare da quella della Curia pontificia. La reazione di Pio X contro il modernismo non fu d’altra parte, semplice repressione, ma profonda riflessione e fermo giudizio sui problemi che esso sollevava. Ciò risulta chiaramente dalla enciclica Pascendi[8], l’atto più significativo del suo regno e uno dei documenti pontifici di maggior spessore teoretico del secolo XX. La Pascendi venne preceduta dal decreto Lamentabili[9] che sta ad essa come il Sillabo alla Quanta cura e fu seguita dal giuramento antimodernista Sacrorum antistitum, che ne costituisce il compimento.

L’ampio ed elaborato documento è diviso in tre punti in cui vengono analizzate e ricondotte a unità le diverse personalità che si fondono nei fautori del modernismo: il teologo, lo storico, il critico, l'apologeta, il riformatore. Seguono le istruzioni disciplinari che i vescovi debbono attuare nella scelta dei professori nei seminari e per l'incremento degli studi filosofici, teologici e delle materie profane ausiliarie.

Secondo San Pio X, l’agnosticismo, secondo cui la ragione umana è ristretta interamente entro il campo dei fenomeni e non può innalzarsi a Dio, né conoscerne l’esistenza, sia pure per mezzo delle cose visibili, costituisce l’aspetto negativo del modernismo[10]. La dottrina dell’immanenza vitale ne costituisce l’aspetto positivo[11].

L’immanenza, come ogni fenomeno vitale, nasce per i modernisti da un bisogno che sorge a sua volta da un “movimento del cuore”, un sentimento religioso, la cui specificità è la fede che non poggiando su alcune premesse razionali è in realtà fideismo. La fede per essi non è l’adesione dell’intelligenza ad una verità rivelata da Dio, ma una esigenza religiosa che per “vitale immanenza” si sprigiona dall’oscuro fondo (subcoscienza) dell’anima umana. L’immanenza postula l’equivalenza tra coscienza e rivelazione intesa come l’apparire di Dio all’anima: di qui “la legge che erige la coscienza religiosa a regola universale sullo stesso piano della rivelazione e alla quale tutto deve essere sottoposto, perfino l’autorità suprema, nella sua triplice manifestazione, dottrinale, culturale, disciplinare”[12].

L’immanenza viene applicata dal teologo alle formule e verità di fede con la conclusione che le rappresentazioni della realtà divina si riducono a “simboli”, espressioni di particolari situazioni di coscienza la cui “formula intellettuale” muta a secondo dell’“esperienza interiore” del credente. Le formule del dogma, per i modernisti, non contengono verità assolute: esse sono immagini della verità che devono adattarsi al sentimento religioso[13].

Il modernismo respinge i concetti della trascendenza teologica di Dio rispetto al creato, della divinità di Gesù Cristo, considerata unicamente presente nella coscienza del credente e della divinità della Chiesa, prodotto dell’esperienza collettiva. In ultima analisi l’unica formula valida della verità religiosa si risolve nella struttura che la coscienza dà a sé stessa di fronte ai singoli problemi della fede. In questo senso viene capovolta la prospettiva tradizionale secondo cui l’esperienza religiosa può essere soltanto un valore secondario e indipendente dalla Rivelazione e dal Magistero ecclesiastico e riprende il tentativo dello gnosticismo di abbracciare tutte le istanze della verità con un principio unico, la soggettività della verità e la relatività di tutte le sue formule[14].

Il nucleo del modernismo per san Pio X non consiste tanto nell’opposizione all’una o all’altra delle verità rivelate, ma nel cambiamento radicale della nozione stessa di “verità”, mediante l’accettazione del “principio di immanenza” che sta a fondamento del pensiero moderno[15], come riassume la proposizione 58 condannata dal Decreto Lamentabili: “La verità non è più immutabile dell’uomo stesso, giacché essa si evolve con lui, con lui per lui”. Dio stesso si fa in noi e non sarà mai attuato in pieno perché il divenire non può arrestarsi. La conseguenza di quest’errore è la professione dell’evoluzione dei dogmi: il significato e valore dei dogmi non proviene più dal loro immutabile contenuto, ma dall’“esperienza religiosa” del credente, dall’emozione soggettiva che il dogma può suscitare in lui. “Contrariamente ai principi di identità, di contraddizione e di causalità, il divenire è a se stesso la sua ragione, senza una causa superiore, in un vortice evolutivo in cui l’essere si confonde con il non essere, il vero con il falso, il bene col male.

Considerata nella sua struttura fortemente teoretica ed anche nel suo inconfondibile stile la Pascendi può essere considerata come un documento fondamentale del Magistero della Chiesa e fra tutti gli atti di Pio X resta “il monumento più insigne del suo pontificato”[16]. Essa, come sottolinea Poulat[17], è lo sbocco logico dell’orientamento vigorosamente affermato da Pio IX, circa mezzo secolo prima, nel Sillabo (1864): “Pio IX denunciava gli errori ad extra (all’esterno della Chiesa) che correvano nel mondo; Pio X, al contrario, colpiva un fenomeno ad intra (all’interno della Chiesa), colpendo quegli stessi errori che si erano infiltrati nella Chiesa, dove avevano preso forme e radici”[18].

La Pascendi costituirà un riferimento anche per l’enciclica Humani generis di Pio XII[19] e la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II[20].

Il documento di Pio X fu inaspettatamente elogiato per la sua potenza filosofica e la sua coerenza dai due principali pensatori “laici” dell’Italia del tempo, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Il primo, dopo la pubblicazione dell’enciclica, pubblicò un articolo sul “Giornale d’Italia” del 13 ottobre 1907, dal titolo Insegnamenti cattolici di un non cattolico. Benedetto Croce a Salvatore Minocchi in cui concludeva ponendo ai modernisti l’alternativa: “o andare innanzi o tornare indietro. Ossia, o ricongiungersi ritardatari alle schiere dei pensatori non confessionali: o, dopo essersi dibattuti vanamente per qualche tempo, ricadere nel cattolicesimo tradizionale”[21]. Gentile da parte sua scriveva che “in verità l’enciclica Pascendi dominicis gregis è una magistrale esposizione e una critica magnifica dei principi filosofici di tutto il modernismo: e l’accusa di sfiguramento (secondo il termine tolto a prestito dall’enciclica stessa) che l’enciclica avrebbe fatto di esso modernismo, è gridio di paperi, come avrebbe detto il Carducci. L’autore dell’enciclica ha visto fino in fondo e interpretato esattamente, da critico enunctae naris, la dottrina giacente nelle esigenze filosofiche, teologiche, apologetiche, storiche, critiche, sociali dell’indirizo modernista”[22].

L’opera antimodernista di san Pio X fu coronata dal Motu proprio Sacrorum antistitum del 1 settembre 1910[23] e dal giuramento che esso imponeva. “Questo giuramento, senza nulla aggiungere di essenziale agli atti precedenti, ne è quasi un solenne riassunto”[24]: esso costituisce una positiva e diretta riaffermazione delle dottrine cattoliche alle quali si oppongono le eresie moderniste.

