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Messaggi Don Orione
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Nella foto: Don Orione a Campocroce (Venezia) nel luglio 1923

Cenni storici della presenza di Don Orione e della Congregazione a Lonigo (VI), Venezia, – Manin e Artigianelli, Caorle (VE), Campocroce (VE), Berna di Mestre (VE), Venezia - La Fontaine al Lido, Padova - Camerini Rossi, Castelfranco Veneto (TV), Gallio (VI), Santa Maria La Longa (UD), Facen (BL), Vicenza - San Domenico, Marghera (VE) - San Pio X, Spera Valsugana (TN), Cles (TN), Chirignago (VE), Trebaseleghe (PD).

DON ORIONE NEL VENETO

Don Flavio Peloso[1]

 

Il tema dello sviluppo della Congregazione orionina nel Veneto è di grande importanza storica per il Veneto e per la Congregazione e in questo articolo sarà presentata una visione globale di tutte le case e attività della Congregazione, comprese nell’arco di cento anni.

Don Orione è nativo di Pontecurone (Alessandria), ai confini con la provincia di Pavia e della Lombardia. A Tortona, nasce e si sviluppa la Piccola Opera della Divina Provvidenza. La componente iniziale, umana e sociologica, della Congregazione è piemontese-lombarda. Ci saranno quasi subito aperture anche in Liguria (Sanremo), a Noto in Sicilia (1898) a Roma e nel Lazio, ma con un radicamento e inculturazione piuttosto limitati inizialmente. La seconda consistente componente di religiosi della Congregazione fu quella proveniente dal Veneto. Qui, tra il 1919 e il 1923, vi furono aperte ben sei case.

Don Orione conosceva il Veneto? Sì, tra il 1908 e il 1912, fu più volte a Lonigo (Vicenza), ove aveva aperto una comunità con il "Ricreatorio Pio X" con doposcuola, gioco, catechismo.[2]  

Il Veneto di Don Orione è quello da lui conosciuto e stimato attraverso l’amicizia con il “suo” Papa, San Pio X. Ne troviamo una descrizione negli Appunti d’una conferenza su Pio X tenuta in Argentina il 22 giugno del 1936.


Lonigo (VI), Venezia,  – Manin e Artigianelli, Caorle (VE), Campocroce (VE), Berna di Mestre (VE), Venezia - La Fontaine al Lido,
Padova - Camerini Rossi, Castelfranco Veneto (TV), Gallio (VI), Santa Maria La Longa (UD), Facen (BL), Vicenza - San Domenico,

Marghera (VE) - San Pio X, Spera Valsugana (TN), Cles (TN), Chirignago (VE), Trebaseleghe (PD)


Don Orione parla del Veneto

 “Dio fece nascere Pio X a Riese, villaggio Veneto, non proprio nella miseria, ma in una grande povertà. Non è la ricchezza la benedizione di Dio. Dio ha di meglio da dare: un sangue puro, un gran cuore, una gran fede, una madre profondamente cristiana: tale fu il dono scelto per chi doveva un giorno governare la Chiesa.
La famiglia non era misera, ma molto povera Iddio gli diede un sangue puro, un gran cuore e una famiglia onesta, credente, laboriosa. È nato ai margini del paesello: davanti all’umile casetta si stende la campagna. Quando io la visitai mi rimase impresso negli occhi e nello spirito un gran verde e l’impressione di trovarmi tra gente buona, cresciuta alla fede e al lavoro.
Il fanciullo di Riese vide e respirò di buon’ora l’aria del lavoro sereno e benedetto di tutta una pianura coltivata, erbosa, fronzuta e come indefinita ove le strade campestri se ne vanno tortuose, fiancheggiate da platani: i campi con la loro messe da grano, di formentone, di avena, le loro viti a festoni sospesi ai gelsi bassi.
Lungo i fossi verdeggiano gli alberi gran bevitori: gli ontani e i salici. Molte case intorno alla chiesa e al suo campanile: molti ragazzi sulle soglie e sui piccoli orti dove il pesco domina insieme al melo.
Popolazione laboriosa e popolazione cristiana moralmente sana; ricchezza di uno Stato e ricchezza di Dio. «Da noi altri italiani - dirà un giorno Pio X - la fede è come un dono di natura».
Le prove sono evidenti: percorrete il Veneto: l’assistenza alle funzioni, il numero dei bambini (famiglie patriarcali), le croci di fianco alle strade, le immagini della Vergine e dei Santi che decorano i muri delle case: vi dicono la fede del paese. Domandate, per esempio, a un vecchio, ad una vecchia quant’anni hanno, e avrete soltanto questa risposta, che è bella: «Poco manca andar a casa», alla Casa paterna, dove è il gran padre che sta nei cieli.
Un po’ di latinucci, a Castelfranco Veneto: 7 chilometri e 7 a tornare, penosi d’inverno ed anche d’estate… appena fuori di Riese si levava le scarpe, le legava con una cordicella, se le buttava a spalle a tracolla faceva il sacrificio di andare scalzo per risparmiare la borsa dei genitori e imparava la lezione, mangiava la polenta”.
[3]

Don Orione entrò in simpatia apostolica con la gente veneta per quello spirito caratterizzò lui e i suoi discepoli nei luoghi di apostolato.

“Figliuoli miei, se siete a Venezia, e volete fare del bene, fatevi veneziani il più che potete, e fin che si può, e ciò fate per la carità di Gesù Cristo; e fatevi veneziani per meglio riuscire ad educare e salvare gli orfani veneziani. Anzi, quando vi sia occasione, esaltatela Venezia, che veramente merita e sempre fu cattolica, anche all'epoca di Paolo Sarpi, e fu il propugnacolo della fede d'Italia contro l'eresia di Lutero. E vedrete che farete del bene. In Piemonte siate piemontesi, a Roma romani, in Sicilia siciliani. Negli anni che fui a Messina imparai, o cercai subito di imparare, il linguaggio e gli usi messinesi e a Messina io vestivo il rubbone alla siciliana.
Perché noi della Provvidenza non abbiamo determinata forma di vestito? Perché, nel vestire, dobbiamo vestire secondo i paesi dove stiamo, dove la mano di Dio ci porta. E stiamo bene attenti che il regionalismo non ci impicciolisca. Non si può essere perfetti nella carità, se non a condizione di spogliarci dei particolarismi e degli egoismi fini di paese.[4]

Nel 1919, quando Don Orione stava per iniziare nuove attività nel Veneto, raccomandò al Patriarca di accogliere e ordinare due suoi chierici, Antonio Castegnaro di Lonigo e un tal Camillo. È interessante la motivazione: “poiché essi sanno parlare il veneto, oltreché sono bravi figli; ma essendo veneti possono, con l'aiuto del Signore, capire meglio il linguaggio e i costumi, e fare maggior bene. Se nessuno di quelli che manderei a Venezia sapesse il veneto, sarebbe più difficile affiatarci”.[5]

Don Orione prese a frequentare il Veneto e divenne buon conoscitore delle sue tradizioni venete, tanto da arrivare ad usare qualche termine della parlata popolare veneta: “Attendo a Tortona di sapere notizie di tutto: di don Lorenzo (se si fermasse ancora a Caorle) del nónsolo (sagrestano), delle suore”.[6]

Come di fatto, Don Orione conobbe il Veneto?

 


Lonigo, il primo avamposto nel 1908

Lonigo è un popoloso borgo in Provincia di Vicenza, insignito del titolo di Città fin dal 1834.[7] All’inizio del Novecento, aveva 10.360 abitanti e divennero 11.219 in quello del 1911.  C’era un’alta percentuale di nascite: 1645 nel quinquennio 1895-1899. Tanti ragazzi e adolescenti costituivano una ricchezza e anche un problema educativo.[8]

Il parroco Mons. Giovanni Fossà aveva in animo di realizzare un’opera educativa per i tanti ragazzi e giovani. Quasi certamente su suggerimento di un altro grande leoniceno, Mons. Antonio Sogaro, al servizio nei dicasteri vaticani, che ben conosceva Don Orione, Mons. Fossà si rivolse a Don Orione e alla sua giovane congregazione religiosa.

