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Messaggi Don Orione
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Autore: Don Flavio Peloso

Il mio ricordo di Papa Benedetto XVI, “da orionino”, mettendo in evidenza quanto lo ha legato al Santo e alla sua Famiglia religiosa di oggi.

BENEDETTO XVI, IL GRANDE

Ricordi e documenti

Don Flavio Peloso

Benedetto XVI è stato il 265° Papa della Chiesa dal 19 aprile 2005 al 28 febbraio 2013. La sua biografia è nota. Io l’ho conosciuto per la frequentazione quotidiana, dal 1° marzo 1987 al 13 maggio del 1992, negli anni durante i quali ho prestato servizio nella Sezione dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede, della quale egli era il Prefetto. Non esito ad affermare che tra quanti incontrati durante la mia vita, Ratzinger – Benedetto XVI è stata la persona più grande e completa, per umanità e santità, per doti intellettuali e relazionali, per fede che si affida e per ragione che ricerca, per umiltà e fortezza, per equilibrio di ascolto e guida sicura.

Di lui sempre mi impressionarono e affascinarono tre caratteristiche. La prima è la sua grande intelligenza nella ricerca della verità. È la caratteristica più nota di questo Santo Padre. La seconda caratteristica è la grande libertà nella ricerca del bene; l’ho constatata nei rapporti di lavoro e di relazione quotidiana. Quando si trattava di perseguire il bene, pur nella sua naturale riservatezza e quasi timidezza, non si lasciava condizionare, non aveva remore, non aveva paure ed esitazioni, puntava dritto al vero bene. Terza caratteristica eccellente in lui è la mitezza, la dolcezza nelle relazioni, che significa non solo rispetto dell’altro, disponibilità nella ricerca, ma soprattutto fiducia che il Signore porta avanti i suoi disegni e progetti attraverso l’ascolto, il dialogo, l’aiuto reciproco.

Il mondo l’ha scoperto quando è divenuto Papa, prima conosceva gli stereotipi sbrigativi e non sempre benevoli della comunicazione mediatica. Io lo ricordo sereno, gioioso, calmo, ricco di sentimenti custoditi da uno spontaneo pudore, con un sentire feriale di sé, piano, modesto, senza pretese, gentile, responsabile.

Voglio ricordare Papa Benedetto XVI “da orionino”, mettendo in evidenza quanto lo ha legato al Santo e alla sua Famiglia religiosa di oggi. Inizio riportando un’intervista che mi fu fatta all’indomani della elezione di Benedetto XVI.

 

Benedetto XVI visto da vicino[1]

Come è stata accolta dagli Orionini e da lei la notizia dell’elezione di Papa Benedetto XVI, il cardinale Joseph Ratzinger.

È stata una grande emozione in tutti noi Orionini. La Piccola Opera della Divina Provvidenza si stringe con devozione di fede e con grande affetto al nuovo Papa, Benedetto XVI. Personalmente, non potrò scordare che l’annuncio della elezione del nuovo Papa mi ha colto durante una riunione di lavoro, mentre stavamo programmando la “Festa del Papa” che la Famiglia orionina organizza a Roma per il 28-29 giugno prossimi. Abbiamo programmato una manifestazione-spettacolo nella sala Paolo VI, un evento di grande risonanza mediatica, e poi la partecipazione alla celebrazione papale.

Si aspettava questa elezione?

Della sua capacità e valore non avevo dubbi, ma i 78 anni di età – che compie il 16 aprile come me – potevano fare difficoltà ai Cardinali elettori. Egli è il migliore continuatore, in perfetta simbiosi, della missione di Giovanni Paolo II del quale è stato stretto e fidato collaboratore fin dal 1981.

Secondo lei, Ratzinger perché ha scelto il nome di Benedetto?

Sono già state date varie motivazioni e interpretazioni. Penso che sarà Egli stesso a spiegare le ragioni di quel nome. Più che a motivazioni storiche o ideali, credo che abbia scelto questo nome perché si sente “benedetto” dal Signore. È noto che l’ispirazione teologica e spirituale del nuovo Papa deriva soprattutto da Sant’Agostino, il dottore della Grazia. Da Benedetto XVI avremo una forte testimonianza sulla coscienza della Grazia divina e dell’umiltà umana che devono animare il cristiano. Già il suo nome lo indica.

Papa Ratzinger conosce la Congregazione orionina?

Penso la conosca discretamente e ammiri San Luigi Orione anche per il suo ruolo nelle vicende della Chiesa. Ricordo che apprezzò il libro “Don Orione negli anni del modernismo” per l’equilibrio del nostro Santo tra fermezza papalina e carità verso chi era in difficoltà con la Chiesa.

Il primo contatto con la Congregazione orionina il Card. Ratzinger ritengo sia stata la sua visita al santuario dell’Incoronata di Foggia, il 22 ottobre 1985, dopo la conferenza tenuta il giorno precedente nella Cattedrale di Foggia. Ancor più significativo contatto l’ebbe con la visita al Centro per orfani e disabili di Roma - Monte Mario, in occasione della festa di Don Orione, il 12 marzo 1987. Da lì, il Cardinale lanciò il messaggio e la sfida di civiltà contenuti nell’Istruzione “Donum vitae” sul rispetto della vita, da lui firmata pochi giorni prima. Ricordo bene quella Messa, con il presbiterio accerchiato da carrozzelle di disabili e da giornalisti accorsi per l’occasione. Io mi dicevo: Ecco, questa è l’opera di Don Orione: dare sostanza di carità alla verità annunciata dal Papa e dai Pastori della Chiesa.

Un ulteriore elemento di contatto con la Famiglia orionina è stato anche il fatto che due Orionini, prima io e poi don Alessandro Belano, siamo stati suoi collaboratori nella Congregazione di cui era Prefetto.