In particolare il giuramento respinge “l’eretica invenzione della evoluzione dei dogmi, secondo la quale tali dogmi cambierebbero di significato per riceverne uno diverso da quello che è stato dato loro dalla Chiesa agli inizi”[25] e rigetta la concezione modernista che vede nella dottrina cristiana una “creazione della coscienza umana” che si sarebbe formata poco a poco con lo sforzo degli uomini e dovrebbe perfezionarsi indefinitamente. La Chiesa ribadisce che la “dottrina della fede” è stata “trasmessa dagli apostoli e dai Padri ortodossi” come un “deposito divino” e non come un prodotto umano, frutto del pensiero o della coscienza dell’uomo. Infine l’ultimo articolo, fondendo la dottrina del concilio Vaticano I e quella della Pascendi ricorda che la fede non è “un cieco sentimento religioso che erompe dalle oscurità del subcosciente”, ma che essa è “un vero assenso dell’intelletto” alla verità rivelata da Dio[26].

Nel corso del suo pontificato, Pio X seguì personalmente l'esecuzione delle disposizioni dell'enciclica e quelle relative al giuramento antimodernista. Questi interventi e le sanzioni ecclesiastiche che colpirono i protagonisti, circoscrissero la portata e gli effetti del movimento ma non valsero ad arrestarne il corso né a frenarne la profonda influenza.
 

2. Don Orione durante il periodo messinese (1909-1912)

Per illuminare il dibattito dall’interno, è interessante l’esame dell’atteggiamento di un protagonista di eccezione: il beato don Luigi Orione[27] (1872-1940), fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, sia pure limitatamente ad alcuni episodi relativi alla sua permanenza a Messina come vicario generale della diocesi tra il 1909 e il 1912[28].

Il terremoto che aveva sconvolto le coste calabro-sicule il 28 dicembre 1908, aveva suscitato una immediata generosa mobilitazione non solo da parte delle autorità civili, ma della stessa Santa Sede. Pio X apparve subito preoccupato, oltre che della situazione materiale, delle condizioni morali e spirituali dei sopravvissuti, soprattutto dei numerosissimi orfani.

La scelta di don Orione quale suo vicario a Messina non era dovuta solo allo spirito di abnegazione verso il prossimo di cui il prete tortonese era notoriamente prodigo, ma anche alla sua comprovata fedeltà alle direttive pontificie e alle sue qualità diplomatiche necessarie in una situazione ingarbugliata quale era quella della città siciliana dopo il terremoto. Don Orione assolse il suo compito con la generosità che gli era caratteristica, ma si fece inevitabilmente dei nemici, sia negli ambienti civili impregnati di laicismo massonico, che in quelli ecclesiastici, a volte collusi con i precedenti. Messina fu, in più, l’imprevisto teatro di una presenza laico-modernista che toccò all’Orione fronteggiare.

Nel mese di marzo del 1910, don Orione apprese che si era costituita una Associazione Nazionale per gli interessi morali ed economici del Mezzogiorno d’Italia di cui era presidente l’on. Leopoldo Franchetti[29] (1847-1917), e il nucleo era costituito da un gruppo di modernisti milanesi, Fogazzaro, Alfieri, Gallarati-Scotti, ovvero il gruppo dirigente della rivista “Rinnovamento” che, dopo essere incorso nella scomunica, il 24 dicembre del 1907, aveva cessato le pubblicazioni nel dicembre del 1909[30].

Le preoccupazioni di don Orione erano più che giustificate perché la penetrazione della Associazione per il Meridione, condotta con dovizia di mezzi, coinvolgeva lo stesso don Orione, nella sua qualità di Vicario del Pontefice: l’oggetto dello scontro era quello dell’educazione degli orfani e dell’influenza morale sulle popolazioni terremotate, in un periodo in cui il problema dell’educazione e dell’insegnamento era più che mai sul tappeto. Sono gli anni non solo del modernismo, ma quelli (1908-1911) in cui ritorna alla Camera il dibattito sulla laicità dell’insegnamento, divampano le manifestazioni in favore dell’anarchico Francesco Ferrer e Guido Podrecca a Montecitorio inneggia a favore di Giordano Bruno[31].

La politica di Pio X nei confronti delle autorità del Regno non appariva tuttavia di scontro frontale. L’abolizione del non expedit e l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana comportava la necessità di compromessi e di attuare “alleanze”, senza che questo dovesse per˜ significare un cedimento alla “morale laica” soprattutto nel campo dell’educazione. Al progetto immanentista di “rieducazione nazionale” tracciato da Francesco de Santis[32] ed eseguito dai suoi successori, Pio X contrapponeva un programma di restaurazione religiosa e morale riassunto nella formula Instaurare omnia in Christo, la stessa che don Orione aveva scelto come motto della Congregazione, prima ancora dell’elevazione al pontificato di Papa Sarto.

Pio X sentiva fortemente il problema degli orfani del terremoto, che per legge passavano al Patronato Nazionale Regina Elena, presieduto dalla contessa Gabriella Spalletti Rasponi, e incaricò don Orione di “espugnare quella donna per avere in mano gli orfani”[33].

I modernisti lombardi da parte loro non si presentavano come un innocuo sodalizio intellettuale, ma come un gruppo organizzato di cui lo stesso Fogazzaro aveva delineato il programma e mostrato l’estensione della rete nella conferenza tenuta all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi nel gennaio 1907, quando aveva descritto con queste parole il co-protagonista del suo romanzo Il Santo, Giovanni Selva: “Giovanni Selva appartiene al mondo della realtà quanto voi ed io. Il suo nome è Legione. Egli vive, pensa e lavora in Francia, in Inghilterra, in Germania, in America come in Italia. Porta la tonaca e l’uniforme come l’abito di società. Si mostra nelle università, si nasconde nei seminari. Lotta nella stampa, prega nell’ombra dei monasteri. Non predica quasi più, ma tiene ancora delle conferenze. E’ esegeta e storico, teologo e dotto, giornalista e poeta (…). Egli si crede una energia vitale nel seno della Chiesa romana, di quell’organismo colossale del quale si dice nel mondo che ha le arterie ossificate dalla vecchiezza, che ha perduto la facoltà di adattarsi all’ambiente e che è colpito d’atassia. Giovanni Selva non è di questo avviso. Egli ammette volentieri che la sua Chiesa ha ben l’aria d’invecchiare di tempo in tempo, ma le attribuisce un fondo inesauribile di gioventù rinascente”[34].

La Pascendi e la successiva condanna del “Rinnovamento” avevano costretto il modernismo lombardo a una metamorfosi, di cui l’Associazione del Mezzogiorno d’Italia era ora espressione. Don Orione, convinto che l’associazione costituisca ”un grave pericolo per la Chiesa specialmente in Calabria”, ne informa la Segreteria di Stato, con una lettera del 15 marzo 1910 al sostituto mons. Nicola Canali[35], e ne parla quindi personalmente con il cardinale Gaetano De Lai[36], prefetto della Concistoriale. Subito dopo, forse su suggerimento delle stesse autorità cui riferisce, suscita l’allarme anche attraverso la stampa, rivolgendosi a don Alessandro Cavallanti, direttore dell’“Unità Cattolica” che è in questo momento il giornale più vicino alla Santa Sede, pregandolo di pubblicare tre corrispondenze senza fare il suo nome[37]. L’ “Unità Cattolica” a cui don Orione si rivolge è cara a Pio X che l’8 maggio 1908 ha incaricato l’Arcivescovo di Firenze, mons. Mistrangelo, “di assumere sul medesimo giornale una sorveglianza immediata e speciale”[38]. Il Papa che raccomanda a don Cavallanti e ai suoi collaboratori di evitare gli eccessi e di “dipendere in tutto da mons. Arcivescovo e seguirne i consigli”[39], è convinto della necessità di “tener vivo fra tante tenebre questo lumicino”[40], “dando fiato a questa voce, che predicherà pure al deserto, ma ha il merito di tenere desti quelli che vorrebbero dormire e non essere disturbati nella via che percorrono”[41].