Il 9 giugno 1907, il parroco scrisse del suo progetto a Don Orione: “Le dirò che desiderio e voto ardentissimo di noi, a Lonigo, si è l’istituzione di un’opera che salvi la gioventù, la quale va ogni dì più allontanandosi da noi, e ci fa tremare per l’avvenire. Si vorrebbe, quindi, un Patronato, ovvero, per intanto, un Ricreatorio festivo, tanto da poterli tenere uniti, i giovani, che ancora sono con noi, ed attirare quelli che scappano. Abbiamo acquistato a questo scopo una casa opportunissima, con Oratorio annessovi, e con cortile”.[9]

Don Gaspare Goggi, rettore della chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri in Vaticano, caldeggiò l’apertura dell’attività a Lonigo (Vicenza). “Stamattina fu qui Mons. Sogaro per le cose di Lonigo: converrà venirne ad una conclusione e, possibilmente, accontentarlo Mons. Sogaro ché qui a Roma ci appoggia molto”.[10]

Dopo vari contatti e accordi, il 22 gennaio 1908, il Fondatore accettò e si recò a Lonigo per firmare l'atto di acquisto dell'area e degli edifici che sorgevano in Via Teatro Vecchio 208 e destinati "alla istituzione e alla conservazione di un ricreatorio popolare per l'educazione religiosa della gioventù". Prese il nome di “Ricreatorio popolare Pio X”.

L’inaugurazione avvenne il 19 marzo 1908. Don Giovanni Serra, orionino, ricorda: «Don Orione venne per l’apertura della nuova Casa, lasciando come primo direttore Don Angelo Bariani, insieme con il ch.co Adriano Barbassi e il giovane Angelo De Paoli».

Al “Ricreatorio popolare Pio X” operarono valenti religiosi, tra i quali Don Giulio Cremaschi, Don Angelo Bariani, Don Angelo de Paoli, Don Giovanbattista Manca, Don Emilio Allasia, Don Maurilio Silvani, poi divenuto vescovo e Nunzio apostolico in Austria.

Don Orione visitò la cittadina veneta in varie occasioni, ma fu il venerabile Don Carlo Sterpi a seguire maggiormente questa attività. Don Orione, infatti, all’epoca del Ricreatorio di Lonigo, si trovava a Messina per la generosa opera di soccorso, dopo il terribile terremoto del 28 dicembre 1908, nominato da Papa Pio X quale Vicario generale della Diocesi. Ciò non gli impedì di seguire con affetto e attenzione la crescita dell’attività dei suoi religiosi a Lonigo.

Il 7 febbraio 1910, ad esempio, poté fermarsi qualche giorno a Lonigo. Ne riferì a Mons. Fossà, divenuto vescovo di Fiesole: «Eccellenza Rev.ma, ho potuto lasciare per alcuni giorni Messina, e sono tosto venuto a Lonigo”.

“Per la cara gioventù di Lonigo”, gli Orionini svolsero attività religiose, ricreative e di doposcuola. Centinaia di ragazzi e di giovani affollavano quotidianamente i locali e l’ampio cortile di Via Teatro Vecchio 208. Fiore all’occhiello del Ricreatorio fu la fanfara, costituita in meno di un anno, che si fece conoscere e ammirare in tutta la zona. Molto apprezzate erano le rappresentazioni della filodrammatica nel teatro del Ricreatorio.

A Mons. Fossà, divenuto vescovo di Fiesole nel 1909, succedette come Arciprete di Lonigo Mons. Attilio Caldana, figura di spicco del movimento cattolico veneto.

Il nuovo Arciprete, ben presto manifestò la volontà di dare un indirizzo più marcatamente scolastico all'istituzione, mentre era nata per svolgere un’attività educativa di tipo popolare con doposcuola, attività ricreative, catechismo, ecc. Ciò creò tensioni e Don Orione preferì il ritiro da Lonigo. Nella lettera del 9 agosto 1912, a Mons. Caldana, Don Orione scrive: “Benché con dispiacere, – e per la corrispondenza incontrata in molti giovanetti e per la bontà usataci dal Clero –, mando l’ubbidienza al Sac. Cremaschi di rimettere a Lei la Casa, con l’inventario di tutto, sì e come la abbiamo ricevuta”. Il commiato è pieno di stima e di affetto: “La assicuro che di Lei, come del suo ottimo Clero e popolo, serberemo ognora grata memoria. Se capitasse di venire in qualche città o paese, ove fosse qualche nostra Casa, Lei, come il Clero di Lonigo, dispongano di noi come di casa loro, ché saremo ben felici di averli nostri ospiti”.

Il ritiro degli Orionini da Lonigo avvenne il 15 agosto 1912.

Questo primo seme della “Piccola Opera” gettato nel Veneto diede come frutto la vocazione di Don Antonio Castegnaro, un ragazzo del Ricreatorio, divenuto poi sacerdote orionino.[11]
Don Orione tornerà nel Veneto con i suoi religiosi qualche anno più tardi, a Venezia e dintorni.


Il Card. Pietro La Fontaine[12] apre a Don Orione le porte di Venezia

La prima data documentata della presenza del nostro Fondatore a Venezia è il 22 febbraio 1909. Don Orione era allora a Messina, incaricato dalla Santa Sede di seguire la sistemazione e collocazione degli orfani del terremoto. Sette di questi orfani erano stati portati in un Istituto protestante a Venezia, dove Don Orione giungeva, il 22 febbraio 1909, per riprenderli e sistemarli nei suoi istituti. Poi, dopo il ritiro dal Ricreatorio di Lonigo, nel 1912, non si hanno notizie di ritorni di Don Orione nel Veneto.

Dal 1917 riprendono le visite e le brevi permanenze, di Don Orione nella regione veneta. Infatti, il Patriarca di Venezia, card. Pietro La Fontaine ricorse a lui per risolvere alcune ferite sociali lasciate dalla grande guerra mondiale. Gli chiese di accogliere a Tortona sia i chierici dei Padri Cavanis che l’intera comunità delle Suore Clarisse della Giudecca. L’8 novembre 1917 Don Orione informa le Piccole Suore Missionarie della Carità: “Ieri ho scritto una lettera al Patriarca di Venezia, dicendogli che in questi momenti tanto dolorosi, la Casa della Divina Provvidenza è pronta ad accogliere i suoi poveri profughi, Preti, Chierici, e poveri orfani abbandonati. Noi ce ne andremo sotto il solaio. Mezz’ora appena dopo impostata la lettera, giunse un telegramma dell’Ammiraglio Cito, che a nome del Cardinale pregava la Casa della Divina Provvidenza a ricevere cinquanta Religiosi”. [13]

Furono sette i chierici dei Padri Cavanis che giunsero a Tortona il 22 gennaio 2018, insieme a P. Enrico Perazzoli, tutti trentini. Don Orione “assegnò loro per abitazione la casetta attigua alla chiesa di S. Rocco, con ufficiatura della medesima Chiesa”. Padre Perazzoli ricorda: “Ci accolse con paterna bontà... Il P. Orione ci fece proprio l'impressione di un Santo. Ha sempre timore che ci manchi qualche cosa. Ha per noi una benevolenza incredibile”. I chierici furono per qualche tempo nel noviziato orionino di Villa Moffa, ove parteciparono agli esercizi di agosto 1918 con Don Orione e i suoi chierici e novizi. Il 14 novembre, appena terminata la guerra, fecero ritorno a Venezia.[14]

L’8 di novembre del 1917 giunsero a Tortona anche 28 suore Clarisse del convento veneziano della Giudecca. Furono ospitate presso la Casa madre delle suore Orionine. Fu un’accoglienza eroica, perché c’era estrema povertà e la casa era piccola. Le Orionine lasciarono i loro ambienti, i loro letti e le loro camere alle Clarisse, mentre loro vivevano accampate in qualche modo, tra tanti disagi, dormivano in soffitta. Eppure le une e le altre erano contente e quella convivenza si trasformò in conforto ed edificazione per tutte.[15]

Il patriarca La Fontaine di fronte all’accoglienza intraprendente e sacrificata di questi due gruppi e di altri profughi, restò ancor più sorpreso e ammirato di Don Orione. Egli l’aveva conosciuto alcuni anni prima, nel maggio 1908 quando, ancora giovane vescovo di Cassano Jonio (Cosenza), fu a Tortona come visitatore apostolico, in un periodo di sospetti modernistici. In questa circostanza incontrò Don Orione e la sua opera traendone grande stima. Poi, si ritrovarono a collaborare nel gennaio 1909, quando Don Orione era accorso in aiuto dei terremotati di Messina e Reggio Calabria. “Fu in quell’occasione che ho conosciuto la grandezza d’animo del Vescovo La Fontaine, che mise a disposizione degli orfani tutto il suo grande palazzo, il gran palazzo vescovile di Cassano Jonio…”.[16] E ricordava con commozione: “Mons. La Fontaine non solo diede Santuario (della Madonna della Catena) e Casa, ma aperse il suo stesso palazzo vescovile. Vasti saloni furono tosto trasformati in dormitorio, e, sotto il baldacchino della sala del trono, ebbero il loro lettino due poveri orfanelli”.[17]

Tra i due nacque una forte sintonia spirituale e amicizia. Don Orione definiva La Fontaine “padre e benefattore dei Figli della Divina Provvidenza”.[18]


L’Istituto Manin e l’Istituto Artigianelli di Venezia (1919)

Fu il Patriarca a interessarsi affinché la Congregazione di Carità della città affidasse alla Piccola Opera di Don Orione la gestione di due importanti istituzioni cittadine: l’Istituto Manin in Lista di Spagna, per orfani, e l’Istituto San Gerolamo Emiliani alle Zattere, per artigianelli.[19] Nel 1919, entrambi gli istituti si trovavano in una grave crisi istituzionale e disciplinare dovuta prima allo spostamento degli allievi in Toscana, durante la guerra mondiale, e poi, al ritorno, ai continui scioperi del personale laico preposto alla loro educazione.