Per quanto tempo è stato vicino al Cardinale Ratzinger?

Poco più di cinque anni, esattamente dal marzo 1987 al maggio del 1992, quando sono stato eletto consigliere generale della mia Congregazione. Fu un tempo prezioso, una grazia di Dio, una vita di studio ma anche di relazioni molto interessanti, una finestra privilegiata per conoscere la vita della Chiesa. Ero uno degli Officiali della “sezione dottrinale”.

Quindi ha avuto modo di conoscere da vicino il nuovo Papa. Cosa ricorda di lui? Quali aspetti della sua persona più ricorda?

Don Orione ci ha insegnato a vedere nel Papa il “dolce Cristo in terra” e questo ci basta. Devo dire che il carattere anche umano della “dolcezza” del nuovo Papa ho avuto modo di apprezzarlo durante gli anni in cui gli sono stato vicino. L’ho conosciuto e ammirato come persona dolce, discreto con una punta di timidezza, equilibrato, positivo per fede più che per sentimento. Nelle parole improvvisate nella prima apparizione alla loggia di San Pietro, subito dopo l’elezione, si è definito “semplice e umile lavoratore della vigna del Signore”. Chi non lo conosce, potrebbe pensare che sono parole di umiltà… di circostanza. Ma è l’esatta fotografia di quest’uomo. Aveva, e credo continuerà ad avere, la psicologia e la spiritualità del “lavoratore”, di chi ha il senso del compito assegnato. Come tanti lavoratori, anche Ratzinger faceva il “pendolare”, a piedi, tra il suo appartamento di Piazza delle Mura Leonine 1, ove viveva modestamente con la sorella, e l’ufficio al Palazzo del Sant’Uffizio. Avanti e indietro per 24 anni, così, dal 1981.

Dalle sue conoscenze, quali tratti pensa che caratterizzeranno il pontificato di Benedetto XVI? Qualcuno teme involuzioni tradizionalistiche.

Benedetto XVI sarà una provvidenziale e bella sorpresa, perché ha una fede basata su acuta intelligenza e, insieme, su una semplicità che incanta. È un uomo libero, proprio perché di grande intelligenza e di grande fede, ed è autenticamente un “cooperatore della verità”, come si legge nel suo stemma, e “un umile lavoratore”, secondo le sue prime parole da Papa. Renderà un grande servizio alla Chiesa e a tutta l’umanità. La verità è sempre progressiva e comunionale nel suo farsi nella storia, ma ha bisogno di grande libertà. Papa Benedetto XVI eccelle in capacità di verità e di libertà.

E sulla scena mondiale, per il progresso dei popoli, quale potrà essere il suo contributo specifico?

È da tempo che il nuovo Papa è impegnato a svegliare le coscienze di fronte a ideologie e costumi violenti della cultura occidentale dominante. Lo fa con osservazioni di ragione e di fede semplici, immediatamente comprensibili a tutti. Se Giovanni Paolo II ha contribuito al crollo del muro comunista a Oriente, Benedetto XVI, nel tempo che la Provvidenza gli assegnerà, certamente darà qualche scalpellata alle strutture di peccato dell’Occidente.

Ratzinger è un “lavoratore” e proprio perché “dipendente” da Cristo e dalla verità è una persona demitizzata di sé stesso e demitizzatore di idoli, di luoghi comuni, di costumi culturali, storici e anche ecclesiali inautentici. È un profeta lucido e semplice, timido di natura ma inattaccabile nella sua tranquillità proprio per la sua spiritualità da “lavoratore dipendente”: non afferma se stesso, non difende se stesso. Tutti si sono accorti di questa sua attitudine nello svolgere il suo ruolo ecclesiale. Ora certamente tale attitudine apparirà anche nei rapporti con i grandi problemi e sfide del mondo che Egli affronterà come Papa. L’umanità avrà in lui un interprete sicuro e un promotore tenace del suo vero bene.

E con i giovani, ce la farà ad avere quel feeling cui ci aveva abituati Giovanni Paolo II?

Penso di sì per due ragioni. La prima è che i giovani del Papa – i Papa-boys come li hanno chiamati – non possono essere ridotti, come si era tentato di fare, a un fenomeno da stadio o di fanatismo di massa, volubile e superficiale. Si sono entusiasmati del Papa perché il Papa li entusiasmava di Cristo e della bellezza della vita. E questo il nuovo Papa continuerà a farlo. La seconda ragione è che Benedetto XVI, proprio per la sua personalità libera e vera, li aiuterà a dare forma sia alle loro domande e inquietudini di vita e sia alle speranze che vengono da Cristo e dalla Chiesa, “compagnia semper riformanda”, come da lui definita. 

Ritorniamo ai ricordi personali. Con voi che lavoravate al Sant’Uffizio com’era?

Non ricordo in lui nessuna forma di protagonismo autocentrico o esibizione di ruolo, nemmeno con i suoi collaboratori subalterni. Ricordo che non mancava mai alla pausa per il caffé, al venerdì quando si teneva il “congresso particolare”. Godeva di stare con noi, si interessava, commentava avvenimenti, sorrideva divertito per qualche amenità, approfondiva qualche valutazione.

Cos’è il congresso particolare?

Il congresso particolare della Congregazione si teneva e si tiene ogni venerdì mattino. Sono presenti tutti i superiori della Congregazione: Prefetto, Segretario, Sotto-segretario, Promotore della fede, Capi-ufficio. Ciascun Officiale fa relazione dei temi e problemi da lui seguiti e per i quali si rende necessaria la decisione dei superiori. Ricordo come il Cardinale ascoltava con attenzione le nostre relazioni, attendeva con molto rispetto il nostro parere e, se qualcuno se ne asteneva, lo chiedeva: “Ma lei, lei che ne pensa? Cosa vedrebbe bene?”. Per me, quei venerdì alla Congregazione per la Dottrina della Fede sono stati una grande scuola di vita, di dottrina e di metodologia nell’affrontare i problemi. E il maestro era principalmente Lui, ora Benedetto XVI.