Le tre corrispondenze di don Orione vengono pubblicate il 19 e  29 aprile e il 19 maggio. “I noti modernisti lavorano – si legge in quella di maggio – . Essi vanno di paese in paese, e cercano di costituire in ogni terra della Calabria dei gruppi di amici, e stendere una vasta rete di soci corrispondenti e di affiliati. Coloro dei quali si possono fidare di più, vengono più strettamente riuniti”[42].

Il 10 aprile 1910, don Orione aggiorna sulla situazione il cardinale Merry del Val: “E’ stato qui due volte di seguito il conte Gallarati Scotti. Ieri venne con lui l’ing. Alfieri. Non mi accennarono di volere fare della propaganda religiosa ma non credo che vogliano prescinderne; propaganda religiosa in senso, mi pare, protestante, certo molto ostile alla Chiesa, anche se non lo dicono”[43].

Un anno dopo, in una lettera allo stesso Merry del Val del 14 luglio 1911, lo stesso don Orione dovendosi difendere dalle obiezioni mosse contro di lui dall’arcivescovo di Messina D’Arrigo di aver avuto contatti con esponenti modernisti, si difenderà rivendicando a suo merito di aver “condotto sull’”Unità Cattolica” la lotta contro i modernisti scesi in Calabria”e di avere “avvertito la S. Sede, che inviò una circolare riservata ai vescovi della Calabria.

Un’altra iniziativa di don Orione durante il periodo messinese è dell’anno seguente, il 1911. Don Orione avvisa il Cardinale Segretario di Stato dell’arrivo a Messina della Contessa Spalletti, la quale, resasi conto del fallimento delle istitutrici laiche da lei inviate, prega don Orione di trovarle delle Suore a cui affidare l’Orfanotrofio della Croce Rossa. “Con la Spalletti – scrive don Orione – venne a Messina anche quell’Alfieri, che scriveva il Rinnovamento modernista a Milano”[44]. “Però – egli prosegue – la ragione precipua per cui sentii doveroso informare Vostra Eminenza, a bene della Chiesa e delle anime,  questa: la contessa Spalletti disse che, a Reggio, si farà un istituto per Orfani, e lasciò capire che vorrebbe chiamarvi a dirigerlo Padre Semeria, anzi ebbi l’impressione che già vi siano come degli accordi. Ciò sarebbe grave, ed io non glielo nascosi”. Don Orione non dissimulò la sua contrarietà a tale eventualità, chiosandola con un espressivo: “Ci mancherebbe ancora P. Semeria”.

 

2. Il “lealismo” di don Orione

In questa iniziativa qualcuno ha visto un atto di slealtà da parte di don Orione verso padre Semeria, con il quale aveva un precedente rapporto di amicizia. Un accurato studio storico di don Antonio Lanza mette in luce l’esatto contesto storico e relazionale di un tale pronunciamento.[45] Per ora, basti osservare che rispetto al 1909, quando don Orione aveva invitato, senza esito, padre Semeria a impegnarsi nel campo della solidarietà, la situazione era cambiata profondamente. Lo stato maggiore del modernismo lombardo era infatti sceso in Meridione[46] e l’atmosfera era divenuta tale per cui Semeria non si sarebbe recato a Messina per “seppellire il suo modernismo”, ma per promuoverlo, compromettendo la sua situazione disciplinare che proprio Don Orione, precedentemente, aveva cercato di sbrogliare. Inoltre, aveva sempre destato notevoli riserve la attitudine pedagogica di Padre Semeria, che ora veniva chiamato proprio per dirigere un Istituto per orfani[47].

Su questi due episodi – le tre corrispondenze del 1909 e il giudizio negativo sulla venuta di P. Semeria in Calabria nel 1911 – si sono concentrate alcune critiche all’operato di don Orione. L’atteggiamento del sacerdote piemontese è stato severamente giudicato, fino a parlare di “ambiguità”, da parte di due studiosi, don Lorenzo Bedeschi e mons. Sergio Pagano[48], i cui commenti rischiano di distorcere la verità storica dei due episodi in questione e di gettare un’ombra sulla correttezza di comportamento di don Orione. Il risultato di confusione è ancora più disastroso per il fatto che il giudizio etico è fondato su una ricostruzione storica inesatta in molti fondamentali punti[49].

Sul piano storico, la preoccupazione di don Orione di fronte al modernismo è indiscussa: “Se col modernismo e col semi-modernismo non si finisce – scriverà il 26 giugno 1913 – si andrà, presto o tardi, al protestantesimo o ad uno scisma nella Chiesa che sarà il più terribile che il mondo abbia mai visto”[50]. Da queste parole, che paventano il pericolo di uno scisma, si comprende come l’antimodernismo di don Orione sia innanzitutto la logica conseguenza della sua concezione ecclesiologica e della sua spiritualità che ha al suo centro il ruolo del Papato romano. La romanità papale – intesa come centro di coesione e di irradiazione universale della Chiesa[51] - e la devozione al Papa costituiscono la sua concentrazione ecclesiologica che dà forma alla sua spiritualità e al suo apostolato. In questo, egli è erede di quel fecondo filone di spiritualità piemontese che prende le mosse, negli anni della Rivoluzione francese, da Pio Brunone Lanteri e dalle “Amicizie”, per arrivare a Cottolengo e don Bosco, che sono gli immediati predecessori di Orione [52].

Fin dall’inizio della sua Piccola Opera della Divina Provvidenza don Orione aveva pensato di costituire, al suo interno, una Compagnia del Papa che si ponesse alle dirette dipendenze del Pontefice per realizzarne le direttive in qualsiasi circostanza[53]. Il progetto di una Compagnia del Papa fu abbandonato, ma lo “spirito papale” diede ugualmente spirito e forma a tutta la Famiglia religiosa da lui formata con il trascorrere degli anni. Don Orione stesso volle per i suoi Figli della Divina Provvidenza un “IV Voto di speciale fedeltà al Papa”, inteso come la “più completa adesione di mente, di cuore e di opere al Pontefice”[54].