Il Patriarca suggerì alla Congregazione di Carità di rivolgersi a Don Orione. Questi inviò per una prima visita di valutazione Don Carlo Sterpi, Don Carlo Pensa e Don Luigi Piccardo nel marzo del 1919. Erano ambienti molto grandi, artisticamente anche belli, ma in completo disordine e abbandono. Non era un momento facile per la Congregazione; aveva perso alcuni suoi chierici e sacerdoti durante la guerra e si stava riorganizzando. Comunque, fu decisa l’accettazione dei due orfanotrofi. Dopo il paziente lavoro di contatti e le necessarie pratiche presso la Prefettura di Venezia, Don Orione poté firmare la convenzione il 1° di agosto 1919.

L’Istituto Manin in Lista di Spagna, al civico 168, deve il suo nome al fatto che il palazzo era delimitato da una lista di pietre e che in esso ebbe sede per molti anni l’ambasciata di Spagna. L’Istituto di beneficenza era nato per desiderio del munifico Doge di Venezia, Ludovico Manin (1726-1803) che lasciò un’ingente eredità destinata al mantenimento di ragazzi poveri. Dal 1857 ospitava circa 300 ragazzi, poveri e quasi tutti orfani.

Le origini dell’Istituto degli Artigianelli alle Zattere risalgono al 1423 come convento dei Gesuati, dei frati laici dediti alla cura degli infermi, così chiamati per la loro frequente invocazione del nome di Gesù. Nel 1669, il convento e la chiesa furono acquistati dai Padri Domenicani, i quali eressero la nuova chiesa di "Santa Maria del Rosario" ed ampliarono il convento. Nel 1810, Napoleone decretò la soppressione dell'ordine religioso e ne confiscò i beni. Dal 1815, il grande complesso edilizio divenne orfanotrofio, prima gestito dal Municipio di Venezia, poi, dal 1851 al 1866, affidato ai Padri Somaschi di San Girolamo Emiliani, e infine venne acquistato nel 1867 dalla Congregazione di Carità, ente laico con scopo educativo, l’affidò ai religiosi di Don Orione.

I due grandi Istituti veneziani, gestiti dagli Orionini, iniziarono le loro attività il 1° di settembre del 1919 con una capienza subito completata, perché era appena terminata la grande guerra mondiale e un grande numero di orfani avevano bisogno di accoglienza. L’Istituto Artigianelli fu da Don Orione intitolato a San Girolamo Emiliani[20] e assunse un più caratteristico indirizzo di formazione alle arti e mestieri per i ragazzi più grandi di entrambi gli Istituti veneziani.

Don Orione pose Don Carlo Pensa – che risiedeva agli Artigianelli - come primo direttore di entrambi gli Istituti. Però il padre, l’uomo di visione e di cuore che pensava a tutti e a tutto, in sintonia con Don Orione, fu Don Carlo Sterpi, che risiedeva al Manin. Nel 1920, Don Sterpi acquistò un’intera tipografia e la trasportò all’Istituto Manin; qualche mese dopo acquistò e portò agli Artigianelli la gloriosa Emiliana Editrice, che rischiava di scomparire; diede a quei giovani un sicuro lavoro per il futuro e una rendita all’Istituto per poter andare avanti.

La vita dei due Istituti rifiorì, riprese l’insegnamento, furono riordinati i laboratori, la disciplina e l’educazione diedero il loro benefico influsso.

“Avete avuto un bel coraggio a venire a Venezia in quel modo”, commentò ammirato il card. La Fontaine, dopo alcuni anni, constatando il felice sviluppo pur con l’esiguità di mezzi e di persone degli inizi. Strumento della Divina Provvidenza, visibilmente all’opera fu Don Carlo Sterpi. “Affrontò infatti la situazione con coraggio e prudenza, osando, a ragion veduta, e all’occorrenza sapendo aspettare. La sua esperienza veneta fu di guida a tutta la Congregazione. Lo si vedrà aprir case, dirigere or questa or quella, allontanarsi a volte; talora limitarsi, tenendosi quasi nell’ombra, alla direzione d’un laboratorio, di una tipografia”.[21]


La parrocchia di Caorle (1919)

Il patriarca Pietro La Fontaine, sempre in quell’anno 1919, chiese a Don Orione di prendersi carico anche della Parrocchia Santo Stefano di Caorle inviandovi due sacerdoti.[22] Durante gli anni seguiti alla disfatta di Caporetto (ottobre 1917), gli abitanti di Caorle avevano dovuto abbandonare in fretta le loro case. Ora, terminata la guerra, cominciavano a ritornare e trovavano il paese e le case in condizioni desolanti. Le campagne erano allagate perché erano state distrutti i canali e le idrovore. In quel paese devastato c’era tutto da rifare materialmente e moralmente.

Don Orione conosciuta la drammatica situazione - dopo il sopralluogo e la relazione di Don Sterpi sulla Parrocchia,[23] rimasta chiusa ed abbandonata per quasi un anno - inviò Don Silvio Ferretti che, accompagnato da Don Sterpi, fece l’ingresso come parroco a Caorle il 20 novembre 1919. A lui si aggiunse poi Don Giuseppe Saroli. Il 31 dicembre 1920 giunsero quattro Suore per aprirvi l’Asilo e vi rimasero fino all’agosto 1923.

“La popolazione della parrocchia si aggirava sulle 5000 anime – informa Don Ferretti -, comprese le borgate di Cacormiani e San Gaetano. Nel centro erano pescatori nella quasi totalità; nella campagna erano agricoltori. Si cercava di andare incontro ai loro bisogni non solo spirituali, ma anche materiali, e si è così creato subito un ambiente di comprensione e di unione”. “Il Cardinale Patriarca venne a Caorle due volte – ricorda ancora Don Ferretti -. Don Sterpi venne diverse volte. In occasione di una festa arrivò Don Orione; fece diverse prediche; fu per me quella visita di indicibile conforto e di tanta edificazione e salutare impressione per i parrocchiani”. [24]  

Le condizioni di vita erano molto difficili a motivo della malaria molto diffusa. Di malaria si ammalarono tanto Don Saroli che Don Ferretti. Uno dopo l’altro dovettero lasciare Caorle per curarsi; Don Ferretti nel giugno 1924. Don Orione, il 24 settembre 1924, da Tortona comunica “Qui stiamo bene, eccetto don Ferretti che fu malato grave, ed è in convalescenza. Non potrà più andare a Caorle dove c’è la malaria, che ha rovinato anche don Saroli, il quale era là come vice-parroco. Ora però don Saroli s’è rimesso”.[25]

Passata la prima emergenza, di fronte alla malattia dei due sacerdoti, il Patriarca provvide poi a nominare un altro parroco diocesano a Caorle.


L’Istituto Marco Soranzo di Campocroce (Venezia)

L’Istituto Marco Soranzo di Campocroce di Mirano (VE) ha avuto un ruolo importante nella vita della Piccola Opera della Divina Provvidenza, la Congregazione fondata da San Luigi Orione. È da avere presente che la componente iniziale, umana e sociologica, della Congregazione fu piemontese e lombarda. Dopo la fondazione a Tortona (AL), la terza consistente componente di religiosi della Congregazione fu quella proveniente dal Veneto. Qui, tra il 1919 e il 1923, vi furono aperte ben sei case. Più di 120 religiosi hanno ricevuto la loro prima formazione a Campocroce.26]

Si giunse all’apertura della casa di Campocroce[27] per la collaborazione di quattro santi: san Luigi Orione, il venerabile Don Carlo Sterpi, suo primo collaboratore, il servo di Dio Pietro La Fontaine, patriarca di Venezia, e il conte Marco Soranzo, un sant’uomo, che concluse la sua vita, come aggregato, a Villa Moffa (CN).

Il conte Marzo Soranzo era un avvocato veneziano. Apparteneva alla famiglia del ramo San Barnaba dell’antica e nobile famiglia dei Soranzo (detti alle origini Superantius)[28] ed aveva una sua Villa di campagna, a Campocroce, all’incrocio di due vie del Graticolato romano, fra Mirano e Santa Maria di Sala.