Ha qualche altro ricordo personale particolarmente caro del Card. Ratzinger?

Era abitudine che per la festa della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 30 aprile, festa di San Pio V fondatore del Sant’Uffizio, alla solenne Messa presieduta dal cardinale, l’omelia fosse tenuta dall’Officiale più giovane. Nel 1988 toccò a me. Alla fine, mi si accostò per dirmi parole sincere e discrete di ringraziamento.

Non posso poi dimenticare un suo gesto di particolare delicatezza e affetto: venne ad assistere alla difesa della mia tesi di Dottorato al “Sant’Anselmo”. Si trattava di una tesi di liturgia su Santi e santità dopo il concilio Vaticano II, uno studio sulle orazioni proprie dei nuovi beati e santi. Poi, gli chiesi se volesse scrivere qualche parola di presentazione per la pubblicazione del libro. Scrisse di suo pugno, in tedesco, due fitte pagine di riflessioni dense di cultura e di tensione di fede.

E poi, dopo aver lasciato il Vaticano, ha mantenuto i contatti con il cardinale Ratzinger?

Di tanto in tanto passavo a salutare i superiori e i colleghi. Il Cardinale l’ho incontrato ancora un 4 o 5 volte. Si interessava di quello che facevo e, immancabilmente, mi chiedeva: “E continua ancora a studiare?”.

Ha un messaggio da dare per capire e amare il nuovo Papa?

Mi pare che tutti i commenti, le emozioni e le attese si debbano ora comporre nella preghiera che noi Orionini recitiamo ogni settimana per il Papa: “Tu ce lo hai dato per nostro pastore e maestro, dà a noi o Signore, la costanza di professargli sempre tutta la nostra docilità come figli e tutto il nostro amore”.

 

 “Tanti cuori attorno al Papa, messaggero di pace”. Festa del Papa del 2005.

Eletto il 19 aprile 2005, Papa Benedetto XVI, esaurite le prime e principali adempienze per mettere in moto il cammino del nuovo pontificato, ha accettato con non poca sorpresa di noi orionini e anche degli ambienti vaticani di partecipare alla Festa del Papa del 28 giugno. È stata la sua prima partecipazione ad un evento non strettamente istituzionale.

Sono state oltre 8.000 le persone provenienti soprattutto dagli ambienti orionini che si sono radunate per celebrare la “festa di San Pietro – festa del Papa” nell’Aula Paolo VI. Benedetto XVI, eletto Papa da soli due mesi, fu amabilissimo e generoso di tempo e di attenzioni.[2]

Tutti l’abbiamo potuto ammirare, al termine della manifestazione, quando rompendo ogni protocollo, si è rivolto con gioia ai bambini presenti, ai disabili, all’orchestra e a tutti coloro che lo hanno potuto incontrare da vicino. La sua gioia si è comunicata a tutti noi presenti in Aula e che lo incontravamo per la prima volta.

C’era stata la lettura del testo di Don Orione che inizia con l’invito “Dobbiamo palpitare e far palpitare migliaia e milioni di cuori attorno al cuore del Papa. Dobbiamo portare a Lui specialmente i piccoli e le classi degli umili lavoratori; portare al Papa i poveri, gli afflitti, i reietti, che sono i più cari a Cristo e i veri tesori della Chiesa di Gesù Cristo”. È seguito l’indirizzo di saluto del superiore generale. Infine l’atteso discorso del Papa.


Cari fratelli e sorelle!

Con grande piacere vi incontro, alla vigilia della solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e vi saluto tutti cordialmente. E grazie per la vostra cordialità. Saluto, in primo luogo, i Signori Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, le autorità e le varie personalità presenti. Saluto in particolare Don Flavio Peloso, che era in un tempo, per alcuni anni, collaboratore mio alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e adesso Superiore Generale dei Figli della Divina Provvidenza, e Suor Maria Irene Bizzotto, Madre Generale delle Piccole Suore Missionarie della Carità, insieme ai rappresentanti dell'Istituto Secolare e del Movimento Laicale Orionino, che insieme formano la Famiglia orionina, promotrice di questa manifestazione voluta in anni lontani dallo stesso Fondatore, san Luigi Orione, il quale affermava, e lo abbiamo sentito dalla bocca del Superiore generale: " La festa di san Pietro è la festa del Papa " ( Lettere II, 488). Saluto, poi, il Signor Ernesto Olivero, Fondatore del SERMIG-Arsenale della Pace, il Dottor Guido Bertolaso, Capo del Dipartimento della Protezione Civile Italiana, e quanti, anche attraverso la televisione, si uniscono a questa testimonianza di devozione filiale verso il Pastore della Chiesa di Roma chiamato, come ha detto sant'Ignazio di Antiochia, a " presiedere alla carità " ( Lettera ai Romani 1,1).

Cari amici, questa sera avete dato vita ad una singolare "Festa del Papa" per portare, come diceva don Orione, "tanti cuori attorno al cuore del Papa" e rinnovare così il vostro atto di fede e di amore verso colui che la Divina Provvidenza ha voluto quale Vicario di Cristo sulla terra. Insieme al saluto di Don Flavio Peloso, che ringrazio cordialmente, ho poc'anzi ascoltato con viva attenzione le parole di san Luigi Orione. Egli parla con vibrante affetto della persona del Papa, riconoscendone il ruolo non solo in seno alla Chiesa ma anche al servizio dell'intera famiglia umana.

" Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa " ( Mt 16,18). Con queste parole Gesù si rivolge a Pietro dopo la sua professione di fede. È lo stesso discepolo che poi lo rinnegherà. Perché allora viene definito "roccia"? Non certo per la sua personale solidità. "Roccia" è piuttosto nomen officii : cioè titolo non di merito, ma di servizio, che definisce una chiamata e un incarico di origine divina, cui nessuno è abilitato semplicemente in virtù del proprio carattere e delle proprie forze. Pietro, che titubante affonda nelle acque del Lago di Tiberiade, diventa la roccia su cui il divin Maestro poggia la sua Chiesa.

È questa la fede che voi volete riaffermare rinnovando la vostra adesione al Successore di Pietro. Sono certo che anche questa gioiosa e multiforme manifestazione artistica e spirituale, che vi ha visto confluire da varie nazioni del mondo, vi aiuterà a crescere nell'amore e nella fedeltà alla Chiesa e nella docile obbedienza ai suoi Pastori, seguendo gli insegnamenti e l'esempio del vostro santo Fondatore. Il Papa vi è grato per le vostre preghiere - e ne ha bisogno -; è grato per il vostro affetto e vi esprime apprezzamento per le tante imprese di bene che in Italia e nel mondo andate svolgendo con spirito ecclesiale. " Opere di carità ci vogliono – affermava san Luigi Orione – esse sono la migliore apologia della fede cattolica " ( Scritti 4, 280). Esse infatti traducono, e in qualche modo rivelano, nella storia umana, la grazia della salvezza, della quale la Chiesa è sacramento e rendono visibile e toccabile questa grazia e la presenza del Signore nella carità dei suoi.

Questa sera avete voluto mettere al centro dell'attenzione un particolare aspetto del ministero del Successore di Pietro, cioè quello di essere "messaggero di pace". È un compito specifico che si riallaccia alla consegna di Gesù ai suoi Apostoli nel Cenacolo, dove ha detto, " Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi " ( Gv 14,27). L'impegno della Chiesa per la pace è innanzitutto di natura spirituale. Consiste nell'indicare presente Gesù, il Risorto, Principe della pace, e nell'educare alla fede, dalle cui sorgenti scaturiscono feconde energie di pace e di riconciliazione. Dobbiamo rendere grazie a Dio per i pensieri e per le opere di pace che le Comunità cristiane, gli Istituti religiosi e le Associazioni di volontariato sviluppano con tanta vitalità in ogni parte del mondo. Come non profittare della vostra presenza per rendere omaggio ai tanti silenziosi "costruttori di pace" che, attraverso la loro testimonianza e il loro sacrificio, si adoperano per promuovere il dialogo fra gli uomini, per superare ogni forma di conflitto e di divisione, per fare della nostra terra una patria di pace e di fraternità per tutti gli uomini? " Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio " ( Mt 5,9), ha detto il Signore nel Sermone della Montagna. Quanto attuale e necessaria è questa beatitudine!

      Continuate, cari amici, ciascuno nel proprio campo e secondo le proprie possibilità, ad offrire la vostra collaborazione per la salvaguardia della dignità di ogni uomo, per la difesa della vita umana e al servizio di una decisa azione di autentica pace in ogni ambito sociale. Rivolgo questo invito specialmente a voi, cari giovani, che vedo numerosi. Grazie per il vostro impegno e per il vostro zelo. Amava ripetere l'amato mio predecessore Giovanni Paolo II, del quale proprio oggi, in questo momento, inizia nella Basilica di San Giovanni il processo di beatificazione, che voi giovani siete la speranza e il futuro della Chiesa e dell'umanità. Nel cuore di ciascuno cresca pertanto sempre più la volontà di dar vita a un mondo di vera e stabile pace.

      Affido questi auspici all'intercessione di san Luigi Orione e soprattutto della Vergine Maria, Regina della pace. Sia Lei a benedire e confortare gli sforzi generosi di quanti si dedicano senza risparmio all'edificazione della pace sui saldi pilastri della verità, della giustizia, della libertà e dell'amore. Accompagno questi voti con l'assicurazione di uno speciale ricordo nella preghiera, mentre di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

 

Don Orione nell’enciclica “Deus Caritas Est”

Papa Benedetto XVI inserì il ricordo di San Luigi Orione nella sua enciclica Deus Caritas est, al n. 40, pubblicata il 25 gennaio 2006.

Vi si legge: “Figure di Santi come Francesco d'Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de' Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta — per fare solo alcuni nomi — rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I santi sono i veri portatori di luce all'interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore”.

Con questa citazione del Fondatore tra i “modelli insigni di carità sociale” del ‘900, assieme a Santa Teresa di Calcutta, il carisma orionino trova il riconoscimento della sua specifica via apostolica “mediante la carità” e, insieme, è chiamato a nuova e accentuata attualità nella vita della Chiesa perché “C’è un felice legame tra evangelizzazione e opere di carità” (Deus caritas est 30).[3] Benedetto XVI ha scritto che mostrare questo legame è lo scopo dell’enciclica “Deus caritas est”: “Vivere l'amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente Enciclica” (n.39).

Questa enciclica è particolarmente “orionina”; riprende e approfondisce con autorevole e chiara riflessione teologica ed ecclesiale i temi caratteristici della dinamica della carità del nostro Fondatore e della nostra Famiglia religiosa.

Dell’enciclica vorrei riproporre la riflessione semplice e convincente con cui Benedetto XVI illumina un concetto caro a Don Orione: “la carità apre gli occhi alla fede”.