Tra tutti i Pontefici che don Orione personalmente conobbe quello a lui più vicino fu indubbiamente Pio X[55]. Ai suoi piedi, nella storica udienza del 19 aprile 1912, appena qualche giorno dopo aver rassegnato le sue dimissioni da vicario generale della diocesi di Messina, emise, oltre ai voti religiosi perpetui, un esplicito e vero giuramento “di amore sino alla consumazione di me e di fedeltà eterna ai Piedi e nelle mani del Vicario di Cristo”[56]. Don Orione non venera tuttavia la persona privata del Papa, ma l’istituzione divina che egli rappresenta, il Papato. Si tratta di un atto di fede teologica e non di una ideologia o calcolo strategico. La sua concezione è “romana” proprio perché egli coglie l’importanza della dimensione istituzionale del Papato; questa afferma, difende e promuove non solo di fronte al modernismo che vorrebbe spogliare la Chiesa del suo aspetto “giuridico”, ma anche in altri momenti storici di fronte ad altre questioni[57] che toccano l’unità della Chiesa che ruota attorno al suo “cardine nel mondo”, il Romano Pontefice[58].

Ancora nel 1912, ai suoi sacerdoti e confratelli riuniti a Villa Moffa, don Orione lasciò preziose tracce sulla vita e lo spirito della Congregazione. “Il fine della Congregazione è di accrescere in noi e in altri l’amore al Romano Pontefice. Pare che il Signore l’abbia fatta sorgere contro le eresie moderne. Questo fine è precipuo: lottare estremamente contro chi vuole fare il deserto attorno al Santo Padre. Questa Congregazione è tutta del Papa, benché piccola, benché minima, pure essa è tutta di Lui”[59].

Le prime costituzioni a stampa del 1912,[60] al numero VII, prevedono la costituzione di una “Sezione speciale” di sacerdoti con lo speciale obbligo di “servire in tutto e per tutto al Romano Pontefice che è l’Arbitro e Superiore assoluto della nostra Congregazione, ne difendano con la massima sollecitudine l’autorità e si abbiano siccome guardie giurate della Fede e della dottrina cattolica: servitori fedeli fino alla morte e figli del Papa”, i quali, “non vivano che per la S. Chiesa di Roma, pronti, per la sua infallibile dottrina e divina costituzione, sempre a morire”[61].

 

3. La logica di un santo

Per Don Orione, dunque, il modernismo – specie nel periodo messinese (1909-1912) - rappresenta un pericolo che va denunciato e lo fa anche per le speciali responsabilità che egli in questo momento ricopre. Egli è vicario generale e rappresenta il Papa nel delicato incarico; ha il dovere di informarlo su tutto quanto nella diocesi a lui affidata tocca direttamente o indirettamente le materie religiose e morali e gli interessi della Chiesa. Don Orione non “spia”, né “denunzia”, ma “informa” i suoi diretti superiori come informano i nunzi, i vescovi e devono informare i vicari.

Se usa la stampa per allertare la piazza del concreto pericolo modernista – e ciò avviene solo in questi anni – lo fa in un frangente particolare per avvertire di un grave pericolo per le anime a lui affidate. Il suo comportamento, coerente con le sue premesse teologiche, non si discosta, sotto il piano etico, da quella dottrina cattolica a cui egli si richiama e al dovere istituzionale affidatogli.[62]

Don Orione non è un controversista né un polemista cattolico; il suo specifico carisma è quello di affermare la verità attraverso le “armi della carità”[63]. Egli seppe tessere “una rete di rapporti”[64] con importanti personalità ecclesiastiche e laiche coinvolte nei problemi del modernismo; si va dalle figure “istituzionali” di Pio X e del cardinale segretario di Stato Merry del Val, a quelle di noti e meno noti esponenti del movimento modernista, o comunque ad esso vicini, quali Romolo Murri, Giovanni Semeria, Ernesto Buonaiuti, Brizio Casciola, Tommaso Gallarati Scotti, Alessandro Ghignoni, Giovanni Genocchi, Antonio Aiace Alfieri, Antonio Fogazzaro, padre Mattia Federici, padre Giovanni Minozzi, don Carlo Testone, mons. Francesco Faberi.

La professione intransigente della verità d’altra parte è tanto più autentica, quanto più è accompagnata dall’ardore della carità, verso Dio e verso il prossimo. Verità e carità, giustizia e misericordia, che umanamente vediamo come perfezioni contrapposte, in Dio formano un’unica perfezione e nelle anime dei santi, che tendono a riprodurre l’immagine divina, si conciliano spesso in maniera misteriosa ma reale[65]. Ricordando le parole di san Paolo Veritatem autem facientes in Charitate (Ef. 4, 15), don Orione scrive a questo proposito: “Vivere la verità nella carità, operare cioè sempre secondo gli insegnamenti della fede, che contiene la verità rivelata, sotto l’impulso della carità, fedeli alla verità, ma in una volontà e spirito di santo amore, di carità”[66].

La logica di don Orione, espressa in una lettera a Merry del Val del 14 luglio 1911, è quella di un santo, che fa sua la divisa di Pio X: fortiter in re, suaviter in modo; “se, nei modi, cerco di usare prudenza e carità, ciò non faccio mai a scapito dei principi e, in fatto di dottrina, di disciplina, di Chiesa, di Papa, di libertà della Chiesa, di obbedienza e di unione in tutto col Papa, mi sono sempre gloriato e mi glorio di essere un intransigente, e non saprei concepire un Sacerdote e un cattolico che pretendesse essere tale, la pensasse o facesse diversamente”[67].

In una lettera al conte Roberto Zileri (1858-1937) del marzo 1911, don Orione manifesta la sua intenzione di darsi “a corpo morto ad un lavoro di difesa della Chiesa: con molta carità e pregando continuamente, per me e per quelli contro cui dovrà aprire il fuoco, che del resto non varrà che ad illuminare gli erranti e i dubbiosi, e non abbrucerà che gli errori e le iniquità dei traditori della Chiesa, di coloro che esigono essere considerati quali figli o soldati della Chiesa, mentre in realtà non passati così oltre, da non essere, in realtà, che disertori e talora, anche perfidi denigratori della Sede Apostolica e nuovi crocifissori del vicario di Cristo. Sento che questo vuole Dio da me, sono povero servitore; che mi dia tutto al suo onore, sino all’olocausto di me stesso, e all’amore a difesa della nostra Madre, la S. Chiesa di Roma”[68].

Negli anni in cui si acclamava la figura utopistica del “Santo” di Fogazzaro, don Orione incarna la vera santità, umile e silenziosa, ma non per questo meno incandescente nell’amore che la consuma. Decantate le polemiche, uno degli accusati di don Orione, lo stesso biografo di Fogazzaro, il Gallarati-Scotti, ammise: “Solo oggi posso dire: tutti sentivano il Santo. Il Santo che è al di sopra di tutti, che congiunge tutti, che abbraccia tutti, che comprende tutti”[69]. L’abbraccio caritatevole di don Orione verso i più lontani non sacrifica neppure uno iota alla Verità in cui egli crede e che riproduce in se stesso, ad immagine del suo Divino Maestro.

 


[1] Emile Poulat, Modernistica. Horizons, Physionomies Débats, Nouvelles Editions Latines, Paris 1982, p. 9.

[2] Lo stesso Paolo VI, nel 1972, ricordava gli errori espressi in quel modernismo che, sotto altri nomi,  ancora di attualità (Paolo VI, Udienza generale del mercoledì, 19 gennaio 1972).