Si era nel 1919. Don Orione era sorpreso per quanto stava succedendo nel Veneto, dove si aprivano porte e campi di apostolato uno dopo l’altro. In quell’anno venivano assunti dalla Congregazione i due prestigiosi edifici dell’Istituto Manin e dell’Istituto Artigianelli in Venezia, e già un’altra donazione, propiziata dal card. Pietro La Fontaine, veniva proposta a Don Orione: la villa e i terreni del conte Marco Soranzo a Campocroce di Mirano, nell’immediato entroterra veneziano.

Don Orione fu a Campocroce il 21 maggio 1919. Trovò la villa in disordine per la presenza dei soldati durante la guerra, ma giudicò il posto come ideale: “Visitai con Don Sterpi la Villa; è veramente una provvidenza di Dio, è adattissima”, luogo tranquillo per la preghiera e lo studio, e adatto, essendovi del terreno, per un po' di lavoro manuale, quanto mai utile alla formazione e all’autosostentamento.

Dopo i necessari contatti, sopralluoghi e valutazioni legali, il 31 maggio 1919, fu firmato l’atto notarile con cui il conte Marco Soranzo, di antica famiglia veneziana, concesse in enfiteusi perpetua tutte le sue proprietà di Campocroce di Mirano. “La Casa del Conte a Campocroce l’ho già offerta a S. Giuseppe per le mani della Madonna”, scrisse Don Orione a Don Sterpi. Inoltre, in omaggio al donatore, volle che la villa fosse chiamata “Istituto Marco Soranzo”.

Il 21 giugno 1919, festa di San Luigi, Don Sterpi celebrò la santa Messa, presente il Conte, cantò l’Ecce quam bonum e ricevette in consegna la villa. Già nell’agosto successivo arrivarono i primi orfani salvati dal terremoto della Marsica ed ebbero per direttore il chierico Cesare Di Salvatore.

Nei primi dieci anni, l’Istituto Marco Soranzo ospitò gli orfani, soprattutto della guerra da poco terminata. Don Orione scelse la Villa di Campocroce come sede degli Esercizi spirituali per i suoi religiosi negli anni 1920, 1921, 1922, 1923 e 1924, ospitando in tal modo molti dei religiosi della Congregazione. Al termine degli esercizi spirituali divenne tradizione tenere delle riunioni in cui Don Orione informava i confratelli sulla vita della Congregazione, consultava, dava disposizioni, condivideva punti di formazione e di sviluppo. Anche per questo, la casa di Campocroce divenne un riferimento morale nella vita della Congregazione.

Nel 1930, Don Orione annunciò che “Villa Soranzo sarà trasformata in Probandato”, cioè in piccolo seminario per ragazzi. In quegli anni aveva lanciato la famosa “questua delle vocazioni” con una lettera indirizzata a tutti i parroci d’Italia. Tra i primi entrati nel 1930, ci furono Antonio Lanza, Valdastico Pattarello, Antonio Marangon e Giuseppe Pandiani, nomi poi divenuti noti e benemeriti. Ma altri e altri seguirono: don Umberto e don Mario Zanatta, don Narciso Paragnin, don Massimo Garbin, don Giuseppe Peron, i fratelli Valentino e Dino Barbiero, don Giovanni Bianchin… tra di essi molti partirono per le missioni.

A Campocroce operarono valenti formatori, collaborarono le Piccole Suore Missionarie della Carità, alcuni famigli fecero parte significativa dell’ambiente che lasciò un marchio insopprimibile nei 3000 ragazzi che si susseguirono al Soranzo.

Alla storica e artistica villa Soranzo furono affiancate l’ala nuova dell’Istituto (1952) e la nuova chiesa (1962). La cessazione dell’attività di seminario negli anni ’90, portò all’apertura di nuove pagine di vita per l’Istituto Marco Soranzo: la presenza di una Comunità terapeutica (1997-2004), l’Orione Group con attività di spettacolo e volontariato, il Seminario della vita per l’accoglienza di mamme e bimbi in difficoltà, dal 2009, la sede dell’Associazione Ex Allievi.


L’Istituto Berna di Mestre (1921)

Lo sviluppo della Congregazione nel Veneto. Dopo l’apertura degli Istituti “Manin” e “Artigianelli” di Venezia, dopo la parrocchia di Caorle e l’Istituto Marco Soranzo, nel 1921 si avviò l’Istituto Berna di Mestre a partire dalla donazione di Pietro e Maria Berna. Pietro Berna fu nobile e stimato politico e amministratore di Mestre e della Provincia di Venezia; non avendo figli costituì eredi dei suoi beni gli orfani, affidando alla sorella Maria l’avvio di una istituzione a loro destinata.[29] Volendo dare sviluppo e continuità all’opera, Maria si rivolse al vescovo Giacinto Longhin[30] di Treviso che la indirizzò a Don Orione.

Mestre, ad inizio secolo, aveva avuto una repentina e notevole crescita della popolazione e si era trasformata da grosso borgo di 12.000 abitanti a centro urbano di 100.000 abitanti a causa di tre principali ragioni: la costruzione del polo ferroviario, la costruzione di imponenti caserme militari, la costituzione del polo industriale di Marghera. Anche in quest’area si riproponeva il problema di tanti orfani e di tanti ragazzi poveri che restavano del tutto esclusi da ogni forma di cura educativa. Don Orione si impegnò per dare risposta educativa al problema valorizzando l’opportunità di lavoro offerta dalle industrie che si andavano installando a Marghera. Diede al nuovo Istituto “Berna” un indirizzo di formazione umana e religiosa ma con indirizzo professionale. Don Orione, all’inaugurazione del “Berna”, il 12 giugno 1921, tenne un discorso molto bello nel quale illustrava i principi ispiratori e le linee educative.

Mestre, che tanto progresso ha fatto in questi ultimi tempi, e che va diventando un’importante e vasta Città, mancava sino ad oggi, di un Istituto maschile che raccogliesse, educasse e istruisse i fanciulli poveri. Ebbene, questo è, e questo almeno vuol essere, con l’aiuto di Dio, l’Istituto Berna che oggi, benedetto dal Vescovo, si inaugura. (…)

L’Istituto Berna, pur in modestissima misura, vuol concorrere a fare opera di ricostruzione morale e cristiana della società, crescendo nella fede dei loro padri, a quella fede «che ci fa cittadini non vili», e che ha illuminati i più grandi educatori della scuola italiana, i fanciulli ad esso affidati. L’Istituto sarà per essi la loro casa, la loro famiglia, perché il sistema nostro di educazione non è sistema di repressione ma sistema paterno e ministero sublime. Gli alunni frequenteranno le elementari comunali, e poi verranno avviati, secondo le attitudini, ad apprendere un’arte remunerativa e a guadagnarsi un pane onorato; e nella loro formazione e nell’insegnamento essi troveranno quei sussidi che oggi sono necessari alla loro giusta elevazione, alla umana e cristiana libertà del lavoro”.[31]

Fu Don Sterpi a dare avvio effettivo all’Istituto e, appena la vita fu organizzata e normalizzata, nel 1922, lasciò l’incarico a Don Antonio Berton, cui succedettero Don Sebastiano Vaccaro, Don Remo Ciccioli, Don Biagio Marabotto, Don Enrico Bariani. L’Istituto acquistò ben presto stima e fama per le sue scuole a tipo professionale, che preparavano centinaia di operai qualificati e tecnici per gli stabilimenti della zona industriale di Marghera in pieno sviluppo. Nel 1958, il “Berna” fu insignito di Medaglia d’oro dal ministero della Pubblica Istruzione. Vi operarono sacerdoti validissimi e intraprendenti. Per tutti ricordiamo i fratelli Attilio e Luigi Piccardo. Nel 1957, ci fu la costruzione del nuovo edificio scolastico di Via Bissuola. Nel 1966, il nuovo Convitto e fu lasciata definitivamente la vecchia sede di Via Manin.[32]


L’Orfanotrofio “La Fontaine” al Lido di Venezia (1921)

Il patriarca di Venezia Pietro La Fontaine diede grande impulso alle opere caritative per dare risposta ai problemi dell’infanzia particolarmente colpita dalla povertà che toccò molte famiglie, smarrite e indebolite per la perdita di tanti uomini sui fronti della grande guerra del 1915-1918. Trovò in Don Orione un apostolo della carità e un geniale organizzatore di istituzioni di solidarietà.

Nel 1921, pensò di chiedergli di occuparsi dell’Orfanotrofio al Lido di Venezia per dare soluzione al problema dell’assistenza a infanti e piccoli orfanelli nati durante l’occupazione dei militari austriaci nella regione e che, in non pochi casi, le madri abbandonavano per vergogna e per miseria. Data la particolare attività, l’orfanotrofio, fu affidato alla cura delle Piccole Suore Missionarie della Carità, ancora in abito civile e in formazione.[33] In breve, la casa si avviò con sessanta bambini e vi si instaurò un metodo educativo informato dallo spirito di famiglia.