Se Dio non mi è “estraneo” ma “è più intimo a me di quanto lo sia io stesso” – scrive il Papa al n.18 -, allora anche gli “altri” non mi sono estranei, perché “il suo amico è mio amico”. “Qui sta l’interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, tipica della vita cristiana, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza.  Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell'altro sempre soltanto l'altro e non riesco a riconoscere in lui l'immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l'attenzione per l'altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s'inaridisce anche il rapporto con Dio.[4] Allora questo rapporto è soltanto «corretto», ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama”.

Benedetto XVI afferma che questa regola vale sia nella esperienza personale di Dio (“il servizio al prossimo apre i miei occhi su Dio”, n.18) e sia nell’azione apostolica nei confronti degli altri (“l'amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza del Dio”, n.31c).

Don Orione è pienamente dipinto e "spie­gato" in queste parole del Papa. Egli insisteva: "La nostra predica è la carità".  Per lui evange­lizzare era, prima di tutto, aprire un Picco­lo Cotto­lengo, un orfanatro­fio; era occuparsi dei bambini, dei vecchi; era - in una parola - compiere le opere della carità.  Quali opere di carità?[5]  Quelle materiali e spirituali, quelle descritte in Matteo 25 o in Rm 12, 9-21 o in 1 Cor 13.

Quante volte ribadì: “È prassi presso di noi di unire sempre all’opera di culto un’opera di carità”,[6] spiegando che “tanti non sanno capire l'opera di culto e allora bisognerà unire l'opera di carità. Siamo in tempi in cui, se vedono il prete solo con la stola, non  tutti ci vengono dietro; ma se vedono attorno alla veste del prete i vecchi e gli orfani, allora si trascina... La carità trascina. La carità muove, porta alla fede e alla speranza”.[7]

Anche Sant'Agostino rifletteva: "Siccome tu Dio non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo, amando il prossimo purifichi l'occhio per poter vedere Dio, come chiaramente afferma Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi? (cfr. Gv 4,20)".[8]

La carità fa vedere Dio. Don Orione fece di questa verità la base della sua via mistica e anche della sua via apostolica. Ne fece un cardine della sua pedagogia della santità.

Lo spiega impartendo direttive pratiche a Don Adaglio ai tempi dei primi sviluppi dell'Opera in Palestina: "Bisogna che su ogni nostro passo si crei e fiorisca un'o­pera di fraternità, di umanità, di carità purissima e santissima, degna di figli della Chiesa, nata e sgorgata dal Cuore di Gesù; opere di carità cristiana ci vogliono. E tutti vi crederanno! La carità apre gli occhi alla fede e riscalda i cuori d'amore verso Dio".[9]

«Se vedi la carità, vedi la Trinità » scriveva sant'Agostino. Questa osservazione è citata anche da Benedetto XVI in Deus Caritas est 19.

Simile osservazione fece anche un signore di Genova, ricco e incredulo, Salvatore Sommariva: “Non credevo in Dio, ma ora ci credo perché l'ho visto alle porte del Cottolengo".[10]  Fu l’andirivieni di persone che donavano e di persone che chiedevano, le scene di povertà e di carità, e quant’altro, a fargli pensare “Dio c’è”.

La vita di Don Orione è tutta fiorita di episodica che rivela questa pedagogia della carità o "strategia della carità", secondo l'indovinata espressione del cardinal Luciani, poi canonizzata da Giovanni Paolo II.[11]

 

Nostra prima Regola e vita sia il Santo Vangelo"

Papa Benedetto XVI cita un’altra volta Don Orione nel suo discorso per la Festa della Vita Consacrata celebrata nella Basilica di San Pietro il 2 febbraio 2008.  

“Seguire Cristo senza compromessi, come viene proposto nel Vangelo, ha dunque costituito lungo i secoli la norma ultima e suprema della vita religiosa (cfr PC 2). San Benedetto, nella sua Regola, rimanda alla Scrittura quale "norma rettissima per la vita dell’uomo" (n. 73,2-5). San Domenico "dovunque si manifestava come un uomo evangelico, nelle parole come nelle opere"[12] e tali voleva che fossero anche i suoi frati predicatori, "uomini evangelici".[13] Santa Chiara d’Assisi ricalca appieno l’esperienza di Francesco: "La forma di vita dell’Ordine delle Sorelle povere – scrive – è questo: osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo".[14] San Vincenzo Pallotti afferma: "La regola fondamentale della nostra minima Congregazione è la vita di nostro Signore Gesù Cristo per imitarla con tutta la perfezione possibile".[15] E San Luigi Orione scrive: "Nostra prima Regola e vita sia di osservare, in umiltà grande e amore dolcissimo e affocato di Dio, il Santo Vangelo" (Lettere di Don Orione, Roma 1969, vol. II, 278).

 

L’ autografo “Solo la carità salverà il mondo

Fu una gentilezza. Nell’aprile 2009, si stava preparando il Capitolo generale, da celebrarsi nel successivo anno. Venne il desiderio di chiedere al Papa stesso, Benedetto XVI, di scrivere e consegnare in autografo il motto di Don Orione che costituiva anche il tema del Capitolo 13°. Subito acconsentì e ci inviò l’autografo con la frase di Don Orione “Solo la carità salverà il mondo”.

 

 

La benedizione della statua di san Luigi Orione

Nella mattinata del 25 giugno 2008, prima dell’udienza generale, Benedetto XVI ha benedetto la statua di San Luigi Orione in Vaticano, alla presenza di numeroso popolo orionino. La statua è opera dello scultore Alessandro Romano e costituisce l’ultimo atto dei festeggiamenti per la canonizzazione del Santo fondatore, avvenuta il 16 maggio 2004.