[3] Le origini prossime del modernismo vanno cercate oltre che nell’ “americanismo”, condannato dalla lettera apostolica Testem benevolentiam del 22 gennaio 1899 di Leone XIII (testo della lettera in ASS, 31 (1898-1899), p. 474-478), in cui Jean Rivière vede una sorte di “préface pratique du modernisme” (Le modernisme dans l’Eglise, Letouzey et Ané, Paris 1929, p. 187), nel protestantesimo liberale i cui principi furono volgarizzati da Auguste Sabatier (1839-1901) nello scritto Esquisse d’une philosophie de la religion d’après la psychologie et l’histoire (Fischbacher, Paris 1897). Più remotamente le sue premesse possono essere riscontrate in Lamennais e nelle scuole “liberal-cattoliche” che ad esso si richiamarono. Tra i precursori meno noti, va ricordato il riformatore religioso polacco Andrzej Towianski (1799-1878) le cui teorie gnostiche e misticheggianti ebbero in Italia un adepto nel presidente del Senato Tancredi Canonico e influenzarono Antonio Fogazzaro (Enrico Rosa, Una fonte ignorata del modernismo di A. Fogazzaro, Civ. Catt., 1912, III (1913), p. 3-18) e don Brizio Casciola (“Fonti e documenti” vol. VIII, p. 335). Su questa figura e la sua influenza Cfr. anche Alessandro Zussini, Andrei Towianski. Un riformatore polacco in Italia, Dehoniane, Bologna 1970.

[4] E. Poulat, Modernistica, cit.

[5] A questo capitolo storico è dedicato l’approfondito e documentato M. Busi,  R. de Mattei,  A. Lanza,  F. Peloso, Don Orione negli anni del modernismo, Ed. Jaca Book, Milano 2002, pp.376.

[6] Il dialogo è riportato in A. Agnoletto, Salvatore Minocchi cit., p. 116-117. In termini pressoché analoghi si esprimeva Blondel in una lettera all’abbé Johannes Wharle del 5 agosto 1903, cit. in M. Blondel – A. Valensin, Correspondance 1899-1912, cit., vol. I, p. 94.

[7] R. Aubert, Pio IX tra restaurazione e riforma in Storia della Chiesa, vol. XXII/1, La Chiesa e la società industriale (1878-1922) a cura di Elio Guerriero e A. Zambarbieri, tr. it. Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1990, p. 137. Cfr. anche M. Guasco, Modernismo cit., p. 194. Tra le biografie: Yves Chiron, Saint Pie X, réformateur de l’Eglise, Publications du Courrier de Rome, Versailles 1999.

[8] Pio X, Enciclica Pascendi dominici gregis dell’8 settembre 1907 in AAS, vol. 40 (1907), p. 596-628; Denz-H, nn. 3475-3500. Tra le opere di scrittori antimodernisti che si affiancarono a Pio X in occasione della pubblicazione della Pascendi, Cfr. Franz Heiner, La dottrina dei modernisti confutata, Desclée, Roma 1907; id., Le disposizioni contro il modernismo contenute nell’enciclica “Pascendi” e nel motu proprio “Sacrorum antistitum”, Pustet, Roma 1911; id., Giovanni Battista Lemius, Catechismo sul modernismo secondo l’enciclica “Pascendi Domini gregis” di Sua Santità Pio X, Desclée, Roma 1908; Ilario Rinieri s.j., La enciclica “Pascendi Dominicis gregis” e la evoluzione della Chiesa e del dogma, Tip. S. Bernardino, Siena 1908; Christian Pesch s.j., Fede, Dogmi e fatti storici. Studio sulle dottrine moderniste, Pustet, Toma 190; Enrico Rosa s.j., L’enciclica Pascendi e il modernismo. Studi e commenti, La Civiltà Cattolica, Roma 1909; Guido Mattiussi s.j., Dichiarazione del giuramento antimodernista imposto dal S. P. Pio X. Lezioni di apologetica, Tip. S. Alessandro, Bergamo 1912; Felice Cappello s.j., Errori modernisti nello studio del diritto pubblico ecclesiastico, ossia La natura giuridica della Chiesa cattolica difesa contro le aberrazioni del modernismo e del semi-modernismo, Tip. Cuggioni, Roma 1912.

[9] Decr. S. Officii Lamentabili del 3 luglio 1907 in AAS, vol. 40 (1907), p. 470-478; Denz-H, nn. 3401-3466.

[10] Il modernismo si collega in tal modo alle due linee scaturite dal protestantesimo, il razionalismo, che subordina la religione alla filosofia e l’irrazionalismo fideistico che pone l’essenza della religione nel sentimento individuale del divino. Gli errori ottocenteschi del fideismo e del razionalismo confluiscono, nella tesi hegeliana per cui la fede riposa unicamente sulla ragione e in quella analoga e contrapposta dei “filosofi del sentimento” (Jacobi, Schleiermacher, Fries) secondo cui la fede si riduce al manifestarsi interiore del “sentimento di dipendenza (Abhengigkeitsgefehl)”: l’ “esperienza religiosa” si sostituisce simultaneamente sia alla ragione che alla fede. Cfr. C. Fabro, Dall’essere all’esistente, Morcelliana, Brescia 1957, p. 71-125.

[11] Il testo si collega alle condanne di Pio IX del fideismo (Denz-H, 2751-2756 e 2765-2769), del razionalismo (Denz-H, 2828-2831 e 2850-2861) e dell’ontologismo (Denz-H, 2841-2847).

[12] La proposizione XX del decreto Lamentabili condanna la definizione della rivelazione di Loisy secondo cui “la rivelazione non ha potuto essere altro che la coscienza acquisita dall’uomo della sua relazione con Dio”. La Chiesa non nega che la verità rivelata sia ricevuta “nell’uomo”, ma si rifiuta di vedere nella rivelazione il prodotto di un’attività semplicemente umana e naturale. L’uomo riceve il messaggio divino ma il suo contenuto procede da Dio ed è stato affidato alla Chiesa come un deposito da conservare fedelmente e da proclamare infallibilmente. La Rivelazione non è dunque una realtà in divenire, prodotto della coscienza umana, ma un deposito di verità soprannaturali affidato alla custodia della Chiesa; Cfr. René Latourelle, Teologia della Rivelazione, tr. it., Cittadella, Assisi 1973, p. 289-299.

[13] “E’ superfluo far notare con quale fedeltà questo quadro ricostruisce le diverse affermazioni trovate in Sabatier, Loisy e Tyrrell. Indubbiamente in quegli autori, esse non hanno i contorni netti che attribuisce loro l’enciclica. Rimane però il fatto che, nell’insieme i tratti vi corrispondono. Il documento pontificio le ha riunite e confrontate per scoprirne gli elementi dissolvitori”; R. Latourelle, cit., p. 295.

[14] Cornelio Fabro, Modernismo, in EC, vol. VIII, col 1191.

[15] Ibidem, col.1190.

[16] C. Fabro, Modernismo, cit., p. 1190.

[17] E. Poulat, Modernistica cit., p. 25.

[18] Ivi.

[19] Pio XII, Lettera enciclica Humani generis del 12 agosto 1950, in AAS, vol. 42 (1950), p. 562-563.