L’opera in favore degli orfani, per il suo servizio e per il suo stile, raccolse la stima e l’affetto di tutta Venezia. La beneficenza non mancò mai, sollecitata anche dalle colonne de “Il Gazzettino” e ravvivata nei periodici incontri di Amici. Il servizio religioso dell’Orfanotrofio e del vicino convento delle “Suore bianche” veniva assicurato dagli Orionini del Manin, tra i quali lasciò un devoto ricordo Don Michele Melomo.

Proprio il Lido venne scelto come luogo di costruzione del tempio votivo di Venezia per lo scampato pericolo di distruzione durante la guerra. Fu Don Orione a predicare nella Basilica di San Marco il solenne triduo di preparazione per la posa della prima pietra. Egli si interessò anche successivamente del tempio – che divenne motivo di tensioni fra il clero – ne acquistò il terreno e iniziò la costruzione. Nella cripta del tempio votivo dell’Immacolata volle essere sepolto anche il Card. La Fontaine.

L’opera orionina del Lido continuò, evolvendo secondo le esigenze del tempo, fino agli anni ’90, quando cessò l’attività e le Suore orionine si ritirarono definitivamente.


L’istituto Camerini Rossi di Padova (1923)

Nel 1923 si ebbe l’inizio di una nuova attività della Congregazione a Padova. Nella città veneta esisteva un benemerito Istituto sorto come “Collegio per i discoli” (1865) per la generosità del conte Silvestro Camerini che poi confluì, nel 1869, nell’Istituto “Opera Pia Camerini - Rossi”. Si occupava di assistenza, educazione e ospitalità a orfani, giovani e persone in disagio sociale. Dopo la prima guerra mondiale, l’Istituto era in condizioni precarie sia pedagogiche sia economiche.  Il vescovo di Padova, mons. Elia Dalla Costa,[34] affidò alla Congregazione la conduzione dell’Istituto Camerini Rossi, in Via Beato Angelico Pellegrino 155.

L’Istituto ebbe un notevole risveglio formativo e anche di presenza di alunni. Vi si instaurò il metodo cristiano-paterno e si diede impulso alla formazione professionale, sulla base degli altri Istituti veneziani. Vi operarono validi educatori quali Don Vincenzo Saroli, Don Antonio Castegnaro e Don Enrico Bariani. “Il direttore Don Castegnaro assunse il ruolo di regista e sapeva entusiasmare gli alunni.[35] Impiantarono officine e laboratori, diedero bella prova di attività e di sacrifici. Mons. Costa era molto soddisfatto e, spesso, visitava l’Istituto constatando il fervore e lo zelo dei religiosi. I giovani dell’Istituto passarono da 14 a 150. Un ruolo importante e sempre decisivo lo ebbe Don Sterpi. Furono dieci anni di grande attività”, ricorda Don Luigi Piccardo.[36]  Fu costituito anche un piccolo Probandato affidato alla cura di Don Benedetto Anzolin; trai ragazzi del Camerini Rossi emersero Gino Bressan e Ferdinando Cavaliere, poi ottimi e dotti sacerdoti della Congregazione.

Al termine della convenzione di 9 anni, il nuovo Vescovo di Padova, “Mons. Agostini, che era stato rettore del seminario di Treviso, chiamò i Giuseppini del Murialdo che avevano un Istituto a Treviso, e che egli quindi conosceva”, ricorda ancora Don Piccardo. La presenza educativa degli Orionini a Padova si concluse con l’atto di riconsegna dell’Istituto datato 6 ottobre 1932.


A Castelfranco Veneto, solo un inizio (1929)

            Nella parrocchia di Santa Maria della Pieve di Castelfranco Veneto (Treviso), vi era un edificio del Comune che si voleva destinare a casa per la gioventù maschile e oratorio. Probabilmente per le difficoltà economiche, d’accordo con il vescovo Mons. Giacinto Longhin, l’arciprete della Pieve, Mons. Giovanni Pastega, decise di invitare Don Orione e la sua Congregazione ad assumere l’istituzione.

Don Orione fu a Castelfranco il 9 agosto 1928[37] per chiarire le condizioni di impegno con il parroco, prima fra tutte l’uso della vicina chiesa di San Giacomo, una succursale della parrocchia della Pieve. [38] Fu deciso il passaggio di proprietà alla società “Immobiliare Orione”, “resta fissato l'acquisto in L. 50.000, tutto compreso”.[39] Don Orione dava notizia: “26 maggio 1929. Oggi si fa l'acquisto della nuova casa di Castelfranco Veneto, allo scopo di salvare la vita di parecchi che lavorano a Venezia o presso Venezia, e, non resistendo a quella bassura di clima, finiscono tisici e muoiono; ogni anno ha le sue vittime, e appena spero si sia fatto a tempo a salvare Don Sterpi”.[40]

            Don Orione, nell’assumere la proprietà con tutti i debiti, s’impegnò per il funzionamento dell’oratorio maschile e ad aprire una scuola ginnasiale.[41] I primi sacerdoti incaricati di Castelfranco furono Don Silvio Parodi e Don Cesare Pedrini, già segretario di Pio X a Mantova [42] Vi giunsero presumibilmente in giugno, dopo la firma del contratto.

            Per qualche tempo tutto funzionò bene e i ragazzi dell’oratorio crebbero di numero. Però, quando morì l’arciprete, il 6 settembre 1929, il suo vicario e reggente, Don Bruno Franceschini, subito manifestò diverso atteggiamento. Giunse a presentarsi nella chiesa di San Giacomo – ricorda don Luigi Piccardo - a raccogliere le offerte durante la celebrazione delle Messe per rivendicare i diritti della Pieve sulla chiesa di San Giacomo. Intervennero Don Sterpi e Don Orione anche presso il Vescovo e, non avendo avuto nessuna risposta chiara da Don Franceschini,[43] preferirono richiamare i religiosi e lasciare l’oratorio:[44]Oggi ho dato disposizioni risolutive, circa il Patronato, a Don Pensa; e oggi ho pure comunicato a Mg.r Arcivescovo di Treviso che, nella entrante settimana, ci ritiriamo da Castelfranco, e quindi anche da S. Giacomo, prima dei Santi… Desidero che la partenza si effettui silenziosamente, e, possibilmente, che passi inavvertita. A te, e a chi ha con te lavorato per le anime di codesti cari fanciulli, ogni mio conforto e la più ampia benedizione”.[45]

Successivamente, la Congregazione fu sollecitata a riprendere l’Oratorio, ma Don Orione non riaccettò, anche se Castelfranco stava tanto a cuore a lui e a Don Sterpi.[46]


Gallio (1929)

Gallio è uno dei sette comuni dell’Altopiano di Asiago, a 1090 metri di altezza, a 68 Km da Vicenza, luogo di tranquillità e pace immerso nella bellezza della natura ancora segnata dalle ferite della prima guerra mondiale.

I ragazzi dell’Istituto Berna trascorsero la prima vacanza estiva a Gallio nel 1929. La casa fu “scoperta” da Don Enrico Bariani che era direttore all’Istituto Camerini Rossi di Padova ed era salito sull’altopiano di Asiago per procurare ai suoi allievi e a quelli del Berna di Mestre un soggiorno estivo.[47] Ne scrisse a Don Orione: “Signor direttore, consegnate a me questi professori stanchi della scuola e bisognosi di ritemprare le forze. Me li conduco a Gallio e si troveranno molto bene per l’aria fina e per il vitto sostanzioso”. Don Orione approvò la sua proposta mostrandosene anzi lietissimo.[48]
L’ampia casa fu prima affittata e poi donata alla Congregazione dalle sorelle Giacomina e Antonietta Segafredo, il 28 giugno 1939, in ricordo dei defunti fratelli Pietro e Francesco.

Periodo d’oro per la vita di questa casa fu quello successivo alla seconda guerra mondiale, quando ospitò stabilmente un gruppo di ragazzi “mutilatini”, oggetto delle cure dei religiosi orionini e dell’affetto di tutta la popolazione di Gallio. I primi mutilatini cominciarono a risiedere nell’Istituto Don Orione di Gallio nel 1948, provenienti dall’Istituto orionino di Milano. In quegli anni, c’era grande necessità di provvedere ai ragazzi che portavano nel corpo i segni del conflitto bellico da poco terminato. Erano ragazzi delle Elementari. A dirigerli fu inizialmente Don Giovanni Casati; si susseguirono vari e benemeriti sacerdoti e chierici assistenti; particolarmente conosciuti e popolari furono Don Luigi Pangrazi, don Stanislao Swiderski, Don Luigi Tozzo. Don Elvino Pasquali fu l’ultimo direttore della comunità di Mutilatini, perché nel 1957, questa attività cessò.[49]

La Casa continuò ad essere adibita a “colonia estiva” fino al 1988 per gli Istituti orionini del Veneto.