Durante l'udienza il Papa ha detto: "Con grande affetto saluto ora il folto gruppo della Famiglia Orionina, gioiosamente radunata attorno al Vicario di Cristo per celebrare la festa del Papa. L'inaugurazione della statua del vostro Fondatore costituisca, per tutti i suoi figli spirituali, un rinnovato stimolo a proseguire sul cammino tracciato da san Luigi Orione specialmente per portare al Successore di Pietro – come diceva lui stesso – "i piccoli, le classi umili, i poveri operai e i reietti della vita che sono i più cari a Cristo e i veri tesori della Chiesa di Gesù Cristo".

 

Benedetto XVI a Monte Mario

La visita di Benedetto XVI alla Madonnina di Monte Mario, il 24 giugno 2010, fu un evento eccezionale. Furono due i motivi di tale visita: la benedizione della statua della Madonnina Salus Populi Romani restaurata e ricollocata benedicente su Roma e l’incontro con i Padri capitolari, partecipanti del 13° Capitolo Generale, terminato il giorno precedente.

L’evento ebbe vasta risonanza e significato per Roma e nel mondo. Il Santo Padre rivolse uno splendido discorso, di contenuti mariani e carismatici-orionini.

Cari fratelli e sorelle,

vorrei in primo luogo salutare cordialmente tutti voi, qui convenuti per l'odierno significativo evento. Su questa collina è tornata a vegliare sulla nostra Città la maestosa statua della Madonna, abbattuta alcuni mesi or sono dalla furia del vento. Saluto innanzitutto il Cardinale Vicario Agostino Vallini e i Vescovi presenti. Un pensiero speciale rivolgo a don Flavio Peloso, rieletto alla guida dell'Opera don Orione , e lo ringrazio per le gentili parole che ha voluto indirizzarmi. Estendo questo saluto ai religiosi partecipanti al 13° Capitolo Generale, a quelli che lavorano in questa Istituzione al servizio dei giovani e dei sofferenti e all'intera famiglia spirituale orionina. Rivolgo il mio deferente pensiero al Signor Sindaco di Roma, l'on. Gianni Alemanno - oggi è il suo onomastico -: desidero manifestarLe anticipatamente il mio apprezzamento per il Concerto che il Campidoglio mi offrirà la sera del 29 giugno; è un gesto che testimonia l'affetto per il Papa dell'intera città di Roma. Saluto anche le altre autorità civili e militari. Non posso infine non ringraziare di cuore quanti in vario modo hanno contribuito a restituire alla statua della Madonna il suo originale splendore.

Ho accolto volentieri l'invito ad unirmi a voi nel rendere omaggio a Maria “ Salus populi romani ”, raffigurata in questa meravigliosa statua tanto cara al popolo romano. Statua che è memoria di eventi drammatici e provvidenziali, scritti nella storia e nella coscienza della Città. Infatti, essa fu collocata sul colle di Monte Mario nel 1953, ad adempimento di un voto popolare pronunciato durante la seconda guerra mondiale, quando le ostilità e le armi facevano temere per le sorti di Roma. Dalle opere romane di Don Orione partì allora l'iniziativa di una raccolta di firme per un voto alla Madonna cui aderirono oltre un milione di cittadini. Il Venerabile Pio XII raccolse la devota iniziativa del popolo che si affidava a Maria e il voto fu pronunciato il 4 giugno del 1944, davanti all'immagine della Madonna del Divino Amore. Proprio in quel giorno, si ebbe la pacifica liberazione di Roma. Come non rinnovare anche oggi con voi, cari amici di Roma, quel gesto di devozione a Maria “Salus populi romani ” benedicendo questa bella statua?

Gli Orionini la vollero grande e collocata in alto, sovrastante la città, per rendere omaggio alla santità eccelsa della Madre di Dio, la quale, umile in terra, «è stata esaltata al di sopra dei cori angelici nei regni celesti», come disse il Papa Gregorio VII, ( Ad Adelaide di Ungheria ), e per averne, insieme, un segno di familiare presenza nella vita quotidiana. Maria, Madre di Dio e nostra, sia sempre in cima ai vostri pensieri e ai vostri affetti, amabile conforto delle anime vostre, guida sicura delle vostre volontà e sostegno dei vostri passi, ispiratrice suadente dell'imitazione di Gesù Cristo. La “Madonnina” - come amano chiamarla i romani - nel gesto di guardare dall'alto i luoghi della vita familiare, civile e religiosa di Roma, protegga le famiglie, susciti propositi di bene, suggerisca a tutti desideri di cielo. “Guardare al cielo, pregare, e poi avanti con coraggio e lavorare. Ave Maria e avanti!” - esortava san Luigi Orione.

Nel loro voto alla Madonna i romani oltre a promettere preghiera e devozione, si impegnarono anche in opere di carità. Per parte loro, gli Orionini realizzarono in questo Centro di Monte Mario, ancor prima della statua, l'accoglienza di mutilatini e di orfani. Il programma di san Luigi Orione - “Solo la carità salverà il mondo” - ebbe qui una significativa concretizzazione e divenne un segno di speranza per Roma, unitamente alla Madonnina posta sul colle.

Cari fratelli e sorelle, spirituali eredi del Santo della Carità, Luigi Orione! Il Capitolo Generale che si è appena concluso ha avuto come proprio tema questa espressione cara al vostro Fondatore, “ Solo la carità salverà il mondo ”. Benedico il proposito e le decisioni che sono stati adottati per rilanciare quel dinamismo spirituale e apostolico che sempre deve contraddistinguervi.