[20] In quest’ultimo documento, il Pontefice ricorda esplicitamente il “prezioso contributo” (n. 54) dei suoi predecessori, affermando che oggi “i problemi di un tempo ritornano, ma con peculiarità nuove” (n. 55). “Il pragmatismo dogmatico degli inizi di questo secolo, secondo cui le verità di fede non sarebbero altro che regole di comportamento, è già stato rifiutato e rigettato”, afferma Giovanni Paolo II, ricordando esplicitamente la proposizione 26 del Decreto Lamentabili. “In questo caso – aggiunge – si cadrebbe in uno schema inadeguato, riduttivo, e sprovvisto dell’incisività speculativa necessaria. Una cristologia, ad esempio, che procedesse unilateralmente “dal basso”, come oggi si suole dire, o una ecclesiologia, elaborata unicamente sul modello delle società civili, difficilmente potrebbero evitare il pericolo di tale riduzionismo” (n. 98); Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et Ratio del 14 settembre 1998, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. XXI,2 (1998), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2000, p. 277-454.

[21] L’articolo di Benedetto Croce è ora riportato in Pagine sparse, Laterza, Roma-Bari 1960, p. 383-387. “Giudizio perfetto – commenta Augusto Del Noce – perché effettivamente la Pascendi definisce in maniera insuperabile l’essenza del modernismo”; A. Del Noce, Giovanni Gentile. Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea, Il Mulino, Bologna 1990, p. 184.

[22] Giovanni Gentile, Il modernismo e i rapporti fra religione e filosofia, Sansoni, Firenze 1962 (1908), p. 49-50.

[23] Motu proprio Sacrorum antistitum del 1 settembre 1910, in ASS, 2 (1910), p. 669-672 ; Denz-H, nn. 3537-3550. L’obbligo del giuramento fu sospeso nel 1967.

[24] R. Latourelle, cit., p. 296.

[25] Denz-H, n. 3541.

[26] Denz-H, n. 3542.

[27] Don Orione è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1980. Cfr. su di lui la voce Orione di Giovanni Battista Proja in Biblioteca Sanctorum, vol. X, coll. 1234-1238. Per un panorama della letteratura orionina si veda Bibliografia orionina a cura di A. Belano, Piccola opera della Divina Provvidenza, Roma 1997.

[28] Don Orione assume l’incarico il 25 giugno 1909 e lo tenne fino al 7 febbraio 1912. Sulla sua attività a Messina, Cfr. G. Papasogli, cit., p. 180-228.

[29] Il barone Leopoldo Franchetti, celebre per le sue inchieste sulle condizioni dell’Italia meridionale, senatore dal 1909, era impegnato in numerose iniziative di carattere filantropico. Cfr. la voce di G. Sircana, in DBI, 50 (1998), p. 71-73.

[30] Sulle vicende de “Il Rinnovamento”, cfr. L. Bedeschi, Modernismo a Milano, Pan editrice, Milano 1974, p. 31-70.

[31] Cfr. Giovanni Spadolini, Giolitti e i cattolici (1901-1914), Felice Le Monnier, Firenze 1960, p. 155-177.

[32] Pio X, Positio, p. 862-863; cfr. A. Lanza, Don Orione e la contessa Spalletti, “Messaggi di Don Orione” 32(2000) n.100, p.51-57. Cfr. Antonio Piromalli, Francesco de Santis e il programma massonico di pedagogia nazionale, in Centro per la Storia della Massoneria, La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria, 2a ed. riv., Bastogi, Foggia 1990. Cfr. anche Giorgio Canestri – Giuseppe Ricuperati, La scuola in Italia dalla Legge Casati ad oggi, Loescher, Torino 1976; G. Chiosso, L’educazione nazionale da Giolitti al primo dopoguerra, La Scuola, Brescia 1983; Fare gli Italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di S. Soldani – Gabriele Turi, Il Mulino, Bologna 1993; Emilio Gentile, La grande Italia. Ascesa e declino del mito della nazione nel XX secolo, Mondadori, Milano 1997.

[33] A Messina lavoravano due organizzazioni: una costituita dalla Delegazione Pontificia presieduta da Monsignor Cottafavi, e l’altra laico-governativa, il Patronato Regina Elena per gli orfani, presieduto dalla Contessa Gabriella Spalletti. Gabriella Spalletti (1853-1931), che era stata tra le fondatrici del Consiglio nazionale delle donne italiane nel 1900 (cfr. Agostino Gemelli – Francesco Olgiati, Il movimento femminile in Italia, in “Vita e Pensiero”, 5 (1919), p. 617-622; Danilo Veneruso, Benedetto XV e il laicato cattolico italiano, in Spiritualità ed azione del laicato cattolico italiano, II, Padova 1969, p. 416-419), presiedeva la “Associazione delle Donne Italiane” a cui si era contrapposta la “Associazione delle Donne Cattoliche” fondata dalla principessa Cristina Giustiniani Bandini.

[34] A. Fogazzaro, Le idee di Giovanni Selva, in “Il Rinnovamento”, febbraio 1907, p. 130-131. Fogazzaro non aveva mutato le sue opinioni di fondo; in quello stesso 1910, definiva le opere di Tyrrell (già scomunicato), “libri ammirabili, superiori per potenza di suggestione religiosa a quanto ha prodotto il clero cattolico, direi, da secoli”; Lettera a Sabatier del 28 gennaio 1910, in Carteggio Fogazzaro-Sabatier, a cura di Ettore Passerin d’Entrêves, “Fonti e Documenti”, 2 (1973), p. 77.

[35] Lettera del 15 marzo 1910 in Scritti, 107, 76. In una minuta di questa lettera si legge: “Mi pare sia tale da costituire un grave pericolo, specialmente per la Calabria. Essa è formata da uomini di varie religioni, ed è presieduta dal barone Franchetti, ebreo, ma moralmente pare sarà guidata dal Fogazzaro. Essi contano redimere il Mezzogiorno d’Italia dalla superstizione – ed educare il popolo al bene”; Scritti 107.76; 84. 24.

[36] “Stasera, trovandomi da Sua Eminenza rev.ma il cardinale De Lai, ho stimato buona cosa fargli conoscere questo nuovo piano di guerra che si prepara per quella Diocesi, anche per essere autorizzato ad avvertirne subito Mons. Arcivescovo di Reggio (…). Tenuto conto della cultura, della disciplina ecclesiastica e dello spirito e vita sacerdotale del Clero della Calabria e di parte della Sicilia, questo lavoro, che vorrebbero fare per parecchi anni, già tanto in sé esiziale per le loro dottrine, temo grandemente porti ad una vera rovina pel clero di quelle parti”. L’11 ottobre 1909 il card. De Lai aveva compiuto una visita strettamente privata all’arcivescovo di Messina. La visita era dovuta alle insistenze su Pio X di Don Orione che suggeriva le modalità in cui avrebbe dovuto svolgersi la visita; DOPO, p. 220-222.

[37] Don Orione scrive al Cavallanti, il 16 aprile: “Le dico che di questo lavoro che si vuole fare è già informata la S. Sede e credo poterle dire in via riservata che mi pare che Lei farà cosa a Roma gradita, ed utilissima a queste popolazioni, che sarebbero doppiamente disgraziate, se attecchisse qui il modernismo”; L. Bedeschi, Documenti, cit., p. 362.

[38] Lettera di Pio X a mons. Mistrangelo dell’8 marzo 1908, in Disquisitio, p. 104.