Il Piccolo Cottolengo di Santa Maria La Longa (1944)

Nel marzo 1943, Mons. Guglielmo Biasutti, già cappellano militare durante la guerra, si recò a Tortona per esporre a Don Carlo Sterpi il suo sogno di edificare una “Cittadella della Carità” in Friuli. “Don Sterpi non ebbe la minima esitazione – ricordò poi mons. Biasutti -. Il sorpreso fui io. Mi disse solamente (sento ancora la fermezza ed il calore della sua voce): Vada e metta le rotaie. L'assicuro che il Piccolo Cottolengo Friulano sorgerà. Me ne partii con una gran pace nel cuore”.

Le basi del Piccolo Cottolengo furono poste con l’atto di donazione di una Villa e di ambienti agricoli a Santa Maria La Longa da parte della contessa Melania Bearzi (28 dicembre 1944). L’avvio fu particolarmente eroico e faticoso, data la grande penuria di risorse economiche. Il primo orionino a insediarsi a Santa Maria la Longa fu don Pietro Braceschi, seguito da don Giovanbattista Piazza e da don Pellegrino Zannoni. Le prime ricoverate giunsero nel 1949 e l’edificio fu ampliato nel 1956.

Nuovo e decisivo impulso allo sviluppo del Piccolo Cottolengo fu dato dalla generosità di alcuni benefattori, soprattutto Dante Cavazzini, che consentirono l’edificazione di un nuovo padiglione maschile (9 giugno 1968) e di quello femminile (1974). Attualmente è una delle opere d’avanguardia nel Friuli e in Italia nel campo dell’assistenza a persone con gravi limiti psichici e fisici.


L’Istituto e la Parrocchia di San Pietro a Facen (1944)

A Facen, una frazione del comune di Pedavena, nel 1932 fu costituita la nuova Parrocchia di San Pietro e già esisteva un piccolo centro educativo. Il Vescovo di Belluno si rivolse a più riprese alla Congregazione perché assumesse la cura pastorale ed educativa del piccolo borgo. Solo nel 1939 venne la risposta positiva e nel 1940 fu firmato l’accordo. Nel 1944, giunsero Don Mario Tosetti e le Piccole Suore Missionarie della Carità per prendersi cura dell’Asilo e di un piccolo Istituto per orfani, ma di fatto solo nel 1947 poté essere nominato Don Pietro Braceschi come primo parroco. Gli succedette, dal 1950 al 1958, Don Giorgio Meinero, molto amato e stimato, di grande zelo spirituale e le confessioni. Nel 1952, il Vescovo Mons. Muccin inaugurò la nuova Cappella dell’Orfanotrofio “Don Orione” ed ebbe parole di plauso e incoraggiamento per l’Opera Don Orione e per l’attività delle Suore nell’Asilo.

Don Attilio Simonelli fu parroco dal 1960 al 1969 e infine, dal 1969 al 1979, Don Ettore Corrò. Essendo venuta meno la necessità dell’orfanotrofio, le Suore orionine lasciarono Facen nel 1965. La Casa fu destinata ad accogliere, dal 1966 al 1970, alcuni ragazzi in cammino vocazionale, ai quali furono preposti Don Angelo Pasinato e Don Angelo Moro. Gli Orionini lasciarono definitivamente il bel paese bellunese nel 1980.


L’Istituto San Domenico di Vicenza (1949)

L’orfanotrofio maschile San Domenico trovò posto nella chiesa e convento delle monache Domenicane, già dal 1265. Dopo il ritiro delle monache, nel 1811 divenne Ospizio femminile e, nel 1875, Orfanotrofio maschile. La conduzione fu affidata ai sacerdoti dell’Opera Don Orione nel 1949 con lo scopo di provvedere gratuitamente, in collaborazione con l’Ente Comunale Assistenza, al ricovero, mantenimento, educazione morale e fisica, istruzione elementare ed artigiana di orfani e fanciulli poveri di Vicenza.

I ragazzi frequentavano prima la scuola elementare di Porta Padova e poi fu aperta una scuola interna. Fu realizzato anche un triplice laboratorio interno e si avviò la formazione professionale di meccanica, falegnameria, cartoleria. Il maestro Natalino Tacchetti fondò la banda musicale che ebbe decenni di splendore.

Vi furono direttori Don Guerrino Pelizza dal 1950 al 1957, Don Dante Viola dal 1957 al 1961, Don Luigi Scovenna dal 1961 al 1968, Don Felice Bortignon dal 1969 al 1972 e Don Giuliano Bartolomeo dal 1972 al 1977, anno della chiusura definitiva dell’Orfanotrofio, a motivo della riforma assistenziale.


La parrocchia San Pio X e la Casa del giovane a Marghera (1956)

Fu personalmente il patriarca Angelo Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII, a proporre che fosse la Congregazione di don Orione ad assumere la Parrocchia di Marghera, sorta nell’area ove si ebbe un repentino accrescimento abitativo dovuto allo sviluppo industriale del dopo guerra. L’erezione canonica avvenne il 1° giugno 1956 con la cerimonia presieduta dal Patriarca Roncalli. Un mese prima aveva inaugurato la chiesa provvisoria, intitolata a San Pio X. L’ingresso del primo parroco, don Angelo Mezzalira, avvenne il 14 ottobre 1956.

Nel 1964, iniziò la costruzione della nuova chiesa che, il 3 settembre 1966, fu benedetta dal patriarca Giovanni Urbani e, poi, il 3 settembre 1972, consacrata dal patriarca Albino Luciani, poi Papa Giovanni Paolo I.

Per dare risposta ai problemi abitativi e sociali dei giovani che giungevano a Marghera per motivi di lavoro, fu subito aperta anche la “Casa del giovane lavoratore”, inaugurata il 1° maggio 1956.[50] A completare la presenza orionino e il servizio pastorale, giunsero l’Oratorio “Don Orione” e la Scuola materna “San Pio X”, ove furono presenti per qualche tempo le Piccole Suore Missionarie della Carità.

I parroci succedutisi alla guida della Parrocchia sono stati don Luigi Sartor (1975-1984), don Ettore Corrò (1984-1986), don Italo Spano (1986-1988), don Pierangelo Ondei (1988-1997), don Fausto Franceschi (1997-2008), don Giuseppe Volponi (2008-2018) e l’attuale don Maurizio Macchi.


Spera Valsugana (1965)

La spaziosa casa parrocchiale di Spera Valsugana, in provincia di Trento, già da una decina d’anni accoglieva durante l’estate i ragazzi dell’Istituto Artigianelli di Venezia. Nel 1965-1966, aprì le porte a un gruppetto di 19 aspirantini di quinta elementare guidati da Don Angelo Pasinato con Don Angelo Moro. L’anno seguente, 1966-1967, sacerdoti e ragazzi si trasferirono nella nuova sede di Facen di Pedavena. Nell’elenco dei ragazzi troviamo anche i nomi di Fausto Franceschi, Piero Ferrari, Mariano Tibaldo che poi proseguirono con buon frutto.[51]
 

Cles (1967)

Negli anni ’60 i seminari minori della Congregazione erano molto fiorenti e insufficienti. Si pensò di aprirne uno anche nel Trentino, sia perché il Soranzo era al pieno della sua capienza e anche per non allontanare troppo i ragazzi dalle loro famiglie. Promotore e organizzatore della casa di Cles, destinata ad accogliere ragazzi dagli 11 ai 14 anni in orientamento vocazionale, fu Don Stefano Ongari. Si ebbe l’occasione dell’acquisto di un edificio abbastanza grande, in posizione appartata e in una coreografia di natura magnifica. Fu presto sistemato e titolato a Bernardo Clesio, il cardinale originario del bel centro della Val di Non. Aprì le porte il 19 luglio 1967 per raccogliere i seminaristi che, dall’Istituto di Buccinigo (Como) venivano per un soggiorno estivo e per lavorare a sistemare la casa.[52]

Nell’Istituto Bernardo Clesio vi furono come Direttori prima Don Stefano Ongari (1967-1969), poi Don Giuseppe Milani (1969-1971) e Don Angelo Moro (1971-1973); come assistenti si susseguirono Don Giuseppe Rigo e i chierici Giovanni Burdese, Elvezio Baroni, Gianfranco Ceresa. In una lettera di auguri ai Superiori del Natale 1968 troviamo la firma di 43 ragazzi.