Don Orione visse in modo lucido e appassionato il compito della Chiesa di vivere l'amore per far entrare nel mondo la luce di Dio (cfr. Deus Caritas est , n. 39 ). Ha lasciato tale missione ai suoi discepoli come via spirituale e apostolica, convinto che “la carità apre gli occhi alla fede e riscalda i cuori d'amore verso Dio”. Continuate, cari Figli della Divina Provvidenza, su questa scia carismatica da lui iniziata, perché, come egli diceva, “la carità è la migliore apologia della fede cattolica”, “la carità trascina, la carità muove, porta alla fede e alla speranza” (Verbali , 26.11.1930, p.95).

Le opere di carità, sia come atti personali e sia come servizi alle persone deboli offerti in grandi istituzioni, non possono mai ridursi a gesto filantropico, ma devono restare sempre tangibile espressione dell'amore provvidente di Dio. Per fare questo - ricorda don Orione - occorre essere “impastati della carità soavissima di Nostro Signore” (Scritti 70, 231) mediante una vita spirituale autentica e santa. Solo così è possibile passare dalle opere della carità alla carità delle opere, perché - aggiunge il vostro Fondatore - “anche le opere senza la carità di Dio, che le valorizzi davanti a lui, a nulla valgono” (Alle PSMC, 19.6.1920, p.141).

Cari fratelli e sorelle, grazie ancora per il vostro invito e per la vostra accoglienza. Vi accompagni ogni giorno la materna protezione di Maria, che insieme invochiamo per quanti operano in questo Centro e per l'intera popolazione romana e, mentre a ciascuno assicuro il mio orante ricordo, con affetto tutti vi benedico”.

 

Le dimissioni dal ministero petrino. Non un rifiuto ma un’offerta.

Il 28 febbraio 2013, alle ore 20, Papa Benedetto XVI terminò il suo servizio di successore di Pietro come Vescovo di Roma; era iniziato alle ore 17 del 19 aprile 2005.

Prima di ogni commento, è venuta spontanea e doverosa la preghiera e il ringraziamento a Dio per questo inestimabile dono della presenza e del servizio di Papa Benedetto XVI, "umile lavoratore nella vigna del Signore". In queste dimissioni, atto imprevisto e inusuale da 7 secoli, c’è un’espressione radicale della sua grande umiltà e del suo senso di responsabilità, un atto di amore e di interesse per la Chiesa.

L'annuncio in latino è stato dato da Benedetto XVI al Concistoro dei Cardinali, l’11 febbraio, e poi al popolo di Dio durante l’udienza generale del 13 febbraio. "Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino", ha detto il Papa, e pertanto "Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005".

Benedetto XVI ha offerto la sua rinuncia come un libero e personale atto di amore alla Chiesa. L'ingravescente aetate – l’età che diventa sempre più pesante - è stata alla base di questa decisione di offrire la sua rinuncia.

L'ascoltai più volte, durante il tempo in cui gli fui vicino alla Congregazione per la Dottrina della Fede (1987-1992), esprimere la sua personale opinione della possibilità/convenienza delle dimissioni del Papa quando le condizioni personali non fossero tali da poter esercitare con sufficiente efficienza e responsabilità il suo ministero. Allora, certo non pensava né a Giovanni Paolo II, che stava bene, e tanto meno a Benedetto XVI.

Incontrai Benedetto XVI il 19 gennaio scorso, in occasione dell’udienza a Cor Unum, e poi gli fui vicino nella celebrazione per la Giornata della Vita Consacrata, il 2 febbraio; devo dire che mi parve particolarmente dimagrito e invecchiato, sorretto energicamente nel fare gli scalini.

Papa Ratzinger con umile coraggio ha dato la testimonianza dell'assunzione dei limiti della vecchiaia e di amore al ministero per il quale non si sentiva più adeguato.

Nella lettera inviata a Benedetto XVI, subito dopo l’annuncio delle sue dimissioni, scrissi. “La notizia delle Sue dimissioni ha portato in me e in tutta la Famiglia Orionina grande commozione. Le esprimiamo tutto il nostro affetto di figli elevando la preghiera e il ringraziamento a Dio per l’inestimabile dono della Sua presenza e del servizio nella Chiesa. In questo momento in cui si accinge a passare il timone della barca della Chiesa in altre mani, possa esserLe di conforto la stima, la preghiera e l’impegno di tanti cristiani e dei figli e figlie di Don Orione sparsi nel mondo ma uniti nel vincolo di devozione e di speciale fedeltà professato con un quarto voto”.

Una rappresentanza di 500 Orionini erano presenti all’ultima udienza, in Piazza San Pietro, il 27 febbraio 2013. L’ultimo discorso fece capire a tutti il cuore di Benedetto XVI e le ragioni del suo gesto di rinuncia al pontificato. Tutti in piedi per un lungo, commosso e interminabile applauso al termine delle sue parole. "Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – ha detto Benedetto XVI - non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti".  È il senso mistico di Chiesa a cui ci ha educato Don Orione.

Il 28 ottobre pomeriggio, l’elicottero che trasportava a Castel Gandolfo Benedetto XVI ha sorvolato la Curia generale; sul terrazzo si trovava il Superiore generale e altri Confratelli. Quello è stato l’ultimo saluto a Papa Benedetto XVI.

 

Motivi personali di riconoscenza

Quanti pensieri, sentimenti e ricordi si intrecciano nella memoria.
Ricordo quei benedetti cinque anni trascorsi alla Congregazione della Dottrina della Fede,  illuminati e vivificati dalla Sua presenza come Prefetto. Ricordo tante Sue parole e gesti, durante i congressi settimanali come durante la pausa caffè, che costituiscono per me un patrimonio di umanità e di fede.