[39] Disquisitio, p. 110.

[40] Disquisitio, p. 112.

[41] Disquisitio, p. 111.

[42] “L’Unità Cattolica”, 19 maggio 1910.

[43] Scritti, 84.291; 96.137.

[44] Scritti, 107.98, 48.61. “Non so quanto ci possa essere vero – aggiunge Don Orione – ma egli, parlando, disse essere tutto intimo di un certo P. Gazzola, che è a Livorno e di avere bravi amici tra alcuni professori del Seminario di Milano”. Traspare da queste righe la diffidenza di Don Orione verso padre Gazzola, di cui non conosceva, ma intuiva, i legami con i modernisti e verso i “bravi amici” del Seminario di Milano, considerato da Pio X come un focolaio di modernismo.

[45] Cfr. A. Lanza, Don Orione e Padre Semeria: una lunga e fraterna amicizia in Don Orione negli anni del modernismo, cit., p. 123-222. L’amicizia di Don Orione con padre Semeria datava già dal 1898 e aveva portato il barnabita a collaborare con Don Orione per la stesura delle Costituzioni, indubbio atto di fiducia e sintonia. Già nel gennaio del 1909 Don Orione aveva invitato padre Semeria a portare la sua opera di soccorso ai terremotati (Scritti, 66.284). Don Orione, amando padre Semeria, pur senza condividerne certe idee, in quell’occasione lo invitava a misurare sul terreno della carità il proprio desiderio di apostolato. Semeria da parte sua, conoscendo l’influsso del sacerdote tortonese su Pio X, aveva visto nella proposta l’occasione per ottenere un’autorizzazione pontificia che potesse rompere il clima di isolamento in cui si trovava a causa del suo ambiguo atteggiamento nei confronti del modernismo. Scrisse dunque immediatamente una lettera a Pio X, che lo stesso Don Orione si incaricò di far recapitare il 18 gennaio, in cui così si esprimeva: “Oh Padre Santo, io sono disposto a lasciare il campo arido delle discussioni intellettuali: io l’ho anzi lasciato, per gettarmi in questo campo della carità, che Don Orione m’addita, e le presenti circostanze impongono”, ma chiede a Pio X una “parola liberatrice” che gli restituisca “l’energia e la fiducia dell’apostolato” verso “tutta quella povera gente tra la quale discutere di critiche filosofiche o storiche sarebbe una irrisione. (…) Mi metterò a disposizione di Don Orione col permesso della Santità Vostra, senza uscire menomamente dal mio caro Ordine. Che bella cosa sarebbe così il seppellire sotto le rovine del terremoto il mio cosiddetto modernismo!”; Scritti, 66.284 sgg.

[46] Semeria  dopo aver preso parte alla redazione del Programma dei modernisti, aveva approvato, nel 1909, il progetto della “Revue moderniste internationale” di Antonino De Stefano (Cfr. F. Parente, Buonaiuti, cit., p. 114): frequentava Buonaiuti (Levi della Vida ricorda di aver incontrato Buonaiuti presso il Semeria nella casa dei Barnabiti in via dei Chiavari; Fantasmi ritrovati, p. 128) e collaborava alla sua “Rivista storico-critica delle Scienze teologiche”. Quando nel 1910 fu imposto il giuramento antimodernista, egli domandò al Sant’Uffizio e quindi alla Concistoriale, di esserne dispensato e poi si rivolse direttamente a Pio X, sottomettendogli il suo “caso di coscienza”. Il Papa gli rispose concedendogli, a titolo personale, di prestare giuramento con le riserve che egli aveva indicato, ma poiché Semeria comunicava i propri segreti a tutti “sotto silenzio” confidenziale, la cosa fu conosciuta negli ambienti modernisti e utilizzata come pretesto per fare il giuramento senza aderirvi pienamente. Sul giuramento semeriano, cfr. Gentili-Zambarbieri, Il caso Semeria, in “Fonti e Documenti”, 4 (1975), p. 170-184; F. Gabrieli (a cura di), Il testamento di fede di don P. Vannutelli, “Fonti e Documenti”, 8 (1979), p. 125. Gabrieli situa Semeria, come don Primo Vannutelli (1885-1945), “tra i modernisti rimasti dopo la condanna dentro la Chiesa, che si piegarono alla sua disciplina pur mantenendo nel cuore le loro intime convinzioni” .

[47] Anche Adelaide Coari, pur estimatrice di Semeria, nelle sue memorie, conferma che “Padre Semeria venne in Calabria nel periodo della guerra 15/18, non mi pare sia venuto prima. Era una cara persona, ma non era nato del tutto per essere un educatore. Era troppo idealista, e largo, tollerante troppo, e troppo preoccupato del benessere degli assistiti. Anche Don Orione voleva il benessere, ma anche lo spirito di sacrificio...”; Memorie di Adelaide Coari trasmesse al Postulatore di Don Orione con lettera datata Milano - 25 marzo 1959, in ADO,   Coari.

[48] L. Bedeschi, Documenti per la storia dell’antimodernismo: tre corrispondenze di don Orione dopo il terremoto Siculo-calabro, in “Rivista di Storia e letteratura religiosa”, VI (1970), p. 350-367; Mons. Sergio Pagano, Il “caso Semeria” nei documenti dell’Archivio Segreto Vaticano”, “Barnabiti Studi”, 6 (1989), p. 7-175).

[49] Una precisa ricostruzione dei fatti riguardanti le corrispondenze calabro-sicule di Don Orione, sulla base di nuovi documenti rispetto a quelli in possesso di Bedeschi, è stata fatta da Antonio Lanza, Don Orione negli anni del modernismo, “Messaggi di Don Orione” 24(1992) n.79, p.52-103. Lo stesso L. Bedeschi ha fatto alcune puntualizzazioni al riguardo del suo articolo del 1970 con una Nota, Le corrispondenze calabro-messinesi di Don Orione all’Unità Cattolica”, pubblicata in Don Orione negli anni del modernismo, cit., p.349-352.

[50] Scritti, 43, 53.

[51] Cfr. A. Zambarbieri, Centralismo romano e universalismo nella missione del Papato. La prospettiva di Don Orione: spunti, consonanze e accordi storici, “Messaggi di Don Orione”, 23 (2002), n.107, p. 5-26.

[52] Cfr. i saggi di Mario Taccolini, Ecclesiologia e sacerdozio nella spiritualità di don Luigi Orione. Studio introduttivo, in Aa . Vv., La figura e l’opera di don Luigi Orione, cit., p. 103-105, e N. Raponi, I rapporti di don Orione con il movimento cattolico, Pio X e il modernismo, ivi, p. 142-148; A. Zambarbieri, La devozione al Papa, in “Storia della Chiesa” (Fliche-Martin), XXII/2, Milano 1990, p. 9-81. Sulla genealogia spirituale che risale a Pio Brunone Lanteri, cfr. R. de Mattei, Idealità e dottrina delle “Amicizie”, Biblioteca Romana, Roma 1981.