L’Istituto di Chirignago (1972)

L'Istituto Don Orione di Chirignago è nato per volontà dei coniugi Giacomo ed Adele Bisacco Palazzi i quali lasciarono la loro villa ed il terreno annesso alla Piccola Opera della Divina Provvidenza, per farne un’opera per i meno fortunati e una scuola di ortofloricoltura. L’ing. Bisacco era un valente ed appassionato naturalista.

L’Istituto iniziò le sue attività l’8 settembre 1972. Sulla prima pagina del Diario di Casa si leggono queste parole: "Oggi, 8 settembre 1972, Natività di Maria SS. Sotto gli auspici di Maria SS., nasce questa nuova opera a beneficio dei fratelli più bisognosi". Chi scriveva era Don Guido Borile, il primo direttore. Su espressa richiesta del patriarca di Venezia card. Albino Luciani furono accolti alcuni giovani disabili nella villa settecentesca. Il Patriarca sostenne molto quest’opera. Fece scalpore una sua iniziativa riportata nel Diario della Casa, il 26 febbraio 1976: “Il Patriarca, viste le condizioni economiche in cui si trova l’Istituto ha messo in vendita croce pettorale e anello avuti in dono da Papa Giovanni ed altra croce pettorale donatagli da Papa Paolo VI. Il tutto per un valore di oltre 10 milioni ad una valutazione di base. Siccome tali oggetti saranno venduti all’asta si suppone che il prezzo salirà anche notevolmente”. Dalle labbra del card. Luciani uscì una delle più belle definizioni di Don Orione, “stratega dell’amore”.[53]

Il numero e l'urgenza delle domande di accoglienza spinsero i Superiori dell'Opera a costruire un più ampio edificio per residenti bisognosi, inaugurato dal card. Luciani l’8 settembre 1974, dopo un corso di esercizi spirituali, mentre la Villa e la Barchessa venivano destinate ai Corsi professionali di ortofloricoltura per alunni con disabilità.

Nel 1987, fu costituito il Centro Educativo Occupazionale Diurno per Diversamente Abili, mentre l’8 settembre 2002 venne inaugurato l’ampliamento nel lato Sud dell’Istituto.
 

A Trebaseleghe, una Casa per anziani (1985)

Gli abitanti di Trebaseleghe, guidati dal parroco don Artemio Peron, negli anni ’70 cominciarono a raccogliere un fondo per acquistare un terreno su cui erigere una casa di riposo. Alla Congregazione di Don Orione fu donato più di un ettaro di terreno e niente più.

Fu determinante l’ingente donazione di denaro fatta, su indicazione di Don Cirillo Longo, dalla signora Francesca Legrenzi di Bergamo, insigne benefattrice assieme a suo marito Tito. Il complesso residenziale per anziani sorse rapidamente, a partire dalla benedizione della prima pietra, il 12 maggio 1985, per giungere alla inaugurazione, il 4 luglio 1988. Dopo un decennio di vita, nel 1988, la Casa si qualificò con moderni servizi di fisioterapia, cui seguirono la Residenza Sanitaria Assistita per anziani non autosufficienti e anche il Centro diurno per anziani non autosufficienti.

Il primo direttore a Trebaseleghe, nel tempo della costruzione e di primo avvio, fu Don Sergio Zanatta; poi si susseguirono Don Giuseppe Velo (1990-1996), Don Giannino Malaman (1996-2002), Don Giovanni Bianchin (2002-2009), Don Luciano Degan (2009-2015) fino all’attuale Don Bruno Libralesso. Per una decina d’anni fu presente anche una comunità di Suore orionine polacche.

 


[1] L’articolo riprende documenti e notizie pubblicati in Flavio Peloso, Istituto Marco Soranzo. Don Orione nel Veneto, STR, Roma, 2019, p.220.

[2] Flavio Peloso, San Luigi Orione “per la cara gioventù di Lonigo”, Istituto San Gaetano, Vicenza, 2004.

[3] Scritti 61, 130-131.

[4] Lettere I, 247.

[5] Scritti 13, 192.

[6] Scritti 24, 71.

[7] Lonigo (Leonicum in epoca romana) è una città ricca di storia. Sorge ai piedi dei Colli Berici, con parchi e giardini nel centro abitato, terreni coltivati e vigneti nella campagna limitrofa, con industrie manifatturiere e della trasformazione dei prodotti della terra. Ad inizio del 1900, contava una popolazione di oltre 12.000 abitanti con un’alta percentuale di ragazzi e giovani.

[8] A Lonigo c’erano scuole elementari, una scuola tecnica, un ginnasio e una scuola di lavoro. Nei paesi di Almisano, Bagnolo, Madonna, Monticello vi erano alcune classi delle scuole elementari ma l’analfabetismo era comunque assai elevato. L’istruzione catechistica era organizzato capillarmente.

[9] Flavio Peloso, San Luigi Orione “per la cara gioventù di Lonigo”, Istituto San Gaetano, Vicenza, 2004, p.26. Il libro ricostruisce con molta documentazione la vicenda della presenza orionina a Lonigo.

[10] Lettera a Don Orione del 28 Novembre 1907; Goggi II, 359; una seconda lettera è del 16 dicembre 1907; Goggi II, 364.

[11] Lasciò Lonigo a 17 anni ed entrò al “Paterno” di Tortona 15 febbraio 1911. Era nato il 13 ottobre 1894. Fece la prima professione il 15 agosto 1913 a Villa Moffa di Bra, nelle mani di Don Orione. Durante la prima guerra mondiale, fu con gli Alpini dal 1914 al 1919; fece la professione perpetua, il 29 luglio 1922 a Campocroce di Mirano e divenne sacerdote. Svolse l’apostolato soprattutto tra i giovani: al Manin di Venezia, alla Colonia di Monte Mario, all’Istituto Camerini-Rossi di Padova, al Dante di Tortona e al San Filippo di Roma. Nel novembre 1942, divenne parroco a Borgo Montello, nell’Agro Pontino, uomo generoso, cordiale e intraprendente, sempre disponibile, pronto. Morì il 26 settembre 1954.

[12] Pietro La Fontaine (Viterbo 1860 – Paderno del Grappa 1935) fu vescovo di Cassano allo Jonio (1906), e strinse amicizia con Don Orione nei tempi del terremoto di Reggio e Messina. Fu poi Segretario della Congregazione dei Riti e infine Patriarca di Venezia dal 1915. Quando divenne Cardinale, nel 1916, Don Orione scrisse di lui: “Questo cardinale è, più che insigne benefattore, un buon amico dei Figli della Divina Provvidenza. Per molti e insigni meriti il S. Padre Benedetto XV lo ha fatto cardinale, ma per noi poveretti egli è il cardinale degli orfanelli”. Domenico Sparpaglione, Il Cardinale Pietro La Fontaine, Patriarca di Venezia, Ed. Paoline, Alba 1951; Giovanni Vian, Pietro La Fontaine, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, 2000; Giovanni Musolino, Pietro La Fontaine patriarca di Venezia (1915-1935), Edizioni Studium Cattolico Veneziano, 1988; Giuseppe Camillotto, Alla fontana di Dio. La testimonianza del Patriarca di Venezia card. Pietro La Fontaine, Marcianum Venezia, 2006; Paolo Clerici, San Luigi Orione e il patriarca Pietro La Fontaine, “Messaggi di Don Orione”, n.139, 2012, p. 5-52.

[13] Parola III, 84.

[14] Ricordi e testimonianze dei 10 mesi trascorsi a Tortona sono pubblicati da P. Mansueto Janeselli in “Charitas”, periodico dell’Istituto Cavanis, 1980, n.2-3, p.1-9.

[15] Notizie in Don Orione alle Piccole Suore Missionarie della Carità, Tip. San Giuseppe, Tortona, 1979, p. 89-97.

[16] Parola 9.7.1938, IX, 310

[17] Scritti 49, 132.

[18] Parola 19.10.1932, Va, p.113

[19] Cfr. Luigi Piccardo, Il Servo di Dio Sacerdote Carlo Sterpi (1874- 1974) nel centenario della sua nascita (sarà citato Piccardo), Roma 1975, p. 8-25.

[20] “Chiesi al Patriarca di Venezia di poter dare il nome di San Gerolamo all’Istituto degli Artigianelli; ed egli mi rispose: Hieronimus Aemiliani nomen est!”; Parola Vb, 63. Cfr Domenico Sparpaglione, Il beato Luigi Orione, Sacerdote, Paoline, Roma 1980, p.272.

[21] Il Servo di Dio Don Carlo Sterpi, “fedelissimo di Don Orione” e suo primo successore, Ed. Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, 1961 (sarà citato Don Sterpi), p.415.

[22] Notizie in Piccardo, p.43-49.