Anche in questi anni del Pontificato, mi ha sempre commosso il suo ricordo personale e il delicato interessamento riandando agli anni trascorsi con Lui e ringraziava.
Ebbi modo di incontrarlo varie volte in occasione delle udienze legate alla nostra festa del Papa:  28 giugno 2006, 27 giugno 2007, 22 giugno 2011. Due volte lo incontrai in occasione delle udienze all’Unione Superiori generali: 22 maggio 2006,  26 novembre 2010. Altri incontri sono stati nel contesto del Pontificio Consiglio Cor Unum: 1° marzo 2007, 1° dicembre 2007, 29 febbraio 2008, 13 novembre 2009 . 11 novembre 2011,  19 gennaio 2013. Fui vicino a Papa Benedetto XVI, infine, nell’ultima sua celebrazione per la Festa della Vita Consacrata del 2 febbraio 2013.

Benedetto XVI, Papa emerito, si ritirò discretamente dalla scena pubblica ecclesiale, solo circondato dall’affetto e dalla preghiera di Papa Francesco e dell’intera cristianità. Continuò la sua vita spirituale e intellettuale, il suo amore e interessamento per il bene della Chiesa.

 

Ultimo incontro nei Giardini vaticani

Ho potuto incontrare personalmente Benedetto XVI, il 2 settembre 2016. Alle ore 19, sono stato accompagnato in auto da una guardia svizzera su, in alto nei giardini vaticani, presso la grotta di Lourdes. Papa Benedetto XVI stava per concludere il rosario, recitato passeggiando, accompagnato dal segretario Georg Gänswein. Ad un cenno di mons. Georg mi sono avvicinato. Papa Benedetto mi ha ricevuto con un sorriso e, accogliente, ha allargato le braccia.

"Santo Padre, che gioia poterlo rivedere. Grazie".

È iniziato l’incontro. Un quarto d’ora, a tu per tu, soprattutto ricordando persone e fatti dei cinque anni trascorsi insieme alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Abbiamo passato in rassegna, uno a uno, i colleghi allora presenti, i fatti e le abitudini condivise. “Eravamo una bella famiglia, si lavorava bene”, ha detto soddisfatto il Santo Padre.

Ci siamo soffermati sul costume in uso che prevedeva, al 30 aprile, memoria di San Pio V, istitutore del Sant’Uffizio e festa della Congregazione, la Messa solenne presieduta dal Cardinale con l’omelia dell’officiale più giovane e ultimo entrato in servizio. Toccò a me un anno, potete immaginare con quale trepidazione. Alla fine, mi si accostò per dirmi parole sincere e discrete di ringraziamento.

Un anno toccò ad un altro officiale, ora vescovo, che fece un'omelia brillante e un po’ tradizionalista. Verso il termine del pranzo, si improvvisò la commedia di una sessione di esame dottrinale dell’omelia riscontrandovi “tendenze eretiche” che motivarono alcune misure medicinali per il predicatore: due anni di ministero nelle favelas di Rio de Janeiro e la lettura di tutti i libri di Leonardo Boff. Questo "scherzo da tavola" provocò la divertita ilarità del card. Ratzinger di allora. E di Benedetto XVI questa sera nel ricordarla.

Trovai Papa Benedetto in forma, con i capelli bianchissimi, un po’ lunghi e mossi sul capo, disteso, vivace, molto presente al discorso e ai ricordi. Sapendo che avevo terminato il mio compito di superiore generale mi ha chiesto: “E adesso cosa fa?”. “Sono parroco, a Monte Mario. Ma continuerò a studiare”. Si è mostrato molto contento: “Che bello, così avrà un contatto più diretto con la gente”.

Monte Mario gli ha dato occasione di ricordare la visita del 2010 per la benedizione della statua della "Madonnina". Da lì, la memoria è andata alla festa del Papa nella Sala Paolo VI, nel giugno 200: “Sì, ricordo bene il vostro entusiasmo e la gioia, e le grida. Continuate la festa del Papa

Di tanto in tanto, è intervenuto anche mons. Georg Gänswein. Il colloquio è durato circa 15 minuti e, come disse il giovane Silone a Don Orione, “avrei voluto che quel colloquio non finisse mai”. Nel momento del commiato c’è stato un piccolo scambio di doni e gli ho chiesto la benedizione. “Volentieri, volentieri. Benedicat te omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus”.

 


[2] L’intero evento fu trasmesso in diretta sul Canale 5 di Mediaset.

[3] Estratto dalla Circolare Vedere e servire Cristo nell’uomo. 6 gennaio 2009.

[4] Ne era tanto convinto il Fondatore da porre il criterio: “Chi manca di carità, non ha pietà”; Scritti 55, 193.

[5] Circolare Quali opere di carità?, “Atti e Comunicazioni”, 2005 (59), n.217, p.111-132.

[6] Lettera all’abate Caronti, 3 maggio, 1938, Scritti 117, 107.

[7] Verbali, riunione del 26 agosto 1930, p.95

[8] Sant’Agostino, Trattato su Giovanni, 17, 7-9 in CCL 36, 174-175.

[9] Lettera del 19.3.1923, Scritti 4, p.280.

[10] Riunioni 130. L’espressione fu riferita da Don Orione che definì il Sommariva “uno spregiudicato, che non può vedere né vuole sapere niente di religione” (Parola IX, 425). Anche questi poi divenne un generoso benefattore del Piccolo Cottolengo di Genova.

[11] Omelia della Messa di canonizzazione, “L’Osservatore Romano”, 16.5.2004, p.8.

[12] Libellus, 104: in P. Lippini, San Domenico visto dai suoi contemporanei, Ed. Studio Dom., Bologna, 1982, 110

[13] Prime Costituzioni o Consuetudines, 31.

[14] Regola, I, 1-2: FF 2750.

[15] Cfr Opere complete, II, 541-546; VIII, 63, 67, 253, 254, 466.

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