[53] “Il cattolico intransigente – afferma Don Orione in uno scritto giovanile – è un cattolico schietto e semplice, che ascolta la voce del Leone vaticano e lo venera e ubbidisce nel suo governo (…), è in tutto e sempre col Papa e leva coraggiosamente la fronte e ti dice alto: Guardami in faccia: sono papalino!”; Scritti 57, 220. Cfr. Giancarlo Rocca, Nascita e orientamento della congregazione orionina nel quadro dello slancio sociale dei religiosi, in Aa.Vv, La figura e l’opera di don Luigi Orione, cit., p. 125-140.

[54] Scritti, 52,2. Sul IV voto cfr. Ignazio Terzi, “Speciale legame di speciale interesse”. Il IV voto di fedeltà assoluta al S. Padre, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Tortona-Roma 1983; Antonio Lanza, Il IV voto di fedeltà al Papa dei Figli della Divina Provvidenza, “Messaggi di Don Orione17(1985) n.60; AA.VV., Sui passi di Don Orione. Sussidio per la formazione al carisma, Dehoniane, Bologna 1996.

[55] Conferenza di Don Orione in Scritti 61,128; Il Papa della Divina Provvidenza in Scritti vol. 105/369; ne invoca la beatificazione, in Scritti 85, 112; Condanna del modernismo in Lettere, vol. 77.154; Frequenza di udienze, Scritti 10.220.

[56] Lettere I, pp.77-101; cfr. I. Terzi, cit., cit., p. 47. Don Orione aveva già emesso i voti perpetui un mese prima, il 19 marzo 1912, presso il Santuario della Madonna della Catena a Cassano Jonio. In quel testo si legge: “Prometto e giuro e faccio voto di difendere il Santo Padre, il Papa che ora è il S. Padre Pio X e tutti i suoi legittimi Successori, e di obbedire in tutto e sempre a Lui, e di amare e difendere non solo i suoi diritti spirituali, ma anche i temporali e la santa libertà della Sede Apostolica Romana e della Santa Madre Chiesa con tutte le mie forze, e anche colla effusione del sangue e con il sacrificio di tutta la vita, poiché questa piccola Congregazione è tutta opera della Santa Chiesa di Dio e della S. Sede Apostolica, che è la Romana, e del Vicario in terra di Nostro Signore Gesù Cristo che è il Santo Padre, il Papa di Roma oggi Pio X”; Scritti 71, 70; 80, 51.

[57] Si veda per esempio la posizione di Don Orione di fronte alla “questione romana” o alla “questione sociale”: Ignazio Terzi, La Chiesa dovrà trattare con i popoli, “Messaggi di Don Orione” 16(1974) n.20; Idem, Il momento storico in cui operò Don Orione, “Rivista Diocesana di Tortona”, maggio-giugno 1972, p.105-112; Aldo Del Monte, La scelta sociale di Don Orione in Aa.Vv., Don Orione nel centenario della nascita: 1872-1972, Ed. Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma 1974; p.92-100. Sulla questione romana si veda: Antonio Lanza, Don Orione, la Questione Romana e la Conciliazione, “Messaggi di Don Orione” 25(1993) n.81; Flavio Peloso, Don Orione & la Conciliazione, “Studi Cattolici” XLV (2001) n.484, p.426-431.

[58] Cfr. Piano e programma della Piccola Opera della Divina Provvidenza (Lettere I, p.11-22) presentato da Don Orione al vescovo Igino Bandi in vista dell’approvazione della congregazione nel 1903

[59] Cit. in I. Terzi, “Speciale legame di speciale interesse”, cit., p. 42.

[60] Per uno studio della elaborazione e delle successive edizioni delle Costituzioni, cfr. A. Lanza, Le Costituzioni della Piccola Opera della Divina Provvidenza, “Messaggi di Don Orione” 23(1991) n.76

[61] I. Terzi, cit., cit., p. 46. “Noi siamo guardie giurate del Papa. (…) Vivere, operare e morire d’amore per il Papa: ecco, questa, e solo questa, è la Piccola Opera della Divina Provvidenza” scriverà il 5 gennaio 1928 ai religiosi di Polonia della Congregazione (Lettere, vol. II, p. 45). Gunther J. Gerhartz S.I. afferma che il IV voto degli Orionini è più esteso ed esigente di quello dei Gesuiti; cfr. “Guardia Giurata” des Papstes: Don Orione und sein Werk, in "Insuper Promitto...". Die feierlichen Sondergelebde katholischer Orden (Analecta Gregoriana, 153), Roma 1966, pp. 273-279.

[62] Non si è trattato né di menzogna e né di slealtà. La morale cattolica proibisce la menzogna, che consiste nella locutio contra mentem, ossia nella esplicita contraddizione tra il proprio pensiero e quanto con la parola o con lo scritto si comunica al prossimo, tradendo la sostanziale funzione della parola, che è quella di esprimere il proprio animo; Cfr. Le voci di L. Godefroy, Mensonge, in DTC, coll. 555-569: Leonardo Azzolini, Menzogna, EC, VIII, coll. 701-705.

[63] Anche a Messina, pur dovendo svolgere un ruolo istituzionale che lo portava alla contrapposizione, di fatto usò con notevoli risultati la “strategia della carità” (espressione attribuitagli da Papa Luciani) conquistando così quelli dell’altra sponda, come appunto Gallarati Scotti, Alfieri, Fogazzaro, Genocchi, la contessa Spalletti e molti altri che gli continueranno un’amicizia profonda e senza pudori.

[64] E’ il titolo del contributo di F. Peloso nel già citato Don Orione negli anni del modernismo, p.87-122. Tre importanti personaggi sono trattati con saggi a parte nel medesimo volume: 100 pagine del saggio di Antonio Lanza sono dedicate a “Don Orione e Padre Semeria. Una lunga e fraterna amicizia” (pp.124-222), sviluppata per oltre trent’anni, dalla fine Ottocento fino al 1931, anno della morte del barnabita. Sui rapporti tra “Don Orione e Buonaiuti” (pp.223-265) si sofferma Flavio Peloso portando alla luce soprattutto l’aspetto umano e spirituale della vicenda, mettendo a disposizione documenti inediti conservati nell’archivio orionino; particolarmente rilevante è la ricostruzione del tentativo di reintegrazione ecclesiastica del “Pellegrino di Roma” attuata nei mesi di ottobre-dicembre 1928. L’ultimo saggio, “Don Luigi Orione e Don Brizio Casciola” (pp.267-317), di Michele Busi, studia in particolare una fase cruciale del rapporto del prete tortonese con delle più eminenti e controverse personalità sacerdotali negli anni che vanno dal 1914 al 1917.

[65] Cfr. Réginald Garrigou-Lagrange, Dieu. Son existence et sa nature, Beauchesne, Paris 1950, vol. II, pp. 720-726.

[66] Scritti, 57, 84. Cfr. anche Lo spirito di don Orione, vol. VII, Carità, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Tortona-Roma 1993, p. 41. Su questa logica di Don Orione, cfr. Dino Barsotti, La spiritualità del Beato Luigi Orione, Messaggi di Don Orione” 16(1984) n.59; Flavio Peloso, Don Orione un vero spirito ecumenico, Dehoniane, Roma 1997, in particolare pp. 59-65.

[67] Scritti 107.159; 102.163. La lettera  riportata in D.O., pp. 564-569.

[68] Scritti, 50, 276-278,.

[69] ADO, Gallarati Scotti.