[23] Scrive Don Sterpi: “Caorle è un paesetto in riva al mare; buona gente, bella Chiesa, bel campanile, ed un santuario detto alla Madonna dell'Angelo, proprio sul mare, molto venerato. Chiesa e canonica sono a 50 metri dal mare sono pescatori e contadini”; Don Sterpi, p.418.

[24] Testimonianza scritta di Don Silvio Ferretti del 20 settembre 1965; ADO. La generosità di Don Ferretti – che dava via tutto vivendo lui in estrema povertà anche delle cose più essenziali – e il suo grande spirito di pietà conquistarono quella povera gente; vedi Piccardo p.44-45.

[25] Scritti 29, 210; “Noi qui abbiamo malato Don Ferretti Silvio, di gastro-enterite, con già 3 ricadute; ora, grazie a Dio, è fuori pericolo; ma la malaria di Caorle gli fece gonfiare milza e fegato tanto che non si potrà più rimandarglielo”, Scritti 1, 70; cfr. anche 69, 82-86. Il 17.8.1923 diede notizia alle Suore che “è morta a Caorle la vostra Consorella che prese l’abito alla Madonna della Guardia l’anno scorso”, Scritti 55, 41.

[26] Anch’io, il 29 settembre 1963, sono entrato nella vita dell’Istituto Marco Soranzo e della Congregazione. Fui allievo dal 1963 al 1966; vi ritornai come sacerdote assistente dal 1979 al 1982.

[27] Campocroce è un paese compreso nell’area del Graticolato Romano, anche attualmente molto riconoscibile e, visto dall’alto, appare come una grande scacchiera viaria, estesa per 21 km da est ad ovest e per 18,5 km da nord a sud. Durante la prima cristianizzazione della zona furono erette chiese, edicole e croci nei punti importanti del Graticolato. Il nome Campocroce allude ad un luogo di culto paleocristiano nel quale spiccava una grande Croce. Nei documenti medievali, in latino, viene menzionato Campus Crucis. Un documento del 1292 conferma l'esistenza di Campocroce come rettoria dipendente da Zianigo assieme a Veternigo e Salzano. Cfr Antonio Stangherlin, Ville venete nel comune di Mirano, Mirano Venezia, 1970.

[28] Il nome di questa famiglia è testimoniato già all’epoca della distruzione di Aquileia, poi si trasferì a Belluno. Dopo la costruzione di Venezia, i Soranzo si trasferirono nella città lagunare divenendovi una delle famiglie tribunizie più influenti e di governo. Un Carolus Superantius è nominato nella serie cronologica dei Tribuni di Rivoalto nel 549. Le firme di Manfredus e Petrus appaiono in un documento del 1122. Un Dominicus del 1192 fu uno dei 41 elettori del Doge Enrico Dandolo, il quale nella spedizione di Terra Santa, chiamò come generale delle sue navi, Gabriele e Pietro Soranzo. Giovanni Soranzo fu Doge della Serenissima dal 1312 al 1328. Anche il Manzoni ricorda un “Girolamo Soranzo, inviato de' Veneziani” al cap. 28° dei “Promessi sposi”.

[29] Maria fu persona di grande valore umano e civile. Don Orione parla dei Berna in Scritti 64, 285-286.

[30] Allora, la diocesi di Treviso si estendeva fino a Mestre e circondario. Si veda lettera di Don Orione a Mons. Longhin in Scritti 58, 187.

[31] Si veda Scritti 63, 144-145. Ci sono varie e importanti minute del discorso di Don Orione; si veda Scritti 79, 353-361; 92, 263.

[32] Notizie in 75 anni al Berna, Ed. Istituto Berna, Mestre 1997.

[33] La contessa Maria Walter-Bass aveva donato un ampio terreno al Lido di Venezia. Papa Benedetto XV, saputo del progetto dell’orfanotrofio voluto dal Patriarca, consegnò tutta la somma di denaro necessario per realizzarlo con la massima urgenza. Terminati i primi lavori, e i soldi, toccò a Don Sterpi ultimare con grandi difficoltà la costruzione che venne pagata poco alla volta e con molti sacrifici.

[34] Elia Dalla Costa (Villaverla - Vicenza 1872 – Firenze 1961) fu un personaggio di spicco nell’episcopato italiano per l’azione pastorale e per la difesa della libertà dell’Azione Cattolica e della Chiesa di fronte alle  pretese del fascismo. Fu vescovo a Padova dal 1923, nel 1932 e poi a Firenze dal 1933.

[35]Mando don Antonio Castegnaro ad assumere la direzione di codesto Istituto Camerini-Rossi, e a prendersi cura degli alunni che don Saroli e voi altri già da tempo venite educando nelle vie della pietà, della virtù e del sapere, avviando i più alti ad un’arte confacente alle loro attitudini”; Scritti 34, 5.

[36] Cfr. Piccardo p.68-74.

[37] Scritti 20, 250.

[38] Scritti 20, 270 e 274. Attualmente si trova in Via San Giacomo 7-11

[39] Scritti 20, 262.

[40] Scritti 22, 145. In altra lettera: “8 agosto 1929. Abbiamo acquistata una bella casa a Castelfranco Veneto, con chiesa dove da Riese andava a scuola Giuseppe Sarto, il piccolo Pio X, e vi faremo un oratorio festivo e un probandato per i Veneti: è capace di almeno 60 probandi interni”, Scritti 32, 91; e cfr. 17, 43, 22, 145.

[41] La convenzione tra la Congregazione e l’Amministrazione per la costituzione di un “Ginnasio Civico” con le tre classi del Ginnasio Inferiore è conservata in Scritti 76, 128-130.

[42] Nella riunione del 15 agosto 1929 Don Orione informa: “A Castelfranco c'è una casa capace di 50 persone, un orto e una chiesa da officiare. Si è pensato di mandare Don Cesare Pedrini”; Riunioni, 89. Don Orione ricordò Don Pedrini in una “Buona notte” del 26.3.1939, Parola X, 131-132.

[43] In una lettera a “Don Bruno Franceschini, vicario spirituale di Pieve di Castefranco”, Don Orione dice: “La lettera di Vostra Signoria in data 30 decorso settembre non fu ritenuta sufficiente. Le sarò grato se vorrà mettermi in condizione di poter fare”; Scritti 79, 101.

[44] È una vicenda molto simile a quella del Ricreatorio Pio X di Lonigo: il cambio del parroco portò al cambio di indirizzo dell’opera e Don Orione preferì lasciare in silenzio e discrezione.

[45] Lettera a Don Silvio Parodi del 26 ottobre 1929; Scritti 8, 58. Nel libro Il nostro Patronato! Memorie di Giuseppe Pedrin [Castefranco Veneto, 2010] troviamo scritto: “Fu ventilata anche la cessione all’Istituto dei Padri di Don Orione. A salvare il Patronato fu la proposta di Don Bruno Franceschini, (cappellano della Pieve), che convinse Don Ernesto a rilevare locali e debiti. Era il giorno della Madonna del Rosario, nell’anno 1929”. Non fu solo “ventilata” la cessione, ma realizzata con atto notarile e si dovette rescindere il contratto a pochi mesi di distanza.

[46] Cfr Scritti 100, 185; Notizie in Piccardo p.75-77.

[47] Notizie in 75 anni al Berna, p.53-58.

[48] Domenico Sparpaglione, Diario 1932-1933, ADO.

[49] Gallio ha dedicato una piazzetta a Don Orione proprio vicino all’antica casa dei Mutilatini, nel centro di Gallio. L’inaugurazione avvenne il 29 ottobre 2005 e nella targa ricordo si si ricorda l’apertura “negli anni successivi il secondo Conflitto Mondiale, in Piazza Italia una Casa di Accoglienza e di Formazione per Mutilatini, ragazzi sfortunati che ritrovarono fiducia nella vita grazie alla benefica solidarietà della popolazione galliese, che li ha amati come figli propri, evitando loro ulteriori sofferenze e salvaguardandone la dignità di esseri umani".

[50] Notizia in “La Piccola Opera della Divina Provvidenza”, luglio 1956, p.96.

[51] ADO, cart. Spera Valsugana.

[52] Cfr Torna in efficienza il Convitto Bernardo Clesio, “L’Adige”, 15 luglio 1967. Ricordo che quando in quel 19 luglio 1967, al mattino, giunsi per primo alla casa di Cles, trovai a ricevermi, sulla scalinata d’ingresso, Don Stefano Ongari, il quale, con una certa solennità, mi disse: Ecco tu sei il primo ragazzo che questa casa accoglie”.

[53] Alcuni appunti del discorso pronunciato a Venezia, a Ca’ Giustinian, il 9 dicembre 1972, in Don Orione nel Centenario della nascita, p.368-369.

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Buonanotte del 4 dicembre 2022